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sabato 13 novembre 2010

"Rapsodia su un solo tema": intervista su "Malicuvata", seconda parte

Riporto la continuazione della conversazione con Lorenzo Mari, apparsa su http://www.malicuvata.it/-modi-verbosi-/-del-2010-/268-a-domanda-risponde-claudio-morandini.html.

Lorenzo Mari: Pare, tuttavia, che non sia più possibile fare questo attenendosi alla meta-letteratura che è stata tipica del “postmoderno classico”, se mi passi quest’ultima definizione, un po’ paradossale. Dove sono finiti gli scrittori che parlano di scrittori che parlano di scrittori o i personaggi che parlano di altri personaggi che parlano etc.? Sono stati sommersi dalla quantità di narrazioni disponibili oggi (tanto che andremo incontro, secondo Douglas Coupland, alla de-narrazione)? Meglio rifugiarsi nelle note, e nel loro confronto con le parole? In altre parole, il testo meta-letterario è ormai da considerarsi come un oggetto d’antiquariato? Non serve più? C’è ancora qualche speranza nella riflessione interdisciplinare? Quale?

Claudio Morandini: Da questo punto di vista, anche “Rapsodia su un solo tema” appare come un oggetto di antiquariato – o meglio di modernariato. C’è sempre qualcuno che, dopo aver letto un mio romanzo, ne nota l’inattualità – il più delle volte, per fortuna, si tratta di un complimento. Non è un problema per me: come ho già detto altrove, mi sento appartenere al Novecento, per ragioni anagrafiche e sentimentali. Soprattutto appartengono al Novecento i miei personaggi, come Dvoinikov, che guarda con disincanto alla fine del mito dell’originalità (ma non è un problema così grave, visto che per lui la composizione è essenzialmente un lavoro di alto artigianato…), e Prescott, che vive invece con una certa spensieratezza in un ambiente postmoderno (ma la contaminazione con il basso, con la techno di DJ Kosmo, lo riempirà di angoscia e di stizza). Per loro la classica, classicissima struttura a matrioska (uno che racconta di un altro che racconta di un altro che…) è un modo accettabile di intendere non solo la loro arte, ma anche la loro vita.
Nessuno dei due corre il rischio di cadere nella de-narrazione; non ne possono sospettare nemmeno il futuro concepimento. Si comportano come “personaggi”, e tendono a leggere se stessi come figure di romanzo – be’, d’accordo, sono davvero personaggi da romanzo. Prescott anzi sembra vedersi come una figura da sit-com… In questo senso, il più compiaciuto dei due è Dvoinikov, che nel racconto della sua vita ritorna quasi proto-novecentesco, e scivola un paio di volte in un decadentismo fuori tempo massimo. Ma lo si perdona, perché per lui inventare la propria vita come la vita di un personaggio di letteratura è un modo per rivendicare un controllo su di sé e coltivare un orticello di libertà.
Tornando alla questione della meta-letterarietà: ho la netta sensazione che ogni testo sia un meta-testo – io, almeno, leggo così ogni cosa che mi capiti sotto gli occhi, al di là del contenuto, come una riflessione sul linguaggio. Non rinuncio al piacere di seguire le avventure corse dalle parole, di indagare la componente “narrativa” del linguaggio. Tu dici che oggi il modello ormai “classico” di meta-letteratura post-moderna è in crisi – e io ti credo, non frequento molto la contemporaneità, seguo di malavoglia i trend editoriali. Che sia sopravvenuto un effetto di saturazione? Troppi scrittori hanno scritto di se stessi o di altri scrittori? Troppi si sono interrogati sulla natura della scrittura? Troppi scrittori in crisi (ora volo più basso), ridotti a macchietta, troppi complessi da pagina bianca? Oppure la meta-letteratura è diventato un giochino superficiale, un ricorso ludico a stilemi, a comodi cliché? O infine nessuno si interroga più sulla scrittura perché nessuno (ora esagero) padroneggia più la scrittura? O nessuno ha più nulla da chiedere alla letteratura, se non placido svago e qualche salto sulla sedia al momento giusto?
Non posso rispondere a queste domande – ma è certo, per dirne una, che il Calvino che indagava le potenzialità combinatorie del narrare non sembra aver lasciato tracce tangibili oggi, tra gli scaffali delle librerie. Anzi, da qualche anno si diffida di quel modello, e lo si fa con uno strano sollievo, come se ci si fosse finalmente liberati da un gran peso. E non parlo da calviniano tutto d’un pezzo, bada, perché c’è ben poco di calviniano nel mio modo di procedere, di accumulare pagine nel corso di anni, lasciando che si creino connessioni e si sviluppino percorsi. Mi manca insomma quel suo senso progettuale della struttura – ma amo il mio modo arruffato di procedere a tentoni. Però sto divagando.
Mi chiedi se la musica possa soccorrere la letteratura nella riflessione su se stessa, attraverso il confronto tra le peculiarità e le differenze dei due linguaggi. Perché no, mi dico. A patto che con “musica” non si intenda semplicemente il mondo colorato di chi vive di musica, la ascolta, la produce, la esegue, la scrive – in tal caso la musica vale quanto, che so, l’architettura, il giardinaggio o qualunque altro microcosmo popolato di personaggi più o meno singolari. E a patto che non si parli di “musicalità” della lingua – questa è semplicemente la cara vecchia retorica dei classici, altro che musica. Ma una letteratura che si avvicina alla musica, ne “imita” le forme, ne esplora le strutture, e allo stesso tempo non si illude di trasformarsi in musica, perché procederà sempre con approssimazione, per analogie o per contrasti – ecco, una letteratura così può avere un qualche senso anche oggi, sarà una riflessione sui fondamenti e sui processi del linguaggio. La cosa può diventare intrigante se, come fanno certi compositori o teorici della musica, si mette in dubbio che la musica possa essere considerata un linguaggio.
Il bello è che non mi sono posto questi interrogativi mentre lavoravo a“Rapsodia su un solo tema”. Ho lasciato lievitare il romanzo, animato soprattutto dal piacere dell’invenzione, o della reinvenzione – anche se l’ho concluso oppresso da un senso crescente di angoscia. Soprattutto, ero spinto dal desiderio di condividere una appassionata familiarità con la musica. Le riflessioni teoriche sono venute dopo, e sono ancora in corso, come vedi.

