Riporto le ultime annotazioni attribuite a Ethan Prescott (v. "Rapsodia su un solo tema", Manni 2010) pubblicate sul programma di sala del concerto dedicato a Alessio Elia che si è tenuto ai Giardini dell’Accademia Filarmonica Romana il 2 luglio 2014. Con questo concerto si è concluso il ciclo SHE LIVES incontra l'Ungheria.
Note a piè di pagina (senza pagina)
È un peccato che Ethan Prescott, morto nel 1997, non abbia potuto
conoscere le composizioni di Alessio Elia: ma nell’ultima di queste note a piè
di pagina è come se le presentisse. Di sicuro le avrebbe amate. A proposito: chissà
se ha un senso pubblicare queste note da sole, senza le pagine di analisi
musicologica di cui sono l’ironico e lieve corredo – noi sospettiamo che il
vero Ethan Prescott si nasconda in questi “a parte” da commedia.
1) Ecco: nella musica
ungherese si avverte un dialogo fervido, anche un po’ oratorio, tra Natura e
Cultura. La Natura (non dimenticarsi mai le maiuscole) è fatta di radici, aria
di casa, suoni e versi del mondo rurale, danze, ritmi, melodia, ecc.; la
Cultura vi mette ordine, ci ragiona su, è polifonia, contrappunto, intonazione,
condiscendenza, ecc.
2) Che cos’ha questa
benedetta musica contadina magiara di così affascinante per tutti coloro che
l’hanno studiata? Manca di simmetria, di rigidità: è invece flessibile,
variabile, soggetta agli umori e agli estri, malleabile alle diverse
personalità che la intonano. È musica sperimentale nel vero senso della parola.
3) Sándor Veress è una geometria
sghemba. Ammirevole connubio di ordine e follia (di spirito costruttivista e di
rimuginio da esule).
4) Vi ricordate Tibor Harsányi? Così convincente nel
suo travestimento francese da sembrare, quando si ispira al materiale della sua
terra natale, un francese che unghereggia invece di un ungherese che
francesizza.
5) C’è anche un carattere
magiaro da esportazione, fatto di musica di consumo su cui si adagia una glassa
di colore locale: Miklós Rózsa,
per esempio, suona come un complessino tzigano che però si è messo un frac
molto ben stirato. Inutile dire che lo adoro, anche se so quanto quella nostalgia
sia accademica.
6) Nella generazione che ha
vissuto l’una e l’altra esperienza (la chiusura autarchica, la libertà
successiva) permane un eclettismo un po’ strabico: di qua o di là? O di qua e di là assieme? Il tentativo di
mediare, o almeno di mescolare gli estremi, è lodevole e produce garbugli
interessanti, che però suonano talvolta come volonterose operazioni con cui si
spera di non buttar via gli sforzi di metà di una vita mentre ci si adegua alla
koinè dello sperimentalismo
all’europea. Penso a Dubrovay, a István Láng, a Lendvay, a Szokolay, a Soproni, a Miklós Maros: il loro eclettismo ha sempre qualcosa di
drammatico, di voluto oltre che di
vissuto.
7) Come Jeney, György
Kurtág riesce a operare una
convincente sintesi tra l’eredità
bartokiana mai rinnegata e l’aforisma alla Webern. Predilige organici ridotti,
rifiuta le strutture ampie, anzi si rifugia in una sorta di salotto in ombra
molto ben frequentato, in cui qualcuno suona dei frammenti di fogli d’album un
po’ come gli vengono sottomano; talvolta li risuona daccapo, o si esercita su
taluni passaggi: ne escono musiche misteriose e gentili, di un lirismo
umbratile, che potrebbero durare un’ora e invece durano pochi secondi, prodighe
di respiri e di silenzi, molto avanzate e insieme affabili.
8) Avete notato come gli ungheresi siano
irresistibilmente attratti dagli estremi? Per fare un esempio: da Liszt a
Ligeti, chi ricorre al pianoforte, per quanto parta dal registro medio, quasi
subito costringe l’esecutore a divaricare le mani verso le zone estreme, il
molto-basso e il molto-alto, escludendo tutto il resto. È più forte di loro.
Devono farlo. E in fortissimo.
9) … di microcosmi. Ogni
sua composizione è un microcosmo abitato da creature non visibili all’occhio
umano: è tutto un brulicare di organismi affaccendati, che talvolta
d’improvviso tacciono, si fermano, forse si addormentano. Piccoli nuclei di
note leggere, che crediamo percorse da fremiti di libertà assoluta, e invece, sulla
partitura, rispondono a leggi ferree. Non sono creaturine caotiche, sono
minuscoli cittadini di un piccolo mondo autosufficiente, che…
(Appunto misterioso, preso
dopo la conversazione con Géza, in condizioni di non perfetta lucidità: a chi
volevo riferirmi?)
10) Ma tutto questo non
conferma che il carattere ungherese
nella musica è in realtà una condizione dell’animo, una particolare percezione
del suono, una sensibilità speciale per la costruzione – qualcosa insomma che
possiamo considerare non più nazionale
ma universale, che ormai avvertiamo nelle musiche di compositori di tutto il
mondo? E se – azzardo – questa terza via della musica colta del Novecento
finisse per essere la più longeva, la più fertile? Mi piacerebbe che fosse
così. Gli allievi internazionali dei grandi ungheresi del Novecento sono
cresciuti, stanno trasmettendo ad altre generazioni di allievi quella stessa
sensibilità. Riesco a immaginare giovani compositori francesi, italiani,
statunitensi, colmi di quella preziosa eredità, che è fatta di libertà (anche
di sensualità) e di minuzioso controllo, di contrasti e di appianamenti, di…
(si potrebbe continuare ad libitum).

