conversazione con Fabio Visintin
Tra i protagonisti di
Lucca Comics 2014 c’era l’illustratore e cartoonist Fabio Visintin. Visintin, nato
a Venezia nel 1957, lavora per numerose riviste e con i più importanti editori
in Italia e all’estero. Il suo tratto inconfondibile impreziosisce molte copertine
della collana “Le farfalle” di Marsilio. Abbiamo dialogato con lui attorno a
due delle sue ultime opere, tra le più importanti e ambiziose, “L’isola” (‘Round
Midnight Edizioni) e “Natali neri e altre storie di guerra” (ComicOut).
CM - “L’isola” (Round Midnight
edizioni, 2014) dichiara nella copertina di essere “liberamente ispirato a La Tempesta di William Shakespeare”. In
realtà, i legami con quest’opera sono sotterranei, emergono solo a tratti, e
lasciano spazio a numerosi altri rimandi letterari, da L. Frank Baum a Karen
Blixen, da Bradbury a Collodi, Euripide, Vonnegut… I frammenti sono collegati
per analogia l’uno all’altro, tessono una trama sottile e mai dichiarata attorno all’opera di Shakespeare. Come
hai scelto questi testi? Come li hai incastrati nelle tavole?
FV – “L’isola” è il mio libro più particolare
e ambizioso: è nato in un momento di maturazione artistica dal desiderio di
seguire senza limitazioni le suggestioni visive che l’approccio alla tecnica
della penna biro mi aveva fatto intuire. Tutto il lavoro è improntato alla più
grande onestà creativa, una continua ricerca attraverso ossessioni e
fascinazioni del segno e della parola, rifuggendo da ogni facile concessione al
mestiere e alla costruzione predefinita. Il viaggio del protagonista è quindi
stato anche il mio viaggio d’autore attraverso luoghi dell’anima che di volta
in volta ho tentato di visualizzare.
Questo libro è così cresciuto
seguendo una specie di trance creativa i cui passaggi non mi erano noti se non
quando si componevano nel foglio. Tutta la narrazione (cosa per me inusuale) è
stata scritta e disegnata tavola per tavola: ho per questo scartato molte
pagine finite, non perché non all’altezza, ma perché mi avrebbero ricondotto su
sentieri noti, tranquilli, facili.
CM - Colpisce, in quest’opera che deve tanto alla letteratura, come
riconosce sin dal titolo, e alla fine elenca tutti gli altri testi a cui si è
ispirata – colpisce, dicevo, che a prevalere in ogni pagina sia comunque la
forza del disegno, il gioco dei chiaroscuri, la consistenza del tratto, la
pesantezza delle ombre. Le parole vi assumono un ruolo modesto, sono scritte in
caratteri assai piccoli, talvolta non compaiono nemmeno, e allora vediamo
grandi tavole silenziose in cui si muovono grandi figure.
Perché la scelta del bianco e nero, e di questo bianco e nero così
denso, così nero?
FV - Da subito quella che mi si
presentava sul piano formale era una visione
fatta di bianchi e neri, ma soprattutto dei grigi dell’indefinito tessuto
onirico. Il sogno di Prospero è stato il mio sogno.
CM - L’isola è circondata da un mare cupo e tempestoso, abitato da
mostri “affamati e primordiali”, “furiosi e sciocchi”; su di essa gravano
nuvole altrettanto cupe; altre creature mostruose si aggirano sull’isola,
spettri, larve, insetti, ombre che la Luce ha generato inconsapevolmente. Vi si
trovano cartigli con segni indecifrabili. È labirinto, regno dei morti, lager,
dominio di Calibani e Sycorax. Ariel si tiene ben nascosto. A questo punto ci
si può chiedere dove si sia nascosta la magia ordinatrice, il ruolo demiurgico
di Prospero, nella tua versione della “Tempesta”.
FV - Il collegamento con il dramma
shakespeariano, come tu hai ben notato, è molto labile e si concretizza
principalmente nell’identificazione del mio protagonista Prospero con il
Prospero della Tempesta, ma anche (perdona l’ego) nell’immedesimazione di me
autore con Prospero/Shakespeare. La stanchezza dell’autore che vede nell’arte
una magia non in grado di incidere nella realtà. La storia non insegna niente,
l’arte non insegna niente, la conoscenza è solo un dono di Cassandra, una
lingua di Babele, qualcosa che sembra non volersi trasmettere. Perché quello
che oggi ci succede è già stato scritto, studiato, catalogato, e questo è ben
noto al mio protagonista come lo è al Prospero shakespeariano, la cui
interpretazione del mondo passa attraverso i suoi amati libri.
