venerdì 10 ottobre 2014

Letture: Andrea Malabaila, "La parte sbagliata del paradiso"

Dopo il brillante “Revolver” – una sorta di messinscena pirandelliana impaginata con i ritmi e i colori di “Ritorno al futuro”, tutta giocata sulle interferenze tra realtà e finzione –, con “La parte sbagliata del paradiso” (Fernandel, 2014) Andrea Malabaila si affaccia, un po’ inaspettatamente, sul mondo del lavoro e dell’industria: e racconta con competenza le trasformazioni di quel mondo senza rinunciare allo stile pulito e affabile che gli è proprio.
Le vicende, se si escludono alcune pagine newyorkesi (il “paradiso” che ammicca nell’immagine di copertina?) e qualche trasferta veloce in altre parti d’Italia, si svolgono in una città storicamente e letterariamente legata allo sviluppo industriale come Torino: e nei capitoli del romanzo si respira un’aria costante di torinesità, non solo per i dettagli topografici e toponomastici, ma anche per il perdurare di una certa etica del lavoro, per il conflitto sociale latente ma perenne, per alcuni tratti comuni e trasversali come il riserbo e il pudore nell’esternare sentimenti o un certo retrogusto di perbenismo.
Lungo tutto il romanzo, che racconta prima la scalata al successo professionale e sentimentale del giovane Ivan, e poi il crollo inesorabile, Malabaila contrappone fortemente due mondi sociali, i padroni e gli operai, i ricchi e i poveri, le ville della collina e i quartieri operai, l’Italia e gli Stati Uniti, e due generazioni, cioè due modi di intendere ruoli professionali e posizione nella società: pare per un po’ che i due mondi possano incastrarsi e capirsi, grazie agli sforzi e all’ambizione del protagonista, ma il conflitto emerge quasi subito e finirà per esplodere. Eppure queste tensioni sono raccontate con i toni e i ritmi della commedia sentimentale. Malabaila è uno scrittore che non dimentica mai il garbo, che non rinuncia alla buona educazione (altro tratto di torinesità?). Non lo sentirete mai urlare, nemmeno nelle scene più tese, nemmeno quando a perdere il controllo sono i suoi personaggi. Questa scelta colora di composta malinconia anche i momenti più aspri, e tiene il romanzo lontano dal rischio dell’enfasi.
“La parte sbagliata del paradiso” ha tante facce: c’è la descrizione delle trasformazioni della vita di fabbrica, d’accordo; ma c’è anche il racconto della ricerca di una felicità che sembra a portata di mano ma che continua a sfuggire (il “paradiso” nella sua “parte sbagliata”). È in questo campo, in quello della piena realizzazione personale, che il protagonista Ivan/Ivano compie gli errori più gravi, inseguendo un’idea di successo e scalata sociale che non gli appartiene. Non credo che Malabaila, nel seguire stazione dopo stazione questo fallimento umano e professionale e sentimentale, voglia suggerire che è meglio che ognuno rimanga al suo posto, i ricchi con i ricchi i poveri con i poveri – anzi, sono sicuro che non è questa la sua intenzione. Credo piuttosto che, attraverso questo romanzo di “formazione” in cui tutto, da un certo punto in poi, sembra andare storto, Malabaila abbia inteso raccontare una presa di coscienza dei propri limiti e delle proprie reali capacità, la catarsi dalle ambizioni messe malamente a fuoco, la scoperta di una dimensione più vera (per raggiungere la quale bisogna passare attraverso varie tappe, fin quasi a perdersi), il distacco da certi falsi miti di successo a ogni costo che hanno concimato le menti delle generazioni nate negli anni ottanta/novanta fino a sconnetterle dalla realtà.

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