Visualizzazione post con etichetta Stelio Mattioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Stelio Mattioni. Mostra tutti i post

venerdì 8 maggio 2015

Da Fuori Asse speciale Lucca Comics 2014: Vanna Vinci

Vanna Vinci, con il graphic novel “Il richiamo di Alma”, rende omaggio a uno degli scrittori più appartati (suo malgrado) e meno ricordati dell’ultimo Novecento, il triestino Stelio Mattioni. L’edizione Adelphi del romanzo risale al 1980, e non è più stata ristampata, nonostante sia stata finalista al Campiello nello stesso anno; altri suoi titoli sono stati pubblicati da Adelphi in quegli anni, e scovarli è sempre fonte di piacere, perché Mattioni era narratore di razza, edificatore di storie dense di inquietudine e sottintesi, calate nell’ambiente triestino, saporose di mare e di terra, addossate a confini veri o presunti, sempre immerse in colori e tempi che più che alla realtà appartengono al sogno. Di lui rimangono, parrebbe, inediti preziosi che Mattioni non ha potuto o non ha voluto pubblicare nell’ultima fase, amara, della sua vita: l’editore Zandonai ne ha pubblicato anni fa uno, “Dolodi”, robustamente angoscioso.
Ma dicevamo del graphic novel di Vanna Vinci, del colorato “Richiamo di Alma”, prima apparso a puntate su “Il Piccolo” di Trieste nell’estate del 2013 poi edito da Bao Publishing nel 2014 in un bel cofanetto, e in questa veste presentato anche a Lucca Comics. Vinci presta il suo tratto essenziale e accurato a questa storia sfuggente – la storia di un’ossessione per una donna che è tante donne assieme, una ricerca fatta di inseguimenti e attese e apparizioni – e colora le tavole di tinte delicate e sfumate, acquarellate e estive. La sua Trieste, evocata con precisione nelle architetture e nei dettagli urbanistici, ma sempre vista come attraverso un vetro, o un velo, è raggiunta dal sole anche nei vicoli più stretti, è luminosa anche negli scorci notturni. Qui il rimando, oltre che al testo di Mattioni, sta forse anche nell’illustrazione dell’edizione Adelphi, un’incisione di Delvaux (“L’impératrice”, del 1974) che raffigura una donna sullo sfondo di una notte chiara e nitida, con certi rosa, certi giallini che mi è parso di ritrovare anche nell’opera di Vinci. La quale, sia detto per inciso, a Trieste aveva già ambientato una storia sospesa tra realtà e sogno, passato e presente, “Aida al confine” (Kappa edizioni, 2003): ma quella Trieste, lunare e in penombra, gravata dai ricordi tragici dell’ultima guerra, sembra un’altra città rispetto a quella in cui si muovono lievi i personaggi dell’“Alma” di oggi.
Altra allusione che trascende il libro, e meglio ne dà una precisa interpretazione, sta nella decisione di rendere il protagonista, l’io narrante, il giovanotto magro, bruno e spettinato, come una sorta di giovane Mattioni stilizzato – lo si intuisce nei profili, in quel bel naso importante e spigoloso che pare una caricatura del naso del romanziere.
Il graphic novel è fedele al romanzo, ne segue con rispetto e affetto i capitoli, concedendosi giusto qualche ellissi, qualche condensazione nella trama: e in queste tavole si parla poco e si pensa molto, nel senso che i dialoghi sono spesso essenziali, mentre prevalgono le didascalie riservate all’io narrante, che dell’io narrante di Mattioni è una parafrasi un po’ più scorrevole e contemporanea, pur mantenendo la distanza dagli eventi e una certa patina letteraria grazie all’uso del passato remoto.

Ma non ci sorprende che Vanna Vinci abbia voluto rendere questo bell’omaggio a un esploratore di spazi come Stelio Mattioni, preciso e insieme vago come un pittore di piazze metafisiche; perché le storie che Vinci ama raccontare sono molto spesso perlustrazioni di luoghi urbani, sono lo scavo nel passato sedimentatosi in città che di sé non rivelano che la superficie. Penso alla già citata “Aida al confine”, ma anche ai più antichi “Ombre” (Kappa, 1997), “Una casa a Venezia”, scritta con Giovanni Mattioli (Kappa, 1999), a “Sophia nella Parigi ermetica” (Kappa, 2007), a “Gatti neri cani bianchi. Lungo la strada” (sempre Kappa, 2010), e magari pure a certi momenti de “La bambina filosofica”. Vanna Vinci resta fedele a quest’idea dell’esplorazione di un mondo sconosciuto, che si apre e svela un po’ alla volta eppure non si concede mai del tutto, a città-labirinti che diventano più indecifrabili proprio nel momento in cui si addensano i dettagli più riconoscibili, a personaggi che le abitano e vi si aggirano come Virgili: città-memoria, città-cervelli in cui ci muoviamo appunto come in un dormiveglia, seguendo percorsi analogici, e in cui pian piano maturiamo. Alla fine, ci troveremo invecchiati, smagati, più consapevoli, afflitti da una sorta di dolce tristezza, e cercheremo, come dopo certi sogni vividi ma sfuggenti, di fissare quel poco che ci rimane dei ricordi che abbiamo trattenuto.

