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giovedì 26 novembre 2009

Letteratura e corpo, 4

*Quale romanzo scegliereste come testo rappresentativo del rapporto “corpo/letteratura”? E perché?*
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Molti romanzi di oggi sembrano voler affrontare il racconto dei corpi in modo cinematografico, imponendone la presenza in inquadrature, lasciando che quell’ingombro di corpi invada la scena e si imponga da sé. Ma questi corpi si muovono troppo velocemente, procedono con una sicurezza studiata a tavolino, vivono di una vita convenzionale, hanno facce troppo spesso riconducibili a quelle di attori, recitano insomma una parte, sono pensati con uno spirito da sceneggiatori più che da autori di romanzi.

È un limite, secondo me: il vero corpo ha una sua lentezza, una sua inerzia, che il cinema (quello che riempie le sale, per lo meno) non sa riprodurre e forse nemmeno capire. Il sonno del corpo, gli odori, la fatica, il male, la nausea, l’ebetudine, gli affanni, la ribellione, il tremore, il sudore, le reazioni incomprensibili, l’abbandono tramortito, la fisiologia, i tempi morti, i gesti segreti – questo mi manca, nel cinema e in molta letteratura di oggi. Troppo spesso mi imbatto in impeccabili architetture, in strutture narrative in cui tutto è dosato, educati automi che non sorprendono perché sono fatti per accontentare, e che rischiano di assomigliarsi tutti.

Perciò, per rispondere, sparo fuori il romanzo imperfetto, necessariamente imperfetto per eccellenza, il “Moby Dick” di Melville, gigantesco, solenne imprendibile organismo marino. E butto lì la “Recherche” di Proust, sonnacchioso pachiderma malato di finissima memoria adagiato su un lettone comunque troppo stretto.

E, andando indietro nel tempo (le cronologie non servono, quando si parla di classici, che continuano a parlarci e convivono fianco a fianco nelle nostre librerie e ormai sono ricoperti, per noi, che li prendiamo in mano, da fitte ragnatele di rimandi impliciti), cito le opere che hanno fatto soffrire i loro autori, per decenni, continuamente rimaneggiate, purgate, ricucite, riaperte, disinfettate. La “Gerusalemme” di Tasso, che so (non è un romanzo, va bene, ma è anche narrazione) , “I promessi sposi”, immane corpo mummificato, dalla vita travagliatissima, al cui giaciglio ogni generazione ha dovuto recarsi, volente o nolente, e che talvolta sembra di veder muovere ancora.

(Sempre da http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/11/20/quando-la-letteratura-prende-corpo/)

Letteratura e corpo, 3

Riporto ancora i miei interventi da http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/11/20/quando-la-letteratura-prende-corpo/. Le domande sono di Massimo Maugeri.

*E nell’ambito della letteratura contemporanea?*
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Il corpo ingombrante, la fisicità che invade la pagina, il corpo che cambia (sempre in peggio: che casca, si sfalda, si ammala, reagisce male, si lascia invadere, si ribella, si sfibra, impallidisce, muore) forse lo sanno raccontare solo gli ipocondriaci. Solo gli scrittori che, per lunga e dolorosa e angosciosa dedizione, hanno imparato ad ascoltare o osservare o supporre i minimi segnali del loro corpo come segni di un codice criptato, e che, se solo si concentrano, sentono cambiare il loro corpo, lo sentono (ma non vorrei suonare melodrammatico) lavorato dall’interno da forze ostili, e attraverso la scrittura sanno attribuire un valore simbolico forte e per così dire universale a quei segni al momento di trasferirli sul corpo di un personaggio.

Il primo nome che mi viene in mente non è uno scrittore, ma un pittore: Bacon. Ha una qualità narrativa più che descrittiva molto particolare, nell’isolare un dettaglio (orecchio naso occhio occhiale denti) per consegnarlo al nostro sguardo attonito come una possibile chiave d’accesso alla vita e alla storia di quel corpo che si sta contorcendo davanti a noi in quel tinello.

Ma, per rispondere più appropriatamente, cito subito la “Diceria dell’untore” di Bufalino, vasto rimuginio splendidamente scritto sulla malattia, la stanchezza del vivere, la vecchiaia e la morte. Poi torno a citare alla rinfusa, tra i libri che ho amato: “Corpi estranei” di Giannubilo, “Je ne connais pas ma force” di Stéphanie Hochet (prima di morire vorrei veder riconosciute anche in Italia le qualità di questa brillante e profonda scrittrice francese), i romanzi di Rosa Matteucci (“Lourdes” in particolare, ma anche “Cuore di mamma”), “Fosca Bis” di Guido Conterio. “Bondville” di Barbara Gussoni. E il Michele Mari di “Verderame”, sicuro – di Mari tutto, anzi.