"Rapsodia su un solo tema": intervista su "Malicuvata"

Questa settimana il sito di "Malicuvata Casa lettrice", http://www.malicuvata.it, in preparazione all'incontro bolognese del 18 novembre presso lo Zammù, ha dedicato varie pagine a "Rapsodia su un solo tema". Dopo la recensione di Lorenzo Mari (e la mia risposta), ecco un dialogo, intitolato "La msucia è un linguaggio?". Ne riporto la prima parte.

Lorenzo Mari: Nel tuo romanzo “Rapsodia su un solo tema”, le riflessioni sulla musica e sulla letteratura s’intrecciano senza sosta, e sempre con estrema naturalezza. Danno luogo a incontri, scontri, contraddizioni, deviazioni, fusioni sinergiche, e, non ultimo, anche ad ampie considerazioni estetiche.

Claudio Morandini: È vero. Molti dei compositori di cui racconto la vita in “Rapsodia” praticano la scrittura, oltre alla musica. Carl Thalberg si ostina da anni dietro un trattato sull’accordo di settima di dominante (e va bene, qui siamo dalle parti dello scherzo) ed è il curatore del trattato rimasto incompiuto dal suo compagno Ethan Prescott; questi è poco meno che un grafomane, un trascrittore di tutto ciò che gli accade; Dvoinikov stesso ha accarezzato più volte in passato di scrivere su questo e su quello – essenzialmente sul suo antenato musicista e anch’egli poligrafo Joseph Mathias Mayer… Dietro a questa intrusione della scrittura c’è ovviamente una necessità, quella mia di ricondurre comunque alla forma del romanzo, alla narrazione, una materia che sembra appartenere ad altri ambiti. Ma non è solo questo. Prescott, e anche Dvoinikov, almeno nelle intenzioni, si affidano alla scrittura per dire ciò che non possono dire con la musica. Visto che la musica sembra parlare solo di se stessa, erigendo strutture di puri suoni, rifiutandosi a ogni contaminazione con la vita (Dvoinikov ne è convinto, Prescott sembra più possibilista riguardo a una semantica musicale), ecco che la scrittura, le parole vengono in soccorso. Danno a Prescott uno strumento con cui leggere la realtà, o almeno provare a metterci ordine; e a Dvoinikov, addirittura, garantiscono una libertà che la musica, più ossequiosa alle regole proprie e alle direttive altrui, sembra negare.
Entrambi, da musicisti che sanno bene cosa la musica è e cosa non è, tengono ben separati i due mondi. È il romanzo – sono io, cioè – che mescola le carte, e tenta di contaminare musica e scrittura, non solo ispirandosi con una certa libertà a una delle forme meno rigide della musica – la rapsodia –, o a una certa idea di musica a programma, ma anche ripercorrendo i diversi modi possibili con cui la parola può “raccontare”, o “analizzare”, o “parafrasare” la musica.

