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domenica 31 maggio 2015

"Prendi la DeLorean" su Letteratitudine

Riprendo dal blog letterario Letteratitudine News di Massimo Maugeri il pezzo in cui si parla dell’antologia di racconti “Prendi la DeLorean e scappa” (Las Vegas, 2015).
Le Edizioni Las Vegas di Torino hanno presentato al Salone del Libro Prendi la DeLorean e scappa, un’antologia di diciotto racconti ispirati alla saga di Ritorno al futuro di Robert Zemeckis.
Curata da Andrea Malabaila, l’antologia contiene racconti firmati da (in ordine alfabetico) Davide Bacchilega, Marco Candida, Eva Clesis, Vito Ferro, Roberto Gagnor e Michela Cantarella, Enzo Gaiotto, Manuela Giacchetta, Elia Gonella, dallo stesso Andrea Malabaila, e poi da Christian Mascheroni, Gianluca Mercadante, Claudio Morandini, Gianluca Morozzi, Daniele Pasquini, Giorgio Pirazzini, Giuseppe Sofo, Daniele Vecchiotti, Paolo Zardi.
L’editore e scrittore torinese, che di Ritorno al futuro è stato ed è ancora uno spettatore appassionato, coltivava evidentemente da un bel pezzo quest’idea. Andrea, da vero fan, assicura di non annoiarsi mai a rivedere il film con Michael J. Fox; e, da scrittore, non smette di stupirsi di fronte ai perfetti meccanismi narrativi che governano in particolare i primi due film della trilogia, impeccabilmente ritmati, per niente invecchiati negli anni come invece è accaduto, ahimè, a tante altre pellicole di successo di quel decennio. Che la passione di Malabaila non sia solo sua è testimoniato dalla fortuna critica di cui gode la trilogia di Zemeckis sul web, o da eventi anche giganteschi che quest’anno si svolgeranno un po’ in tutto il mondo, come la serie di incontri, proiezioni e esposizioni di memorabilia ospitata dall’Ecomuseo del Freidano (Settimo Torinese, TO) che da luglio a novembre celebrerà con divertita solennità la ricorrenza. Ecco, appunto, la ricorrenza: il 2015 è l’anno perfetto per tributare un omaggio a Ritorno al futuro, dato che il 2015 nel 1985 era il futuro, e lo era nel modo bizzarro rivelato dal secondo capitolo della trilogia, con le macchine volanti, l’hoverboard, le scarpe autoallaccianti e quell’aria ancora profondamente impregnata di anni Ottanta. Si legge sulla bandella editoriale dell’antologia: “Un tempo il 2015 era il futuro (…) E oggi, che siamo davvero nel 2015, che cos’è rimasto di tutto ciò? Con quest’antologia di diciotto racconti vogliamo festeggiare il trentennale della saga di Zemeckis e portarvi ancora una volta avanti e indietro nel tempo.”
La raccolta di racconti è, nelle intenzioni dei curatori Andrea Malabaila e Carlotta Borasio, appunto “una specie di omaggio, di benvenuto a Marty e Doc (per la cronaca sbarcheranno qui il 21 ottobre)”, come si legge sul blog di Andrea.

Questo il progetto. Malabaila ha quindi contattato tutti gli autori Las Vegas, più alcuni amici scrittori che scherzosamente definisce guest-star, e ha proposto loro la sua idea. Le condizioni di partenza erano semplici e chiare: si doveva parlare di viaggi nel tempo e doveva esserci qualche riferimento al film, ma niente che potesse generare problemi di copyright. L’idea è evidentemente piaciuta, al di là delle aspettative, e non solo a quegli autori che all’epoca del primo film erano bambini e sono stati segnati dal film come solo ai bambini capita. In alcuni mesi di lavoro i diciotto racconti selezionati sono stati infine ordinati secondo una scaletta che dosasse ritmi e toni. 
Per entrare nello spirito dell’antologia e scoprire da quale idea sono partiti gli autori, attorno a quali spunti hanno lavorato, abbiamo chiesto loro, tramite Carlotta Borasio, di sintetizzare per Letteratitudine in un riassunto lungo quanto un tweet i loro racconti. Diciassette di loro sono stati subito al gioco e hanno risposto così.

Mutando - Daniele Vecchiotti: A volte cambiare la propria vita può essere semplicissimo. Basta cambiare la biancheria intima.

Tornare da Aurora - Marco Candida: Un uomo perde la moglie in un incidente e costruisce una macchina del tempo per tornare a salvarla. Arriverà a uccidere se stesso. Basterà?

Se conoscessimo la fine, non daremmo mai inizio a nulla - Davide Bacchilega: Una candela misura il tempo di due amanti, tenendo sempre viva la fiamma del ricordo.

