Dopo il brillante
“Revolver” – una sorta di messinscena pirandelliana impaginata con i ritmi e i
colori di “Ritorno al futuro”, tutta giocata sulle interferenze tra realtà e
finzione –, con “La parte sbagliata del paradiso” (Fernandel, 2014) Andrea Malabaila
si affaccia, un po’ inaspettatamente, sul mondo del lavoro e dell’industria: e racconta con competenza le trasformazioni di quel mondo senza
rinunciare allo stile pulito e affabile che gli è proprio.
Le vicende, se si
escludono alcune pagine newyorkesi (il “paradiso” che ammicca nell’immagine di
copertina?) e qualche trasferta veloce in altre parti d’Italia, si svolgono in
una città storicamente e letterariamente legata allo sviluppo industriale come
Torino: e nei capitoli del romanzo si respira un’aria costante di torinesità, non solo per i dettagli
topografici e toponomastici, ma anche per il perdurare di una certa etica del
lavoro, per il conflitto sociale latente ma perenne, per alcuni tratti comuni e
trasversali come il riserbo e il pudore nell’esternare sentimenti o un certo
retrogusto di perbenismo.
Lungo tutto il romanzo,
che racconta prima la scalata al successo professionale e sentimentale del
giovane Ivan, e poi il crollo inesorabile, Malabaila contrappone fortemente due
mondi sociali, i padroni e gli operai, i ricchi e i poveri, le ville della
collina e i quartieri operai, l’Italia e gli Stati Uniti, e due generazioni,
cioè due modi di intendere ruoli professionali e posizione nella società: pare
per un po’ che i due mondi possano incastrarsi e capirsi, grazie agli sforzi e
all’ambizione del protagonista, ma il conflitto emerge quasi subito e finirà
per esplodere. Eppure queste tensioni sono raccontate con i toni e i ritmi
della commedia sentimentale. Malabaila è uno scrittore che non dimentica mai il
garbo, che non rinuncia alla buona educazione (altro tratto di torinesità?).
Non lo sentirete mai urlare, nemmeno
nelle scene più tese, nemmeno quando a perdere il controllo sono i suoi
personaggi. Questa scelta colora di composta malinconia anche i momenti più
aspri, e tiene il romanzo lontano dal rischio dell’enfasi.
“La parte sbagliata del
paradiso” ha tante facce: c’è la descrizione delle trasformazioni della vita di
fabbrica, d’accordo; ma c’è anche il racconto della ricerca di una felicità che
sembra a portata di mano ma che continua a sfuggire (il “paradiso” nella sua
“parte sbagliata”). È in questo campo, in quello della piena realizzazione
personale, che il protagonista Ivan/Ivano compie gli errori più gravi,
inseguendo un’idea di successo e scalata sociale che non gli appartiene. Non
credo che Malabaila, nel seguire stazione dopo stazione questo fallimento umano
e professionale e sentimentale, voglia suggerire che è meglio che ognuno
rimanga al suo posto, i ricchi con i ricchi i poveri con i poveri – anzi, sono
sicuro che non è questa la sua intenzione. Credo piuttosto che, attraverso
questo romanzo di “formazione” in cui tutto, da un certo punto in poi, sembra
andare storto, Malabaila abbia inteso raccontare una presa di coscienza dei
propri limiti e delle proprie reali capacità, la catarsi dalle ambizioni messe
malamente a fuoco, la scoperta di una dimensione più vera (per raggiungere la
quale bisogna passare attraverso varie tappe, fin quasi a perdersi), il
distacco da certi falsi miti di successo a ogni costo che hanno concimato le menti
delle generazioni nate negli anni ottanta/novanta fino a sconnetterle dalla
realtà.
