mercoledì 3 novembre 2010

"Rapsodia su un solo tema": le riflessioni di Lorenzo Mari

Lorenzo Mari, con cui avrò il piacere di confrontarmi giovedì 18 novembre nell'ambito della terza rassegna "Dalla A allo Zammù - Alfabeto letterario" allo Zammù di Bologna, ha dedicato a "Rapsodia su un solo tema" un'analisi densa e invitante sul suo blog http://langosciadellinfluenza.wordpress.com. La riporto nella sua interezza.

"In tutta la Rapsodia su un solo tema, Claudio Morandini pare dire una sola cosa: giocare con gli stilemi della scrittura postmoderna non vuol dire per forza di cose oscillare tra debole e forte. Semmai, significa lasciar scorrere le dita sulla tastiera di un piano/forte.
Leggiadra e certamente molto più aggraziata di questa battuta è la scrittura di Morandini, al suo terzo romanzo dopo Nora e le ombre (Palomar, 2006) e Le larve (Pendragon, 2008). È con grazia, infatti, prima che con altri mezzi, che lo scrittore aostano conduce per mano il lettore in questi Colloqui con Rafael Dvoinikov – sottotitolo del romanzo – facendolo passare attraverso una miriade di testualità differenti, un caleidoscopio di esperienze diverse: il diario di Ethan Prescott (nel ruolo dell’intervistatore, mentre Dvoinikov è l’intervistato; a volte, però, bouleversement: accade il contrario); il racconto in prima persona di Dvoinikov; la descrizione proto-saggistica delle opere di quest’ultimo; la trascrizione di un trattato del Settecento; una serie di note anarchiche e dissacranti…
E il lettore non si perde mai, in quest’opera riconoscibile a tutti gli effetti come post-moderna – dunque caotica, disseminata e multi-prospettica – potendo invece seguire fedelmente, e con passione, la storia, il plot. Brevemente: il musicista Ethan Prescott, imbarcatosi nell’impresa di scrivere una monografia sul compositore russo Rafael Dvoinikov, ritiratosi a vita privata, lo va a trovare più volte presso la sua dacia di campagna vicino a San Pietroburgo, traendone spunto per cambiare la propria vita. Il cambio avviene nello stesso modo in cui si riscrive un testo, in cui si torna a suonare una partitura…
Non sveliamo altro. Forte nel piano, si diceva. L’adesione, anche ideologica, all’estetica del postmoderno – reiterata la critica ai miti letterari dell’originalità e dell’autenticità (tanto complessi che risulta urgente, e allo stesso tempo, ridicolo cercare i Prescott e i Dvoinikov su Wikipedia) – non finisce, come spesso accade, per ostruire il libero flusso della narrazione. Non preclude, anzi riesce ad aumentare il piacere della lettura.
Ma sicuramente anche piano nel forte. Entrano dolcemente, con garbo, alcune note, che, uscendo dal frame del senso comune, acquistano il peso di una riflessione a tutto tondo, che non ha più bisogno di etichette – neanche di quella, assai ambigua, del “post-moderno”. Si tratta di alcune perle, come questa: È sempre sorprendente come i momenti cruciali della vita tendano ad assomigliare a scene madri da cattiva letteratura – ed è una scoperta altrettanto stupefacente che affrontare questi momenti razionalizzandoli attraverso il paragone letterario non faccia sentire per nulla meglio.
Naturalmente, quando la letteratura è buona, come in questo caso, arte e vita si fondono in modo esplosivo – non implosivo – dando vita a un’autentica rapsodia su un solo tema. E se anche la citazione logicamente non tiene, questo, nel mondo della letteratura, della musica, e non solo, non la squalifica, non la fa meno vera. Anzi."
http://langosciadellinfluenza.wordpress.com/2010/11/02/claudio-morandini-rapsodia-postmoderna-su-un-solo-tema-non-postmoderno/

Ho raccolto l'invito di Lorenzo a un confronto preliminare, e ho risposto così:
"Caro Lorenzo, la tua lettura di Rapsodia come di un testo post-moderno è convincente – lo è, post-moderno, anche se non era programmato che lo fosse. Credo che sia l’effetto – inevitabile, e da un certo punto in poi assecondato – di un modo di scrivere, il mio, che non segue un’architettura definita, e si fonda sull’accumulo per anni di pagine disparate attorno a un vaghissimo spunto iniziale (anche per Le larve è stato così). Ed è vero che molte di queste pagine sono travestimenti (diario, verbale, trattatello, pagina di saggio, sit-com…), o meglio appropriazioni, come lo è il punto di partenza (impadronirmi delle conversazioni tra Craft e Stravinsky come di un genere letterario e farci una storia insieme simile e diversa). Lavorare su materiale di provenienza esterna mi ha costretto in un certo senso a pormi il problema dell’originalità – a farlo porre ai miei personaggi, con una certa insistenza. Allo stesso tempo, credo che questo dell’originalità sia un tema non solo mio, ma di tutto il Novecento (secolo di cui mi sento ancora parte, per ragioni anagrafiche e sentimentali). A dirla tutta, e con un po’ di rossore, riconosco di essermi sentito stravinskiano in quest’operazione di attraversamento di epoche e generi e stili (lo Stravinsky manipolatore del Jeu de Cartes o insomma del neoclassicismo maturo). Procedere per tasselli, per piccoli passi, per scarti, con l’aria di divagare – e magari divagare davvero, e perdersi dietro a percorsi imprevisti, perché comunque anche tra pagine lontanissime si tessono fili, si colgono legami…
C’è un effetto che mi piace molto ottenere quando scrivo, ed è quel suono evocato per simpatia dall’attrito tra pagine tanto diverse, o quel silenzio improvviso che si apre tra una pagina l’altra – in attesa di cogliere un legame, un fil rouge, di ricondurre le parti a un insieme… Trovo che sia uno dei modi più “veri” della letteratura, o meglio uno dei punti di maggiore contatto tra la pagina scritta e la vita come la cogliamo noi – una posizione ingenua, è vero, e anche paradossale, perché comunque non esclude l’artificio letterario, anzi se ne appropria.
E hai ragione quando parli di “grazia”, di dolcezza o di garbo – a me, mentre scrivevo, veniva spesso in mente la “leggerezza”, quella calviniana (non sono tra quelli che oggi sbuffano a sentir parlare di Calvino), o una sorta di ideale di levità settecentesca (e al Settecento ho finito per arrivare davvero, con il libello di Mayer): un po’ per educazione mia (detesto alzare la voce), un po’ per il carattere dei miei personaggi, e per la struttura dialogica di gran parte del romanzo (conversare costringe ad ascoltarsi, a capirsi, a rispettarsi o almeno a fingere di farlo), un po’ infine per la materia del romanzo (la musica colta è materia ”pesante”, da bilanciare con un adeguato alleggerimento)."

L'appuntamento (e l'invito a continuare la conversazione) è per giovedì 18 novembre alle 21.30 alla Libreria Zammù, in via Saragozza 32/a a Bologna, per la Terza edizione della rassegna letteraria "Dalla A allo Zammù", curata da Casa Lettrice Malicuvata.
Introducono Lorenzo Mari, Marco Nardini e Bruno Fiorini. Illustrazioni live di Kain Malcovich.

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