Potessi tornare indietro - Vito Ferro: Un alcolista capisce che, per cambiare il futuro, una macchina del tempo è l'ultima cosa che serve.

JVC GR-C1 - Elia Gonella: Un ragazzo, la sua nuova videocamera e una strana interferenza. Possibile che quello che ha appena registrato debba ancora accadere?

Il futuro non è ancora scritto - Gianluca Morozzi: E se Marty McFly avesse deciso di rimanere negli anni Cinquanta per diventare la più grande rockstar della storia, incidendo i Beatles prima dei Beatles, Dylan prima di Dylan?

La seduta spiritica - Giorgio Pirazzini: Luca farebbe di tutto per sbarcare negli anni '50 e ballare il rockabilly. Anche sgozzare il proprio criceto.

Il piumato viaggio a Braemar, nelle Highlands scozzesi - Enzo Gaiotto: Basta una piuma per viaggiare nel passato e sentirsi dire: «Permetta che mi presenti: mi chiamo Robert Louis Stevenson.»

Cupio dissolvi - Claudio Morandini: Ribaltiamo il film: ed ecco un depresso che progetta di tornare negli anni ’50 per impedire che i suoi si conoscano.

Carlo Biffa e il banco formaggi del Bennet di San Martino Siccomario (PV) - Roberto Gagnor e Michela Cantarella: E se provassi a scegliere per una volta B, invece che A? Cosa cambierei del passato, se potessi? Per saperlo, basta andare... al supermercato.

La quindicesima volta - Manuela Giacchetta: Quindici occasioni. Quindici ritorni. Una sola ossessione.

La promessa - Paolo Zardi: La vita non ha mantenuto le promesse o era sbagliato il sogno? La bruciante voglia di essere, per una sera, Marty McFly.

Un uomo morto sul due a zero - Daniele Pasquini: Solo un blackout temporale può permettere alla Fiorentina di vincere qualcosa. E non è detto che per il tifoso viola ciò sia un bene.

Solo un attimo - Giuseppe Sofo: La storia comincia quando il tempo si ferma. In un solo attimo che è presente, passato e futuro.

Erase/Rewind - Andrea Malabaila: Due fan di Ritorno al futuro. Una macchina del tempo poco stilosa. Un amore da riconquistare e un destino da cambiare.

Caro M. - Eva Clesis: Vi ricordate del protagonista di Ritorno al futuro? Le donne della sua vita hanno qualcosa da rimproverargli. Da tempo.


È vero insomma, come recita sulla copertina una massima che immaginiamo pronunciata dalla voce di “doc” Emmett L. Brown, che non bisognerebbe “mai lasciare una macchina del tempo nelle mani di uno scrittore”. Bene, la speranza è che questi teaser abbiano suscitato curiosità. Ora tocca ai lettori salire sulla DeLorean e scappare qua e là nel tempo.


http://letteratitudinenews.wordpress.com/2015/05/28/prendi-la-delorean-e-scappa/

martedì 19 maggio 2015

Un assaggio da "Cupio dissolvi"

Riprendo l'inizio di "Cupio dissolvi", il mio racconto scritto per l'antologia "Prendi la DeLorean e scappa", curata da Andrea Malabaila e da poco pubblicata dalle edizioni Las Vegas per celebrare il trentennale di "Ritorno al futuro" di Robert Zemeckis. Giusto un assaggio, nella speranza che venga voglia all'occasionale visitatore di questo blog di continuare la lettura e naturalmente di gustare anche gli altri racconti.

4 agosto, ore 6.02
Per ore ci ho pensato, nel dormiveglia che mi coglie sempre dalle due del mattino senza diventare mai sonno vero, e che è tra i corollari meno dolorosi del mio noto stato depressivo: andare nel passato, negli anni Cinquanta, per impedire che i miei genitori si conoscano. Questo garantirebbe a me la non nascita e tutto ciò che ne è seguito, l’infelicità successiva, le crisi e tutto il resto. Devo assolutamente buttar già qualche appunto, lavorare attorno a un progetto serio, mi dico alzandomi per una volta di buon’ora e, per una volta, senza pena.
Quanto al rischio che ci si metta di mezzo qualche paradosso temporale, non è il caso di curarsene ora. L’idea, che mentre ero steso a letto mi è suonata semplicemente folle (anzi, peggio: sciocca), di ora in ora si trasforma in un programma di improbabile attuazione, infine in un’ossessione dotata di una sua bellezza. Progettare la propria non esistenza, agire per non agire, impedire la propria nascita, anzi, di più: vigilare, nell’ombra, affinché il proprio concepimento non avvenga mai, o, per adattare la consecutio temporum al mio caso, non sia mai avvenuto. C’è qualcosa di più poetico? C’è qualcosa di più vitale? mi dico girando per casa. Passando davanti a uno specchio mi vedo: ho la solita faccia da matto, gli occhi strabuzzati, i capelli bianchi impazziti: ma è una faccia tutta sorrisi.