Così i libri nella finzione del
racconto diventano i miei libri nella realtà. Libri che mi circondano e che mi
hanno accompagnato nel tempo (lo si può notare anche dalla data di edizione di
molti di essi riportata alla fine nelle note di edizione). Libri letti e
riletti che quindi non sono stati scelti ma che piuttosto mi si sono proposti,
risalendo alla memoria mentre componevo un’immagine. Questi testi che dialogano
con le illustrazioni li ho immaginati come una specie di “colonna sonora
mentale” in cui, oltre al significato del testo, assume importanza anche il
“suono” della parola.
CM - Insomma, qualcosa di Prospero resta nel tuo ruolo di autore, nella
trama tessuta dai rimandi letterari e visivi.
FV - Il gioco dell’identificazione autore/personaggio
nel mio libro è continuo, così come nella commedia Shakespeariana. Chi vive
della propria fantasia a volte fatica a scorgerne i confini e quando questo
accade è spesso il senso di delusione e impotenza quello che ti assale.
Shakespeare nel finale della sua
ultima (non a caso) commedia, fa spezzare la bacchetta magica (matita? penna?)
al suo mago: non più magie, non più poteri magici. Prospero lascia cadere anche
il suo manto, che, se rendeva palese il suo ruolo di demiurgo, lo rendeva anche
pesante costringendolo a muoversi molto lentamente (lo immobilizzava sotto il
peso del suo ruolo). Ora è libero, potrà essere una persona “normale”, perché
se la magia (quella del racconto, dello spettacolo) è sogno, Prospero, smessi
gli abiti di scena, accerta e accetta la sua impotenza e il risveglio alla
realtà, e la realtà è ancora quella dell’ingiustizia e del sacrificio del
figlio.
Nel mio racconto, però, Prospero
aggiunge una microscopica nota di speranza e in un’ultima recita, nella
finzione della storia disegnata cambia il copione e non accetta questo sacrificio.
Consapevole che è sogno, che è finzione, ma nella speranza che immaginarsi
diversi possa essere l’inizio di un cambiamento.
CM - “Natali neri e altre storie di guerra” (Comicout, 2014) raccoglie
una serie di brevi storie che sono amare riflessioni sulla morte, la violenza,
il desiderio, la vita. Il tratto è spesso spigoloso, come spigoloso è il
procedere del ragionamento. Gli uomini, cioè i tuoi personaggi, sono tutti
prigionieri di altre isole, di trincee, ritrovi in mezzo alla neve, navi nella
tempesta, oppure di ruoli soffocanti, di limiti invalicabili, e sono vittime di
errori tragici, o di altrettanto tragiche coincidenze. Come ne “L’isola”, anche
in molte delle storie di “Natali neri” nuvole, onde e pieghe della terra
nascondono mostri in agguato. Ho l’impressione che anche questi mostri voraci
siano minacciati (se non in queste storie, in altre non ancora raccontate) da
altri supermostri, annidati in zone ancora più nascoste e oscure. E forse anche
noi, che ci sentiamo minacciati dai mostri, siamo a nostra volta mostri per
qualcun altro – lo si sospetta nel leggere certe storie, come “Natale nero” o
“Mare nostrum”. Eppure si legge, in una delle ultime pagine, “Le cose perfette
hanno sempre in sé qualcosa di statico, di mortale… La vita è negli errori,
nelle imperfezioni, amico mio, e inevitabilmente nel non finito…”. È,
chiaramente, una dichiarazione di poetica, che trova riscontro puntuale nelle
tue tavole; ma possiamo leggerla anche come una sorta di dichiarazione d’amore
o almeno, nonostante tutto, di fiducia nei confronti della vita?
FV - Comincio col dire (non a mia
discolpa) che il titolo di questa raccolta di racconti pubblicati a suo tempo
sulle pagine del mensile Animals (escluso
il racconto “Natale Nero”, inedito realizzato apposta per questo libro) mi è
stato suggerito dall’editore Laura Scarpa.
Ho trovato che la casualità che mi
aveva portato a pubblicare nella rivista tre storie fatte per i numeri natalizi
era interessante e forse andava sottolineata, come ho fatto aggiungendo l’inedito
“Natale Nero”.
Nonostante il titolo, però, trovo
questi racconti “duri” ma non privi di speranza. Anche quando può sembrare
diversamente, ad esempio in “Mare Nostrum”, contengono comunque una voglia di
comprendere senza steccati un’umanità che mi sembra, a ogni livello, classe
sociale e latitudine geografica, accomunata da un senso di infelicità e
impotenza davanti a meccanismi e pensieri che restano immobili e determinano le
nostre esistenze.
Se dovessi indicare qualcosa che
accomuna tutti questi racconti direi che è lo svolgersi dell’azione sempre
all’interno di momenti di “tempo sospeso”. Quei momenti nei quali la storia sembra restare un po’ ai margini e
i personaggi possono muoversi rispondendo solo a loro stessi, come ad esempio
una camionista bloccata a un valico dalla neve o San Francesco a colloquio col
nipote del Saladino.