Rispetto alle opere precedenti, ne “Il richiamo di Alma” i ruoli si sono però ribaltati: nelle vesti di Virgilio, o di Bianconiglio, c’è Alma, appunto, le mille Alme in cui si manifesta questa ipotesi femminile; e nel ruolo dell’inseguitore, un giovane uomo smarrito e taciturno, mosso come suo malgrado. Alma è tutto e il suo contrario: può apparire bella o brutta, adulta o bambina; qualcosa di lei brilla inaspettatamente negli occhi dei personaggi più lontani e incompatibili. Qui il tratto essenziale e morbido di Vanna Vinci esalta l’indefinitezza di questo personaggio proteiforme, ne facilita la riconoscibilità, invita a vederla in ogni volto femminile, ci fa sentire insomma partecipi della personale ossessione del protagonista.

domenica 26 giugno 2011

Letture: Stelio Mattioni


Ho scoperto da poco Stelio Mattioni, grazie all’editore Zandonai, che nel 2010 ha pubblicato postumo il romanzo “Dolodi”, uno degli inediti (altri verranno prossimamente alla luce). Incuriosito (no, è poco: appassionato) per le doti del narratore triestino, ho rintracciato (per ora) altri due suoi libri, all’epoca pubblicati da Adelphi, “Il richiamo di Alma”, nel 1980, e “Tululù”, anch’esso postumo, nel 2002. L’alterna fortuna editoriale di Mattioni (è quasi un eufemismo) lo rende ancora adesso un autore da cercare con attenzione (fuori catalogo, nelle bancarelle, nelle biblioteche), per quanto fecondo, e da riscoprire (e qui torno a ringraziare Zandonai, che mostra spesso di avere buon fiuto e la dose giusta di coraggio).
Mattioni è essenzialmente un raccontatore di spazi, aperti (in “Alma”, su e giù continuamente lungo le vie e le erte di Trieste), ma più spesso chiusi, concentrati in appartamenti, in case, in ville (“Dolodi” e “Tululù"). I suoi personaggi vagano da un luogo all’altro, da una stanza all’altra, da una casa all’altra, mossi da un’inquietudine che diventa presto ossessione, o spostati da una fatalità altrettanto dispotica. Quando si tratta di case, eccoli smaniare dal desiderio di divenirne legittimi proprietari, e scontrarsi con l’incombere di elementi estranei, vecchia mobilia, presenze ingombranti e appiccicose: così Dolodi, il precedente proprietario della villa ipotecata che Emilio ha acquistato per sé e la moglie, non se ne va, resta rintanato nelle sue stanze, depositario di segreti, fonte di continua esasperazione per i nuovi abitanti; e anche sua moglie e sua figlia finiscono per tornare alla villa, ulteriori presenze incongrue; e allo stesso modo Tululù, cioè sciocchina, come la candida Matilde è chiamata da Assunta, la figlia, sembra non riuscire a distaccarsi dalla villa in cui la vecchia Signora dapprima la ospita dopo il fallimento del matrimonio ma in realtà finisce per utilizzarla come donna di servizio.
Sono spazi di grande concretezza architettonica, eppure hanno una loro dimensione astratta, simbolica. A riportarli in una dimensione più concreta, terrena, sono le questioni economiche, sempre un po’ grette, che sembrano connaturate alla proprietà di questi immobili, e che Mattioni descrive così bene in tutta la loro oppressione. Accanto a questa, l’oppressione dei legami familiari, anch’essi giocati sulla necessità di mantenere una posizione sociale, su un senso soffocante e piuttosto provinciale di decoro borghese. Sono quegli ambienti, quelle stanze e quelle case (o quelle vie) a determinare i caratteri, a consegnarci un pensiero alla volta le complesse ed ellittiche psicologie dei personaggi che vi si rifugiano o vi restano invischiati.
A fare di Mattioni uno scrittore “di confine”, oltre ai dati biografici, ci sono appunto i confini, che ogni tanto appaiono improvvisi nei suoi romanzi, a separare mondi simili senza alcuna ragione apparente, e che in “Dolodi” diventano minacciosamente fluttuanti, in perenne avvicinamento, di continuo spostati da ignoti emissari notte dopo notte, a rosicchiare terre e proprietà.