Stesso giorno, ore 8.35

In fondo, morire prima di essere vissuti non è più sensato che vivere per morire, come temo farei se dipendesse dal mio scarso coraggio, e come inevitabilmente fanno tutti gli esseri umani? Non è anzi più educato e pulito? Invece di agonizzare tra tinelli e garage e uffici, per anni, per decenni, intristendo gli altri, ecco che non si viene nemmeno al mondo, ecco che non solo non si è concepiti, ma non si è nemmeno più concepibili. La due metà del corredo genetico non si incontreranno mai (non si sono mai incontrate), non si combineranno mai (non si sono mi combinate). Mio padre non sarà mai (non è mai stato) mio padre, mia madre non mi partorirà mai. C’è di che sentirsi subito meglio.

Eccetera eccetera.

mercoledì 6 maggio 2015

Prendi la DeLorean e scappa: l'antologia

Sono davvero grato a Andrea Malabaila e Carlotta Borasio delle Edizioni Las Vegas, che mi hanno voluto tra gli autori di “Prendi la DeLorean e scappa”, l’antologia di diciotto racconti dedicata al trentennale dell’uscita nelle sale del film di Zemeckis Ritorno al futuro. Un progetto come questo invita (costringe, anzi) a fare i conti con il tempo: lo faceva anche il film, e ora è come un farlo al quadrato, o alla terza, o qualcosa del genere. "Un tempo il 2015 era il futuro” si legge nella scheda del libro. “Lo era nel 1985, l’anno di uscita nelle sale cinematografiche di Ritorno al futuro. Lo era nel secondo film della trilogia, con le macchine volanti, l’hoverboard, le scarpe autoallaccianti e una certa nostalgia per gli anni Ottanta. E oggi, che siamo davvero nel 2015, che cos’è rimasto di tutto ciò?”
Ora che l’antologia sta per uscire (il 13 maggio, chiedete al vostro libraio), vedremo come il film ha lavorato nella memoria di ognuno di noi, che impressioni ha lasciato, quali frasi si sono appiccicate, quali dettagli. Per caso, poco prima di mettere mano al mio racconto, avevo rivisto il primo film della serie, scoprendo che reggeva bene il trascorrere degli anni (a differenza, che so, di Ghostbusters, che mi pare invecchiato maluccio): certe scene si aspettano con impazienza, e una volta giunte non deludono, di altri momenti si assaporano per la prima volta la forza, l’arguta ingenuità, i sottintesi anche inquietanti. Quell’aria vintage che circola in ogni scena intenerisce. E quelle zone d’ombra che si dilatano nel racconto (la crudeltà dei bulli, le bizzarrie senza scopo, i brividi incestuosi, lo stranirsi delle facce dinanzi all’incomprensibile) adesso fanno venire in mente David Lynch – o siamo noi che in questi anni senza avvedercene ci siamo lynchizzati?
Anno dopo anno noi esseri televisivi ci siamo abituati a quelle capigliature, a quei vestiti, alle spalline, a quel modo di muoversi, di atteggiarsi, al punto che le sentiamo come nostre. Infinite repliche di telefilm ci ripresentano ogni giorno, ogni ora, in contemporanea, i decenni precedenti, ci riportano a quando eravamo più giovani, ci fanno risentire il gusto di quando guardavamo per la prima volta quei film, quei telefilm, quei video. Il viaggio nel tempo è insomma quotidiano, le occasioni di intingere le nostre modeste madeleines nel caffelatte non sono mai state così fitte. Le stagioni dei serial si accumulano giorno dopo giorno, i telefoni si trasformano a ogni puntata, le imbottiture nelle spalline nei vestiti vanno e vengono, le basette e i baffi si allungano e si accorciano, e proprio quando sembra che la forbice temporale si stia chiudendo ecco che la programmazione ricomincia daccapo, si riprende dalla prima stagione, si torna alle vetuste macchine per scrivere di Jessica Fletcher, ai poliziotti di New York che devono cercare una cabina telefonica, ai medici alle prese con il cercapersone e tecnologie obsolete, ai jukebox, agli impacci del tenente Colombo alle prese con quei diabolici mangiacassette… Viaggi nel tempo quotidiani, paradossi temporali a pranzo e cena, sobbalzi cronologici a ogni clic di zapping… Senza contare che siamo entrati da un pezzo nel futuro raccontato da quella miriade di film, telefilm, romanzi, film tratti da romanzi, telefilm tratti da film, e non ci si ritrova per niente, siamo completamente fuori strada rispetto a quelle previsioni, le nostre vite non assomigliano proprio a quelle distopie d’antan, e non ci è chiaro se siano peggio o meglio, ma comunque sono diverse, di sicuro meno divertenti e più imbarazzanti.
Divago, va bene, ma sto cercando di mettere ordine nella ricerca (nella recherche, se volete) di quel particolare insieme di suggestioni che ci tengono bambini o ragazzini per un’intera esistenza e ci distraggono mentre riceviamo spintoni verso la vecchiaia. Ritorno al futuro è, in fondo, la nostra storia, quella che vorremmo per noi – la storia paradossale di un piacevole soprapporsi di piani temporali, anche un po’ zuccheroso, se volete, ma in fondo che c’è di male? Alla fine ci si sente buoni, ci si sente dei tipi a posto, con gli amici giusti, cose così.
L’antologia si intitola “Prendi la DeLorean e scappa” – il film di Zemeckis è pieno di battute che rimangono in mente, che hanno una strana forza icastica, che sembrano fatte per essere citate, che promettono di costruire intese, di saldare amicizie o almeno complicità. Sulla copertina, la frase “Mai mettere una macchina del tempo nelle mani di uno scrittore” suona come un blurb beneaugurante e anche lusinghiero. I racconti sono firmati da (in ordine rigorosamente alfabetico) Davide Bacchilega, Marco Candida, Eva Clesis, Vito Ferro, Roberto Gagnor e Michela Cantarella, Enzo Gaiotto, Manuela Giacchetta, Elia Gonella, Andrea Malabaila (che ha anche curato l’antologia), Christian Mascheroni, Gianluca Mercadante, Gianluca Morozzi, Daniele Pasquini, Giorgio Pirazzini, Giuseppe Sofo, Daniele Vecchiotti e Paolo Zardi. Sono molto curioso di leggerli. Lì in mezzo, da qualche parte, c’è anche il mio pezzo, intitolato “Cupio dissolvi”, se non ricordo male, allegramente tetro.