mercoledì 3 novembre 2010

"Rapsodia su un solo tema": le riflessioni di Lorenzo Mari

Lorenzo Mari, con cui avrò il piacere di confrontarmi giovedì 18 novembre nell'ambito della terza rassegna "Dalla A allo Zammù - Alfabeto letterario" allo Zammù di Bologna, ha dedicato a "Rapsodia su un solo tema" un'analisi densa e invitante sul suo blog http://langosciadellinfluenza.wordpress.com. La riporto nella sua interezza.

"In tutta la Rapsodia su un solo tema, Claudio Morandini pare dire una sola cosa: giocare con gli stilemi della scrittura postmoderna non vuol dire per forza di cose oscillare tra debole e forte. Semmai, significa lasciar scorrere le dita sulla tastiera di un piano/forte.
Leggiadra e certamente molto più aggraziata di questa battuta è la scrittura di Morandini, al suo terzo romanzo dopo Nora e le ombre (Palomar, 2006) e Le larve (Pendragon, 2008). È con grazia, infatti, prima che con altri mezzi, che lo scrittore aostano conduce per mano il lettore in questi Colloqui con Rafael Dvoinikov – sottotitolo del romanzo – facendolo passare attraverso una miriade di testualità differenti, un caleidoscopio di esperienze diverse: il diario di Ethan Prescott (nel ruolo dell’intervistatore, mentre Dvoinikov è l’intervistato; a volte, però, bouleversement: accade il contrario); il racconto in prima persona di Dvoinikov; la descrizione proto-saggistica delle opere di quest’ultimo; la trascrizione di un trattato del Settecento; una serie di note anarchiche e dissacranti…
E il lettore non si perde mai, in quest’opera riconoscibile a tutti gli effetti come post-moderna – dunque caotica, disseminata e multi-prospettica – potendo invece seguire fedelmente, e con passione, la storia, il plot. Brevemente: il musicista Ethan Prescott, imbarcatosi nell’impresa di scrivere una monografia sul compositore russo Rafael Dvoinikov, ritiratosi a vita privata, lo va a trovare più volte presso la sua dacia di campagna vicino a San Pietroburgo, traendone spunto per cambiare la propria vita. Il cambio avviene nello stesso modo in cui si riscrive un testo, in cui si torna a suonare una partitura…
Non sveliamo altro. Forte nel piano, si diceva. L’adesione, anche ideologica, all’estetica del postmoderno – reiterata la critica ai miti letterari dell’originalità e dell’autenticità (tanto complessi che risulta urgente, e allo stesso tempo, ridicolo cercare i Prescott e i Dvoinikov su Wikipedia) – non finisce, come spesso accade, per ostruire il libero flusso della narrazione. Non preclude, anzi riesce ad aumentare il piacere della lettura.
Ma sicuramente anche piano nel forte. Entrano dolcemente, con garbo, alcune note, che, uscendo dal frame del senso comune, acquistano il peso di una riflessione a tutto tondo, che non ha più bisogno di etichette – neanche di quella, assai ambigua, del “post-moderno”. Si tratta di alcune perle, come questa: È sempre sorprendente come i momenti cruciali della vita tendano ad assomigliare a scene madri da cattiva letteratura – ed è una scoperta altrettanto stupefacente che affrontare questi momenti razionalizzandoli attraverso il paragone letterario non faccia sentire per nulla meglio.
Naturalmente, quando la letteratura è buona, come in questo caso, arte e vita si fondono in modo esplosivo – non implosivo – dando vita a un’autentica rapsodia su un solo tema. E se anche la citazione logicamente non tiene, questo, nel mondo della letteratura, della musica, e non solo, non la squalifica, non la fa meno vera. Anzi."
http://langosciadellinfluenza.wordpress.com/2010/11/02/claudio-morandini-rapsodia-postmoderna-su-un-solo-tema-non-postmoderno/

