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mercoledì 16 maggio 2012

Sintonie: Jenn Díaz, "Belfondo"


Quello descritto dalla giovanissima scrittrice spagnola Jenn Díaz nel romanzo d’esordio “Belfondo” (appena pubblicato in Italia dalle Edizioni La Linea di Bologna nella traduzione di Alessandro Drenaggi) è un mondo stilizzato ma non edulcorato. La geografia narrativa si concentra su un paese, Belfondo appunto, costruito dal nulla per volere di un “padrone” che vi fa abitare i suoi lavoratori e le loro famiglie: un mondo chiuso che sembra aver dimenticato ciò che avviene fuori dai suoi confini, eppure vivo e irrequieto. Il padrone, un tiranno paternalistico e un po’ melenso, distribuisce i ruoli tra gli abitanti, nel tentativo di avere tutto sotto controllo, anche le vite degli uomini: è lui che nomina il postino, il maestro che insegni a leggere e a scrivere a tutti, il parroco. È lui a voler fare di Belfondo un microcosmo autosufficiente, in cui non si possa nemmeno avvertire il desiderio di sapere come sia la vita all’esterno. Manovra, promuove, presiede, persuade, ma non si accorge che gli abitanti del suo paese, i lavoratori della sua fabbrica, covano insoddisfazione e pensieri di fuga e sono animati da un confuso desiderio di conoscenza. È un tiranno contraddittorio, che vuole dare a tutti un’istruzione di base ma allo stesso tempo fa lavorare clandestinamente i bambini in fabbrica.

La prima ribellione, in questo paese dominato dall’ansia di controllo del padrone e attraversato da fitte di sofferenza, nasce dal potere della parola e dell’immaginazione: tutti gli abitanti si nutrono di parole e di racconti, molti sono dotati di una grande capacità affabulatoria – come Beremunda, la prostituta del paese, che ogni tanto esce dal paese e vede altra gente e altre realtà, parla di quello che ha visto, animando così l’immaginazione dei suoi ascoltatori. Altri personaggi, soprattutto i bambini o gli adulti che hanno conservato lo stupore e la forza immaginativa dei bambini, danno libero sfogo ai loro sogni, lasciano che i loro pensieri animino una realtà parallela che incarna il loro desiderio di fuga. C’è anche qualche anziano che ricorda, ricorda vagamente come fosse la loro vita prima della fondazione di Belfondo, prima del trasferimento e la cancellazione del passato attraverso la creazione di questa versione rurale e posticcia del migliore dei mondi possibili.
L’opera di Jenn Díaz si concentra sui singoli personaggi, o su momenti particolari; pagina dopo pagina i caratteri si stratificano, le vite si intrecciano, i rimandi si accumulano, le dinamiche si arricchiscono, e cresce nel lettore la familiarità con le figure più ricorrenti. I racconti diventano così capitoli di romanzo, le singolarità finiscono per comporre una storia corale, l’occhio dell’osservatore si allarga dagli interni modesti delle singole case fino a cogliere in una panoramica tutto il paese: è il momento della preparazione della fuga collettiva, raccontata nelle ultime pagine. È la struttura che, per esempio, ho ammirato ne “La creazione dell’alfabeto” di Luigi Malerba e in altri romanzi – la struttura che preferisco, il romanzo fatto di mille racconti circoscritti e risuonanti di echi. Jenn Díaz la padroneggia con generosa inventiva, attraverso una voce esuberante e divagante e intrisa di oralità, ma anche spesso concentrata su immagini di pensosa e raffinata bellezza.

lunedì 6 giugno 2011

Da "Letteratitudine": Patrizia Mari, "Boulevard Solitude"