Sabato 9 maggio 2015, alle 20.30, l'antologia sarà presentata in anteprima assoluta a La Piola Libreria di Catia, in via Bibiana, 31, a Torino.

http://www.lasvegasedizioni.com/libri/i-jackpot/prendi-la-delorean-e-scappa/

venerdì 10 ottobre 2014

Letture: Andrea Malabaila, "La parte sbagliata del paradiso"

Dopo il brillante “Revolver” – una sorta di messinscena pirandelliana impaginata con i ritmi e i colori di “Ritorno al futuro”, tutta giocata sulle interferenze tra realtà e finzione –, con “La parte sbagliata del paradiso” (Fernandel, 2014) Andrea Malabaila si affaccia, un po’ inaspettatamente, sul mondo del lavoro e dell’industria: e racconta con competenza le trasformazioni di quel mondo senza rinunciare allo stile pulito e affabile che gli è proprio.
Le vicende, se si escludono alcune pagine newyorkesi (il “paradiso” che ammicca nell’immagine di copertina?) e qualche trasferta veloce in altre parti d’Italia, si svolgono in una città storicamente e letterariamente legata allo sviluppo industriale come Torino: e nei capitoli del romanzo si respira un’aria costante di torinesità, non solo per i dettagli topografici e toponomastici, ma anche per il perdurare di una certa etica del lavoro, per il conflitto sociale latente ma perenne, per alcuni tratti comuni e trasversali come il riserbo e il pudore nell’esternare sentimenti o un certo retrogusto di perbenismo.
Lungo tutto il romanzo, che racconta prima la scalata al successo professionale e sentimentale del giovane Ivan, e poi il crollo inesorabile, Malabaila contrappone fortemente due mondi sociali, i padroni e gli operai, i ricchi e i poveri, le ville della collina e i quartieri operai, l’Italia e gli Stati Uniti, e due generazioni, cioè due modi di intendere ruoli professionali e posizione nella società: pare per un po’ che i due mondi possano incastrarsi e capirsi, grazie agli sforzi e all’ambizione del protagonista, ma il conflitto emerge quasi subito e finirà per esplodere. Eppure queste tensioni sono raccontate con i toni e i ritmi della commedia sentimentale. Malabaila è uno scrittore che non dimentica mai il garbo, che non rinuncia alla buona educazione (altro tratto di torinesità?). Non lo sentirete mai urlare, nemmeno nelle scene più tese, nemmeno quando a perdere il controllo sono i suoi personaggi. Questa scelta colora di composta malinconia anche i momenti più aspri, e tiene il romanzo lontano dal rischio dell’enfasi.
“La parte sbagliata del paradiso” ha tante facce: c’è la descrizione delle trasformazioni della vita di fabbrica, d’accordo; ma c’è anche il racconto della ricerca di una felicità che sembra a portata di mano ma che continua a sfuggire (il “paradiso” nella sua “parte sbagliata”). È in questo campo, in quello della piena realizzazione personale, che il protagonista Ivan/Ivano compie gli errori più gravi, inseguendo un’idea di successo e scalata sociale che non gli appartiene. Non credo che Malabaila, nel seguire stazione dopo stazione questo fallimento umano e professionale e sentimentale, voglia suggerire che è meglio che ognuno rimanga al suo posto, i ricchi con i ricchi i poveri con i poveri – anzi, sono sicuro che non è questa la sua intenzione. Credo piuttosto che, attraverso questo romanzo di “formazione” in cui tutto, da un certo punto in poi, sembra andare storto, Malabaila abbia inteso raccontare una presa di coscienza dei propri limiti e delle proprie reali capacità, la catarsi dalle ambizioni messe malamente a fuoco, la scoperta di una dimensione più vera (per raggiungere la quale bisogna passare attraverso varie tappe, fin quasi a perdersi), il distacco da certi falsi miti di successo a ogni costo che hanno concimato le menti delle generazioni nate negli anni ottanta/novanta fino a sconnetterle dalla realtà.

