lunedì 23 novembre 2009

Letteratura e corpo, 2

Ancora da http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/11/20/quando-la-letteratura-prende-corpo/comment-page-4/#comment-82135.

*Pensando alla letteratura del passato (italiana e internazionale)… in quali opere il corpo, la “fisicità”, diventano elementi caratterizzanti delle opere medesime?*
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Alla rinfusa, e immagino con gravi lacune di cui mi vergognerò presto: le opere della letteratura greca e latina in cui si insinua il realismo, e attraverso il realismo il corpo, anche nelle sue funzionalità più basse e private; dunque la narrazione antica, Petronio, Apuleio, perché il realismo è narrazione, per gli antichi, ed è comico. Ma anche le opere in cui il mito di trasformazione viene stilizzato con eleganza, e attraverso la metamorfosi i corpi si scoprono in affanno, in doloroso spostamento verso forme dalla fisiologia sconosciuta: Ovidio, dunque. Poi su, a Dante: l’Inferno dei ladri, ad esempio. Rabelais, ma su di lui dovrei riempire pagine e pagine. Swift, altri giganti altri sguardi sgomenti. Mary Shelley. Verga: corpi affaticati, ostinati, piegati dal lavoro e dalle ossessioni, racconti come referti clinici. La “Fosca” di Tarchetti, certo. Il dottor Semmelweis raccontato da Céline. Le riflessioni della Woolf sul rapporto tra malattia e letteratura. L’”Amedée” di Ionesco, quel cadavere che cresce e invade con i piedoni tutta la scena. Il “Gilles et Jeanne” di Michel Tournier, così lucidamente crudele nell’indagare il contraddittorio rapporto tra santità e ferocia. “Fame” di Hamsun. E, paradossalmente vividi, i testi dei mistici cattolici – stavo per dimenticarli – che raccontano di corpi provocati, martoriati, martirizzati, abbandonati a se stessi, lasciati sanguinare, derisi, percossi dall’interno. E forse soprattutto – stavo per dimenticare pure questi – certi saggi vasti come vite, appassionanti come narrazioni (Praz, Camporesi, Barthes…).

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