Ho raccolto l'invito di Lorenzo a un confronto preliminare, e ho risposto così:
"Caro Lorenzo, la tua lettura di Rapsodia come di un testo post-moderno è convincente – lo è, post-moderno, anche se non era programmato che lo fosse. Credo che sia l’effetto – inevitabile, e da un certo punto in poi assecondato – di un modo di scrivere, il mio, che non segue un’architettura definita, e si fonda sull’accumulo per anni di pagine disparate attorno a un vaghissimo spunto iniziale (anche per Le larve è stato così). Ed è vero che molte di queste pagine sono travestimenti (diario, verbale, trattatello, pagina di saggio, sit-com…), o meglio appropriazioni, come lo è il punto di partenza (impadronirmi delle conversazioni tra Craft e Stravinsky come di un genere letterario e farci una storia insieme simile e diversa). Lavorare su materiale di provenienza esterna mi ha costretto in un certo senso a pormi il problema dell’originalità – a farlo porre ai miei personaggi, con una certa insistenza. Allo stesso tempo, credo che questo dell’originalità sia un tema non solo mio, ma di tutto il Novecento (secolo di cui mi sento ancora parte, per ragioni anagrafiche e sentimentali). A dirla tutta, e con un po’ di rossore, riconosco di essermi sentito stravinskiano in quest’operazione di attraversamento di epoche e generi e stili (lo Stravinsky manipolatore del Jeu de Cartes o insomma del neoclassicismo maturo). Procedere per tasselli, per piccoli passi, per scarti, con l’aria di divagare – e magari divagare davvero, e perdersi dietro a percorsi imprevisti, perché comunque anche tra pagine lontanissime si tessono fili, si colgono legami…
C’è un effetto che mi piace molto ottenere quando scrivo, ed è quel suono evocato per simpatia dall’attrito tra pagine tanto diverse, o quel silenzio improvviso che si apre tra una pagina l’altra – in attesa di cogliere un legame, un fil rouge, di ricondurre le parti a un insieme… Trovo che sia uno dei modi più “veri” della letteratura, o meglio uno dei punti di maggiore contatto tra la pagina scritta e la vita come la cogliamo noi – una posizione ingenua, è vero, e anche paradossale, perché comunque non esclude l’artificio letterario, anzi se ne appropria.
E hai ragione quando parli di “grazia”, di dolcezza o di garbo – a me, mentre scrivevo, veniva spesso in mente la “leggerezza”, quella calviniana (non sono tra quelli che oggi sbuffano a sentir parlare di Calvino), o una sorta di ideale di levità settecentesca (e al Settecento ho finito per arrivare davvero, con il libello di Mayer): un po’ per educazione mia (detesto alzare la voce), un po’ per il carattere dei miei personaggi, e per la struttura dialogica di gran parte del romanzo (conversare costringe ad ascoltarsi, a capirsi, a rispettarsi o almeno a fingere di farlo), un po’ infine per la materia del romanzo (la musica colta è materia ”pesante”, da bilanciare con un adeguato alleggerimento)."

L'appuntamento (e l'invito a continuare la conversazione) è per giovedì 18 novembre alle 21.30 alla Libreria Zammù, in via Saragozza 32/a a Bologna, per la Terza edizione della rassegna letteraria "Dalla A allo Zammù", curata da Casa Lettrice Malicuvata.
Introducono Lorenzo Mari, Marco Nardini e Bruno Fiorini. Illustrazioni live di Kain Malcovich.