domenica 25 maggio 2014

Stor(i)e di Torino: "Favole con insetti"

Nel maggio 2014 la casa editrice Las Vegas di Torino ha pubblicato, a cura di Vito Ferro e Carlotta Borasio, un libretto intitolato argutamente “Stor(i)e di Torino” a cui hanno collaborato diversi autori (tra gli altri Piero Calò, Andrea Malabaila, Massimiliano Valentini, gli stessi Ferro e Borasio), con brevi racconti ispirati a negozi storici, piccoli esercizi commerciali, laboratori artigiani della città. Ho avuto il piacere di partecipare anch’io alla raccolta, con due pezzi. Il primo, intitolato “Favole con insetti”, prende spunto da quelle che per me sono le vetrine più suggestive di via Po, “Ciano Apparecchi Scientifici”, al n. 12. Ne riporto la versione pubblicata, ridotta rispetto alla stesura originale che apparirà domani, per la gioia dei filologi.


Una sosta davanti alla vetrina di Ciano, Wunderkammer carica di insetti, minerali e strumenti scientifici, è un invito a imbastire storie. Eccovene tre.
1) A notte fonda, gli insetti esposti si risvegliano, distendono le elitre e le zampette aggranchite, si salutano da una teca all’altra. Rincuorano i nuovi arrivati: no, non è difficile abituarsi a pendere da uno spillo, anzi a lungo andare diventa una comodità, quanto era penoso invece strisciare tra le foglie, in un mondo pieno di pericoli, alcuni dei quali (camaleonti, lucertole) sono pure essi incorniciati lì attorno, finalmente innocui e canzonabili.
2) Certe mattine, quando via Po non è ancora affollata, famigliole di invertebrati della collina si recano davanti alla vetrina. Pallide farfalle nostrane contemplano rabbrividendo lontane parenti tropicali. Un macaone dice alla sua modesta bella: Mi piaci di più tu. Una cavolaia già arruffata rassicura i suoi bruchini: Ma no, sciocchini, non diventerete mai come loro. Maggiolini miopi sbattono la testa contro il vetro, e non si capacitano di non poter avvicinare certi loro simili dalle corazze barocche. Ragnetti concupiscono invano certe grasse migali, convinti che per una fugace liaison con quelle varrebbe la pena essere divorati. Da dentro, gli insetti esotici guardano storto quella folla, e i più nervosi mandano tutti a rotolare pallette di sterco.
3) Una sera, quegli invertebrati, che la vicinanza con gli strumenti scientifici ha reso ingegnosi, progettano una fuga. Il periodo migliore sembra il Carnevale, quando passerebbero inosservati in mezzo alla miriade di animaletti finti che i ragazzini infilano nelle tasche altrui; ma il freddo ucciderebbe molti di loro, provenienti dalle zone più calde del mondo. Si ripiega così sull’estate, quando frotte di insettacci tormentano i passanti: mescolarsi con questi irrita molti, ma sarà una convivenza di pochi minuti, giusto il tempo di infilarsi in un parco – e lì, finalmente liberi, dar vita a una comune pacifica almeno nelle intenzioni.

venerdì 10 gennaio 2014

Da Letteratitudine News: Andrea Malabaila, "Revolver"

CM - Qual è il modo migliore di raccontare la musica, secondo te? “Revolver” sembra ubbidire al sempre efficace modello del meta-e-qualcosa, in questo caso il meta-romanzo in cui si scrive “la storia della storia” di qualcuno che ha a che fare con la musica – in cui, cioè, si racconta il proprio approccio alla musica, più che la musica in sé, e insomma se ne fa la propria cover personale.

