giovedì 26 novembre 2009

Letteratura e corpo, 3

Riporto ancora i miei interventi da http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2009/11/20/quando-la-letteratura-prende-corpo/. Le domande sono di Massimo Maugeri.

*E nell’ambito della letteratura contemporanea?*
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Il corpo ingombrante, la fisicità che invade la pagina, il corpo che cambia (sempre in peggio: che casca, si sfalda, si ammala, reagisce male, si lascia invadere, si ribella, si sfibra, impallidisce, muore) forse lo sanno raccontare solo gli ipocondriaci. Solo gli scrittori che, per lunga e dolorosa e angosciosa dedizione, hanno imparato ad ascoltare o osservare o supporre i minimi segnali del loro corpo come segni di un codice criptato, e che, se solo si concentrano, sentono cambiare il loro corpo, lo sentono (ma non vorrei suonare melodrammatico) lavorato dall’interno da forze ostili, e attraverso la scrittura sanno attribuire un valore simbolico forte e per così dire universale a quei segni al momento di trasferirli sul corpo di un personaggio.

Il primo nome che mi viene in mente non è uno scrittore, ma un pittore: Bacon. Ha una qualità narrativa più che descrittiva molto particolare, nell’isolare un dettaglio (orecchio naso occhio occhiale denti) per consegnarlo al nostro sguardo attonito come una possibile chiave d’accesso alla vita e alla storia di quel corpo che si sta contorcendo davanti a noi in quel tinello.

Ma, per rispondere più appropriatamente, cito subito la “Diceria dell’untore” di Bufalino, vasto rimuginio splendidamente scritto sulla malattia, la stanchezza del vivere, la vecchiaia e la morte. Poi torno a citare alla rinfusa, tra i libri che ho amato: “Corpi estranei” di Giannubilo, “Je ne connais pas ma force” di Stéphanie Hochet (prima di morire vorrei veder riconosciute anche in Italia le qualità di questa brillante e profonda scrittrice francese), i romanzi di Rosa Matteucci (“Lourdes” in particolare, ma anche “Cuore di mamma”), “Fosca Bis” di Guido Conterio. “Bondville” di Barbara Gussoni. E il Michele Mari di “Verderame”, sicuro – di Mari tutto, anzi.

C’è poi un piccolo romanzo di DeLillo, “Body art”, in cui la presenza di un corpo si misura con l’assenza dell’altro, e con la permanenza di tracce, ombre, ricordi.

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