CM - L’attempato diavolo di ascendenza bulgakoviana che compare qua e
là a dialogare con l’alter ego dell’autore sembra ricomporre le diverse storie
in una cornice comune (non a caso, e forse proprio grazie a lui il volume si
presenta come “graphic novel”). Il pessimismo ironico del diavolo esprime un
totale scetticismo nella capacità dell’uomo di imparare dai propri errori (“Ma
la storia?” “La storia non ha mai insegnato niente!”); nelle tue tavole sembra
rappresentare una sorta di provvidenziale
contraltare, una spalla ipercritica, una puntigliosa voce della coscienza, un
dialettico distruttore di certezze. C’è bisogno di questa voce critica, che sia
diabolica o meno, secondo te, nel momento in cui si fa arte? L’artista è meno solo se presta ascolto a un
interlocutore così?
FV - La figura del Diavolo percorre
un po’ tutto il libro ed è una figura importante. Cominciamo col dire che non
si tratta di un Diavolo malvagio, egli è piuttosto il Diavolo che compare
all’inizio dell’Antico Testamento, l’avvocato che insinua il dubbio anche in un
Dio piuttosto bizzoso e incline all’ira com’è quello della Bibbia. È un angelo caduto, vicino alle debolezze
dell’uomo, che sa che la materia di cui siamo fatti ha dei difetti e che ha
poche speranze sul fatto che ci trasformeremo tutti in esseri angelici alla
fine dei nostri giorni, ma che sospetta anche che non sia così facile separare
il Male dal Bene. Questo Diavolo letterario, che in molti scritti viene anche
indicato come protettore delle arti, mi è sembrato bello averlo come spalla per
i miei dialoghi di raccordo.
Ho sempre pensato, anche a costo di
sembrare un bastian contrario, di mettere in discussione le certezze, tutte,
anche quelle delle idee che maggiormente condivido, perché penso (anche se ogni
giorno sono subissato da prove contrarie) che si possa sempre comunicare, anche
se questo a volte è possibile solo pagando prezzi altissimi.
CM - Colpisce, in “Natale nero”, l’incongrua e fragile figura del
Professore, che sembra spiegare l’assurdità della vita di trincea della Prima
Guerra Mondiale attraverso i versi che nobilitano l’eroismo guerriero
dell’Iliade. Affiora spesso, nelle tue tavole, questo sostrato mitologico
antichissimo (“L’origine” racconta le prime generazioni degli dei secondo la
Teogonia di Esiodo), che potrebbe racchiudere il senso di tutto ciò che è
venuto dopo – la natura violenta e sopraffattrice dell’uomo, in particolare – o
rappresenta almeno, in quanto mito, il tentativo dell’uomo rimasto al buio di
spiegare, di spiegarsi.
FV - I miei racconti sono pieni di
eroi che attraverso la sconfitta ne offrono la testimonianza più alta, una
specie di “martirio laico”: Il sergente maggiore Ettore del racconto “Natale nero”
diventa con la sua morte l’Ettore dell’Iliade e chi lo uccide, se da un lato
sottolinea i limiti dell’arte, distrugge qualcosa che non comprende ma che non
può sostituire con altro.
L’unico valore diventa la capacità
di distruggere. Un potere fine a se stesso, come quello che viene trasmesso dal
padre cacciatore al figlio nel finale di “Mare Nostrum”.
L’ignoranza è vincente perché non è
un linguaggio e quindi non presume un dialogo, ma solo l’esercizio di un potere.
Ma l’universo è stato creato dalla parola e non dal potere. Allora limitare la
parola significa quindi forse limitare sempre più il proprio universo. Bruna,
la camionista di “Xmas”, grazie alla sua sensibilità lo intuisce e alla
ragazzina non a caso dice nella sua battuta finale: “Studia” (conosci, impara,
sii migliore).
CM – Qual è, in tutto questo, la forza del fumetto?
FV - Posso dirti che la domanda che
più spesso mi è stata fatta durante le presentazioni di questo libro è stata: “Qual
è il tuo pubblico di riferimento? Esiste un pubblico per questo genere di
storie?” L’unica risposta che posso dare in tutta sincerità è che il mio
pubblico di riferimento sono io, è l’Io
lettore che deve leggere e capire ciò che l’Io autore produce. Mi piacciono le storie che scorrono e mi portano
a ragionare sulle contraddizioni del vivere, senza punti di vista
precostituiti. Il Fumetto è un linguaggio ibrido che sento molto affine, dove
le suggestioni grafiche si mescolano al potere evocativo della parola scritta,
del dialogo, del racconto. Un mezzo espressivo in cui mi sento a mio agio e che
mi permette di raccontare le storie che si formano nella mia mente.