AM - Inizio subito con un'ammissione: ho scritto questo romanzo da appassionato di musica, appassionato ma allo stesso tempo frustrato per non saper suonare nessuno strumento (qualche anno fa ho provato a prendere lezioni di chitarra e lì ho capito che non faceva per me). Un po' come nel mio romanzo precedente, “L'amore ci farà a pezzi”, in cui il mio alter-ego era un'ex promessa del tennis – cosa che in effetti portava molti a chiedermi se giocassi a tennis e a rispondere come citato anche in “Revolver” che no, ci avevo provato qualche volta ma niente di più. La cosa bella – una delle cose belle – dello scrivere è potersi calare in vite parallele che ci sarebbe piaciuto vivere. E un'altra cosa bella è poter rimescolare ogni volta le carte, proprio come un illusionista. In questo romanzo ci ho giocato ancora di più, chiamando il narratore come me e inserendo qua e là spunti autobiografici, primo fra tutti la difficoltà a scrivere “Revolver”: ci ho messo davvero più di dieci anni per trovarne la quadra!

CM - D’altro canto, tu stesso ammetti subito che ogni romanzo è un mascheramento autobiografico.

AM - Ho letto che Michael Cunningham ha affermato che tutti i suoi personaggi sono autobiografici, compresa la lucertola. Ecco, penso che alla fine sia la risposta definitiva. È un po' come nei sogni, in cui tutti i personaggi – dicono – sono delle proiezioni di noi stessi.

CM – “Revolver”, dicevamo, è la storia un romanzo che non sta venendo come l’autore vorrebbe: le difficoltà sono rappresentate dall’affastellarsi di cliché (letterari) sin dalla prima pagina, dal premere di altri cliché (musicali). “Revolver”, insomma, è come una bella canzone sulla difficoltà di scrivere belle canzoni – ma, essendo convintamente pop, non può mancare l’happy end.

AM - All'inizio il mio approccio a “Revolver” era stato molto più diretto: non un meta-romanzo, ma un romanzo sul rock e sulla crisi di ispirazione (e non solo) di Damon Kidd. Negli anni mi sono reso conto che questa crisi in qualche maniera era parallela a quella in cui mi ero infilato cercando di raccontare una storia per la quale mi mancavano alcuni strumenti di base: la mia conoscenza del rock era abbastanza approfondita ma tutta di seconda mano e quindi non poteva che finire nel cliché. Da qui l'idea di giocare anche su questo fatto e di non limitarmi agli stereotipi del sesso droga e rock'n'roll ma di inserire anche dei cliché letterari che noto in tantissimi manoscritti che leggo per Las Vegas edizioni. L’incipit con il risveglio del protagonista, l'immancabile caffè piazzato nella prima pagina, il finale della serie “era tutto un sogno”. L'happy end, invece, è un po' una novità per me, ma serviva anche a riequilibrare una situazione di partenza piuttosto negativa.

CM - Tutti i personaggi (compresi quelli che hanno nomi che rimandano alla realtà) si muovono nel mondo dell’invenzione con la leggerezza della commedia paradossale e sentimentale (della meta-commedia, in un gioco che forse ammicca a certo Woody Allen, ma che di Allen non ha la torbidezza senile) o della canzone pop (pop, direi, più che rock). La Parigi in cui si svolgono le scene finali è un paracosmo colorato (nonostante la pioggia) e già un po’ vintage (per via della pioggia), in cui si accatastano allegri ammiccamenti e luoghi comuni ironicamente virgolettati (non ne manca nessuno, tra quelli relativi al maledettismo glamour della vita da rockstar, c’è pure un inseguimento in auto). “Carlotta pensa di essere in un sogno, Sally in un incubo, io all’interno delle mie fantasie; Tommy e Mandy non lo so e francamente mi interessa poco”. L’Andrea Malabaila è insomma un autore in cerca dei suoi personaggi. Per evitare una piega tragica degli eventi, li insegue, li scova, ordisce un piano per manipolarne gli effetti, se li porta dietro, risolve il tutto.

