domenica 26 giugno 2011

Letture: Stelio Mattioni


Ho scoperto da poco Stelio Mattioni, grazie all’editore Zandonai, che nel 2010 ha pubblicato postumo il romanzo “Dolodi”, uno degli inediti (altri verranno prossimamente alla luce). Incuriosito (no, è poco: appassionato) per le doti del narratore triestino, ho rintracciato (per ora) altri due suoi libri, all’epoca pubblicati da Adelphi, “Il richiamo di Alma”, nel 1980, e “Tululù”, anch’esso postumo, nel 2002. L’alterna fortuna editoriale di Mattioni (è quasi un eufemismo) lo rende ancora adesso un autore da cercare con attenzione (fuori catalogo, nelle bancarelle, nelle biblioteche), per quanto fecondo, e da riscoprire (e qui torno a ringraziare Zandonai, che mostra spesso di avere buon fiuto e la dose giusta di coraggio).
Mattioni è essenzialmente un raccontatore di spazi, aperti (in “Alma”, su e giù continuamente lungo le vie e le erte di Trieste), ma più spesso chiusi, concentrati in appartamenti, in case, in ville (“Dolodi” e “Tululù"). I suoi personaggi vagano da un luogo all’altro, da una stanza all’altra, da una casa all’altra, mossi da un’inquietudine che diventa presto ossessione, o spostati da una fatalità altrettanto dispotica. Quando si tratta di case, eccoli smaniare dal desiderio di divenirne legittimi proprietari, e scontrarsi con l’incombere di elementi estranei, vecchia mobilia, presenze ingombranti e appiccicose: così Dolodi, il precedente proprietario della villa ipotecata che Emilio ha acquistato per sé e la moglie, non se ne va, resta rintanato nelle sue stanze, depositario di segreti, fonte di continua esasperazione per i nuovi abitanti; e anche sua moglie e sua figlia finiscono per tornare alla villa, ulteriori presenze incongrue; e allo stesso modo Tululù, cioè sciocchina, come la candida Matilde è chiamata da Assunta, la figlia, sembra non riuscire a distaccarsi dalla villa in cui la vecchia Signora dapprima la ospita dopo il fallimento del matrimonio ma in realtà finisce per utilizzarla come donna di servizio.
Sono spazi di grande concretezza architettonica, eppure hanno una loro dimensione astratta, simbolica. A riportarli in una dimensione più concreta, terrena, sono le questioni economiche, sempre un po’ grette, che sembrano connaturate alla proprietà di questi immobili, e che Mattioni descrive così bene in tutta la loro oppressione. Accanto a questa, l’oppressione dei legami familiari, anch’essi giocati sulla necessità di mantenere una posizione sociale, su un senso soffocante e piuttosto provinciale di decoro borghese. Sono quegli ambienti, quelle stanze e quelle case (o quelle vie) a determinare i caratteri, a consegnarci un pensiero alla volta le complesse ed ellittiche psicologie dei personaggi che vi si rifugiano o vi restano invischiati.
A fare di Mattioni uno scrittore “di confine”, oltre ai dati biografici, ci sono appunto i confini, che ogni tanto appaiono improvvisi nei suoi romanzi, a separare mondi simili senza alcuna ragione apparente, e che in “Dolodi” diventano minacciosamente fluttuanti, in perenne avvicinamento, di continuo spostati da ignoti emissari notte dopo notte, a rosicchiare terre e proprietà.

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