C’è poi un piccolo romanzo di DeLillo, “Body art”, in cui la presenza di un corpo si misura con l’assenza dell’altro, e con la permanenza di tracce, ombre, ricordi.

lunedì 23 novembre 2009

Letteratura e corpo, 2

Ancora da http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/11/20/quando-la-letteratura-prende-corpo/comment-page-4/#comment-82135.

*Pensando alla letteratura del passato (italiana e internazionale)… in quali opere il corpo, la “fisicità”, diventano elementi caratterizzanti delle opere medesime?*
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Alla rinfusa, e immagino con gravi lacune di cui mi vergognerò presto: le opere della letteratura greca e latina in cui si insinua il realismo, e attraverso il realismo il corpo, anche nelle sue funzionalità più basse e private; dunque la narrazione antica, Petronio, Apuleio, perché il realismo è narrazione, per gli antichi, ed è comico. Ma anche le opere in cui il mito di trasformazione viene stilizzato con eleganza, e attraverso la metamorfosi i corpi si scoprono in affanno, in doloroso spostamento verso forme dalla fisiologia sconosciuta: Ovidio, dunque. Poi su, a Dante: l’Inferno dei ladri, ad esempio. Rabelais, ma su di lui dovrei riempire pagine e pagine. Swift, altri giganti altri sguardi sgomenti. Mary Shelley. Verga: corpi affaticati, ostinati, piegati dal lavoro e dalle ossessioni, racconti come referti clinici. La “Fosca” di Tarchetti, certo. Il dottor Semmelweis raccontato da Céline. Le riflessioni della Woolf sul rapporto tra malattia e letteratura. L’”Amedée” di Ionesco, quel cadavere che cresce e invade con i piedoni tutta la scena. Il “Gilles et Jeanne” di Michel Tournier, così lucidamente crudele nell’indagare il contraddittorio rapporto tra santità e ferocia. “Fame” di Hamsun. E, paradossalmente vividi, i testi dei mistici cattolici – stavo per dimenticarli – che raccontano di corpi provocati, martoriati, martirizzati, abbandonati a se stessi, lasciati sanguinare, derisi, percossi dall’interno. E forse soprattutto – stavo per dimenticare pure questi – certi saggi vasti come vite, appassionanti come narrazioni (Praz, Camporesi, Barthes…).

Letteratura e corpo, 1

Ho risposto così ad alcune domande di Massimo Maugeri sul blog http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/11/20/quando-la-letteratura-prende-corpo/comment-page-4/#comment-82135 a proposito del rapporto tra letteratura e corpo. La discussione è nata da un intervento di Barbara Gozzi.

*Che rapporto c’è tra “corpo” e letteratura?*
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La stesura dell’opera letteraria può essere vissuta dall’autore come la formazione di una creatura vivente – ecco la prima cosa che mi viene in mente. La genesi di un romanzo (di un racconto, anche, ma il romanzo ha davvero la complessità di una vita, e le dimensioni, le lungaggini pure) fa pensare (mi fa pensare, sempre) allo sviluppo di una organismo, animale più che vegetale. Davvero sento le frasi combinarsi in sequenze, le sequenze in capitoli, i capitoli in un corpo. E le stesure, le revisioni, i rifacimenti, i pentimenti, i rimaneggiamenti, diventano come fasi di una vita, momenti di una crescita. Non c’è bisogno a questo punto che il corpo del romanzo sia perfetto (non esistono corpi perfetti in natura): è importante che, nutrito di parole, alimentato di pensieri, quel corpo si muova.

E si muove, eccome. Spesso si muove in direzioni che l’autore non ha previsto. Striscia verso soluzioni non programmate, o si intestardisce a non procedere. Credo che sia un bene, in questi casi, assecondarlo, le gabbie progettuali non gli fanno bene, ne limitano la visuale, ne azzerano la libido. Impediscono anche a noi, che lo abbiamo scritto e continuiamo a nutrirlo di parole, di provare lo stupore di chi assiste a qualcosa di inaspettato.

Detto questo: la letteratura racconta essenzialmente di corpi. Gesti compiuti da arti. Movimenti nello spazio di corpi. Sguardi, sfioramenti, approcci sensoriali alle cose, elaborazioni di organi sensoriali. Anche i pensieri sono prodotti di reazioni chimiche – chi si addentra nell’interiorità dei personaggi non dovrebbe dimenticarlo. Tutto è materia – cioè parole che rappresentano la materia.