AM - Non avrei saputo dirlo meglio e ti ringrazio molto per gli “allegri ammiccamenti e luoghi comuni ironicamente virgolettati”: nonostante credo sia evidente che si tratti di un romanzo a più livelli, la mia paura è che venissero equivocati e presi come semplici banalità trite e ritrite. Mi piace anche “autore in cerca dei suoi personaggi”, un ribaltamento di Pirandello che trovo molto vicino al senso di questa storia che per anni ha rischiato di sfuggirmi di mano. Questo fatto diventa ancora più evidente quando Andrea va a Parigi e si rende conto che nessuno dei personaggi da lui creati risponde ai suoi ordini e nemmeno alle sue aspettative. Un vero e proprio paradosso!

CM - A proposito, e scusa la domanda un po’ ovvia, che faccio adesso per non pensarci più: chi c’è dietro Damon Kidd, questo concentrato di vezzi e tormenti da rockstar? E dietro la musica dei Revolver quali gruppi ci sono?

AM - Damon Kidd è un misto tra Kurt Cobain, Liam Gallagher, Richard Ashcroft e parecchie altre rockstar. È tormentato come Kurt Cobain, arrogante come Liam Gallagher e fisicamente somiglia a Richard Ashcroft. I Revolver si pongono un po' come i nuovi Beatles, quindi la loro musica è un brit-pop in stile Oasis. Lo stesso Tommy, facendo un elenco della musica che gli piace e di quella che non gli piace, ci permette di catalogarli in modo abbastanza preciso.

CM - Qual è la colonna sonora ideale per il tuo romanzo?

AM - Direi sicuramente un viaggio ideale dall'Inghilterra degli anni Sessanta fino all'Inghilterra di oggi, dai Beatles agli Arctic Monkeys.

CM - Racconti la musica rock come una forma espressiva semplice, energica, anche retorica, cioè dominata da pochi ampi gesti essenziali e intrisi di senso – colta in un’enfasi perennemente adolescenziale. E la storia del rock è narrata come un susseguirsi di corsi e ricorsi, di fondazioni distruzioni e rifondazioni – il perfetto paradigma della storia della condizione umana, insomma. In questo paradigma, i Revolver sembrano appartenere alla categoria dei continuatori, dei riformatori. La vita della rockstar è fatta di fasi frenetiche inframmezzate da periodi più o meno lunghi di stasi. La creazione di un pezzo rock, su cui per la verità non insisti molto, è fatta di elaborazione dell’essenziale, due-tre accordi, la ricerca della formula giusta, dell’idea vincente proprio perché semplice. È un lavoro collettivo, o almeno di coppia, in cui i ruoli (il compositore di perfette song accanto all’ideatore di scarti bizzarri dalla norma) sono ben definiti, rodati dalla pratica. Su questo lavoro aleggia l’angoscia (mai confessata) di essere superati e scalzati, di perdere l’ispirazione.

AM - È inevitabile essere superati e scalzati, e questo vale in ogni campo. Lo sport è più impietoso perché mette letteralmente fuori gioco chi arriva a una certa età e non ha trovato il momento giusto per ritirarsi da campione. Per la musica il discorso è diverso perché uno può anche non ritirarsi mai. I Rolling Stones sono ancora sul palco nonostante Mick Jagger da giovane dicesse che sicuramente a quarant'anni sarebbe stato troppo vecchio per esibirsi. In effetti questo fa sorridere perché ha modificato l'idea originaria del rock e forse anche l'idea stessa della giovinezza: oggi si è potenzialmente giovani a vita, o comunque “è lo spirito che conta”. L'importante però è trovare la propria dimensione. I Rolling Stones continuano a essere credibili perché il loro sound è cristallizzato, al massimo l'hanno aggiornato un po', ma di sicuro non si sono messi a inseguire le mode o a fare il verso ai ragazzini di oggi.

CM - Un altro dei punti di forza del rock raccontato in “Revolver” è quest’idea del mascheramento: questo gioco di specchi, per cui ogni rockstar è una maschera dentro cui sta un uomo (un adolescente di lungo corso, diciamo), un ruolo teatrale (più alla Broadway che alla Pirandello) che vela e svela insieme, fatto di pose, costumi, atteggiamenti, facce, ruoli; in questo sta anche la caratteristica più accattivante del tuo romanzo, cioè il continuo gioco di analogie e rimandi (ma anche differenze, scarti) tra l’Andrea Malabaila (autore), l’Andrea Malabaila (personaggio) e il Damon Kidd (anche lui appunto sdoppiato tra la figura ufficiale e quella privata) – senza contare l’ulteriore sdoppiamento di Tommy, quello vero e quello simulato, e tacendo le sempre più fitte riflessioni e rifrazioni tra Carlotta e Sally e Mandy.

