Vanna Vinci, con il graphic novel “Il richiamo di Alma”,
rende omaggio a uno degli scrittori più appartati (suo malgrado) e meno
ricordati dell’ultimo Novecento, il triestino Stelio Mattioni. L’edizione
Adelphi del romanzo risale al 1980, e non è più stata ristampata, nonostante
sia stata finalista al Campiello nello stesso anno; altri suoi titoli sono
stati pubblicati da Adelphi in quegli anni, e scovarli è sempre fonte di
piacere, perché Mattioni era narratore di razza, edificatore di storie dense di
inquietudine e sottintesi, calate nell’ambiente triestino, saporose di mare e
di terra, addossate a confini veri o presunti, sempre immerse in colori e tempi
che più che alla realtà appartengono al sogno. Di lui rimangono, parrebbe,
inediti preziosi che Mattioni non ha potuto o non ha voluto pubblicare
nell’ultima fase, amara, della sua vita: l’editore Zandonai ne ha pubblicato
anni fa uno, “Dolodi”, robustamente angoscioso.
Ma dicevamo del graphic novel di Vanna Vinci, del
colorato “Richiamo di Alma”, prima apparso a puntate su “Il Piccolo” di Trieste
nell’estate del 2013 poi edito da Bao Publishing nel 2014 in un bel cofanetto, e
in questa veste presentato anche a Lucca Comics. Vinci presta il suo tratto
essenziale e accurato a questa storia sfuggente – la storia di un’ossessione
per una donna che è tante donne assieme, una ricerca fatta di inseguimenti e
attese e apparizioni – e colora le tavole di tinte delicate e sfumate, acquarellate
e estive. La sua Trieste, evocata con precisione nelle architetture e nei
dettagli urbanistici, ma sempre vista come attraverso un vetro, o un velo, è raggiunta
dal sole anche nei vicoli più stretti, è luminosa anche negli scorci notturni.
Qui il rimando, oltre che al testo di Mattioni, sta forse anche nell’illustrazione
dell’edizione Adelphi, un’incisione di Delvaux (“L’impératrice”, del 1974) che raffigura
una donna sullo sfondo di una notte chiara e nitida, con certi rosa, certi
giallini che mi è parso di ritrovare anche nell’opera di Vinci. La quale, sia
detto per inciso, a Trieste aveva già ambientato una storia sospesa tra realtà
e sogno, passato e presente, “Aida al confine” (Kappa edizioni, 2003): ma
quella Trieste, lunare e in penombra, gravata dai ricordi tragici dell’ultima
guerra, sembra un’altra città rispetto a quella in cui si muovono lievi i
personaggi dell’“Alma” di oggi.
Altra allusione che trascende
il libro, e meglio ne dà una precisa interpretazione, sta nella decisione di
rendere il protagonista, l’io narrante, il giovanotto magro, bruno e
spettinato, come una sorta di giovane Mattioni stilizzato – lo si intuisce nei
profili, in quel bel naso importante e spigoloso che pare una caricatura del
naso del romanziere.
Il graphic novel è fedele al romanzo, ne segue con rispetto e affetto
i capitoli, concedendosi giusto qualche ellissi, qualche condensazione nella
trama: e in queste tavole si parla poco e si pensa molto, nel senso che i dialoghi
sono spesso essenziali, mentre prevalgono le didascalie riservate all’io
narrante, che dell’io narrante di Mattioni è una parafrasi un po’ più
scorrevole e contemporanea, pur mantenendo la distanza dagli eventi e una certa
patina letteraria grazie all’uso del passato remoto.
Ma non ci sorprende che
Vanna Vinci abbia voluto rendere questo bell’omaggio a un esploratore di spazi
come Stelio Mattioni, preciso e insieme vago come un pittore di piazze
metafisiche; perché le storie che Vinci ama raccontare sono molto spesso perlustrazioni
di luoghi urbani, sono lo scavo nel passato sedimentatosi in città che di sé
non rivelano che la superficie. Penso alla già citata “Aida al confine”, ma
anche ai più antichi “Ombre” (Kappa, 1997), “Una casa a Venezia”, scritta con
Giovanni Mattioli (Kappa, 1999), a “Sophia nella Parigi ermetica” (Kappa,
2007), a “Gatti neri cani bianchi. Lungo la strada” (sempre Kappa, 2010), e
magari pure a certi momenti de “La bambina filosofica”. Vanna Vinci resta
fedele a quest’idea dell’esplorazione di un mondo sconosciuto, che si apre e
svela un po’ alla volta eppure non si concede mai del tutto, a città-labirinti
che diventano più indecifrabili proprio nel momento in cui si addensano i
dettagli più riconoscibili, a personaggi che le abitano e vi si aggirano come
Virgili: città-memoria, città-cervelli in cui ci muoviamo appunto come in un
dormiveglia, seguendo percorsi analogici, e in cui pian piano maturiamo. Alla
fine, ci troveremo invecchiati, smagati, più consapevoli, afflitti da una sorta
di dolce tristezza, e cercheremo, come dopo certi sogni vividi ma sfuggenti, di
fissare quel poco che ci rimane dei ricordi che abbiamo trattenuto.
Rispetto alle opere
precedenti, ne “Il richiamo di Alma” i ruoli si sono però ribaltati: nelle vesti
di Virgilio, o di Bianconiglio, c’è Alma, appunto, le mille Alme in cui si
manifesta questa ipotesi femminile; e nel ruolo dell’inseguitore, un giovane
uomo smarrito e taciturno, mosso come suo malgrado. Alma è tutto e il suo
contrario: può apparire bella o brutta, adulta o bambina; qualcosa di lei
brilla inaspettatamente negli occhi dei personaggi più lontani e incompatibili.
Qui il tratto essenziale e morbido di Vanna Vinci esalta l’indefinitezza di
questo personaggio proteiforme, ne facilita la riconoscibilità, invita a
vederla in ogni volto femminile, ci fa sentire insomma partecipi della
personale ossessione del protagonista.