AM - È il gioco da illusionisti di cui parlavo prima. E anche il fatto che chi scrive “ruba” un po' qui e un po' là: senza arrivare ai livelli di Fitzgerald che annotava i dialoghi a cui assisteva per poi riprodurli nelle sue storie, è vero che molte volte finiscono sulla pagine dettagli e parole che ci hanno colpito nelle maniere più imprevedibili. Tipo all'inizio, quando Sally dice a Damon che si è infastidito perché ha arricciato la parte tra il labbro e il naso, e poco dopo Carlotta dice la stessa cosa al narratore Andrea, che quindi scopriamo l'ha presa da lì...

CM - C’è qualcosa nel rock, nelle dinamiche, nelle strutture della musica rock, insomma nel suo linguaggio, che può essere travasato nella letteratura? Riformulo la domanda: nello scrivere “Revolver” ti sei rifatto anche al metodo compositivo proprio di un gruppo rock, o hai comunque e sempre ragionato in termini di scrittura? O ancora, se preferisci: c’è qualcosa che come scrittore invidi alla musica, rock o meno?

AM - Quando scrivo do sempre molta importanza al ritmo. Vado a orecchio perché come dicevo prima non ho le basi musicali per fare altrimenti, ma per ogni storia cerco di trovare il ritmo giusto, la cadenza della frase più convincente. Ci sono frasi che senza un aggettivo o un avverbio – tanto aborriti dai manuali di scrittura – rischiano di risultare tronche o addirittura stonate. In questa storia cercavo l'essenzialità del rock. Quindi frasi abbastanza secche e utilizzo del tempo presente. Per quanto riguarda le differenze tra musica e narrativa, la musica vince per immediatezza. Prendi uno che sa cantare e/o suonare uno strumento, mettilo in una piazza e presto attorno a lui ci sarà una folla di persone che magari non capiscono nemmeno la sua lingua. Questo uno che scrive può solo sognarselo.

CM - E c’è qualcosa che invece la letteratura possiede e che la musica non ha?

AM - La narrativa vince per la libertà che ti concede. Una canzone devi farla stare in quattro minuti, un romanzo non ha altri limiti se non quelli che gli dai tu. E non solo di spazio e di tempo: un romanzo batte anche i film perché, oltre a non esserci limiti di budget, lo strumento è malleabile a proprio piacimento, puoi far vedere e sentire tutto ciò che vuoi, anche i pensieri, i sentimenti, ciò che è intangibile. Per un po' di tempo ho avuto una sorta di complesso di inferiorità nei confronti di chi faceva musica, ma adesso sono convinto che il romanzo, pur essendo meno immediato, sia la forma artistica più completa e potenzialmente inesplorata che esista.

CM - Uno degli aspetti su cui si tendono i legami più solidi tra il Malabaila personaggio e Damon Kidd sta nell’ambizione di superare i tempi, di scrivere/comporre qualcosa che duri e non venga superato dalle mode e dai nuovi arrivati, come i terribili, plasticosi Four Teens. A proposito, quali sono i Four Teens dell’editoria di oggi contro cui il Malabaila combatte?


AM - Fare qualcosa che duri è anche la mia – presuntuosissima – ambizione. D'altra parte si scrive pure per questo, per lasciare un segno del nostro passaggio, e nessuno sa che cosa rimarrà tra cent'anni di tutta la quantità di libri che vengono pubblicati ogni giorno. Però quello della moda è un discorso che mi preme molto e che in parte ho già accennato prima a proposito dei Rolling Stones. Dopo aver pubblicato il mio romanzo con Marsilio, c'è stato un periodo in cui ricevevo dei rifiuti motivati con “le storie come le tue non sono più di moda” oppure “dovresti smetterla di scrivere queste cose e guardarti intorno”. Ora, io non credo che una storia sia come un paio di scarpe. Non c'è una storia che vada bene per la primavera-estate di un anno e un'altra per l'autunno-inverno dell'anno dopo. Credo che ci siano storie più o meno interessanti, più o meno originali, più o meno divertenti, più o meno commoventi... Scrivere una storia di vampiri, perché le storie di vampiri vendono, o una storia soft-porno perché è il filone in voga, sinceramente non mi interessa. Quindi come i Four Teens del mio libro sono l'ennesimo prodotto studiato a tavolino dai discografici, i Four Teens contro cui combatto sono quei libri da supermercato che certi editori poco propensi al rischio cercano di propinarci ogni giorno. Quelli che sembrano tutti uguali, in cui non troverai mai un punto e virgola, che hanno tot parole per frase e tot righe per paragrafo, e che alla fine non ti lasciano nulla.