Ho letto con grande interesse “Boulevard Solitude”, il romanzo di Patrizia Mari che Manni ha appena pubblicato nella collana “Pretesti”. Intendiamoci: romanzo è una definizione che va presa con prudenza, perché il testo della Mari evita plot e intrecci, si concede ampie riflessioni di natura filosofica e artistica, e resta ancorato alla dimensione della biografia (immaginaria, ma verosimile) e del saggio.
Siamo nel secondo Novecento, immersi in una fitta selva di riferimenti figurativi, musicali, letterari, filosofici, storici, di costume, con cui la Mari rende squisite le vite dei suoi personaggi. Due figure di compositori dominano il romanzo: di loro di sa il nome (Igor, Emilio), si raccolgono un po’ alla volta i dettagli biografici, si scoprono i riferimenti a personalità realmente vissute. Sono figure le cui vite sono impregnate di arte: i loro pensieri vagano per lo più attorno a questioni estetiche; le esistenze sono vissute (composte, organizzate, delibate) come opere d’arte, come quadri, o romanzi, senza però niente, direi, del compiacimento proprio del vecchio decadentismo. La voglia di far piazza pulita del secondo Novecento artistico (di fare i conti con la tradizione, di uccidere i padri, di cercare nuove vie) ha qualcosa in comune con la furia iconoclasta dei movimenti d’avanguardia del primo Novecento – ma gli intellettuali dell’ultima parte del secolo, e in particolare Emilio, lo fanno con una compassatezza che ha più dell’atto filosofico o della dimostrazione scientifica, che dell’omicidio sia pure metaforico dei vecchi futuristi. Il loro mondo, gli amici che frequentano, garantiscono sempre un alto livello di riflessione e di osservazione (o di ascolto); ma certo è un mondo che sa essere anche chiuso, autoreferenziale, fatuo a volte, talvolta malato di una sorta di istrionismo.
I due, Igor e Emilio, sono compositori, dicevo, e amanti; l’amore omosessuale sembra porsi, come in una reminiscenza ellenica, come il completamento di una paideia (Emilio è anche il maestro, ironicamente materno, del più giovane Igor). Dei due, Emilio è spinto da un vitalismo più accentuato, da una curiosità vorace: un carattere estroverso e una alta considerazione di sé e dei suoi mezzi lo rendono sempre protagonista nei consessi in cui si trova. Igor, di suo, è più portato alla riflessione, si ritaglia un ruolo di devoto allievo (pur con momenti di inquietudine anche sessuale e con l’aiuto di un analista distratto di suo). Eppure, nell’ambito del linguaggio compositivo, le due personalità sembrano contraddirsi (contraddizione feconda, umana, reale): il vitalistico Emilio, attraverso un lungo lavoro di prosciugamento e di depurazione da ogni gesto retorico e da ogni intrusione soggettivistica e da ogni contaminazione con la tradizione, vuole arrivare a un’espressione di estremo rigore formale; il riflessivo Igor, invece, progetta e realizza (solo in parte) un ciclo di vastità wagneriana, di ambizione smisurata, che si ponga come un contenitore enciclopedico del tutto.
Emilio aspira a una superiore eleganza compositiva fatta di leggerezza, a una musica che suoni necessaria come una riflessione filosofica, come il teorema di una scienza esatta: la strada verso questa espressione totalmente oggettiva è improntata ai principi della serialità integrale elaborati a Darmstadt. La sua è una “lotta di liberazione” dal fardello della tradizione e del soggetto (o dell’uso che del soggetto ha fatto la tradizione), alla ricerca di una musica che suoni nuova, insieme lieve e inattaccabile nella sua totale disciplina. In questo senso la sua ricerca di una musica di luminosa “novità” si pone agli antipodi rispetto a quella (oscura, demoniaca) del suo antico collega Adrian Leverkühn (il “Dottor Faust” di Mann), anche se bene o male si sta parlando sempre di musica dodecafonica, o di principi seriali applicati alla composizione, e Adorno c’entra in entrambi i casi. Se qualcosa in Emilio ricorda Hans Werner Henze (il vitalismo, appunto, la voracità intellettuale, l’amore per l’Italia condiviso con Igor, le inclinazioni sessuali e soprattutto quel titolo, “Boulevard Solitude”, che è anche il titolo della prima opera lirica di Henze), qualcosa rimanda invece a Pierre Boulez (il rigore compositivo, il titolo di certe composizioni, come “Structures” per due pianoforti, il tenore di certe riflessioni, il rapporto arcigno con la tradizione, e anche una certa attenzione per la costruzione della propria figura pubblica…). Quanto a Igor, dietro al suo ultimo progetto mastodontico (concepito intorno ai sette giorni della settimana, officiato come un rito, in cui si fondono tutte le possibili discipline artistiche) è fin facile intravedere l’immenso ciclo “Licht” che tenne occupato Karlheinz Stockhausen nei suoi ultimi anni.
“Boulevard Solitude”, il titolo del denso romanzo di Patrizia Mari, rimanda appunto alla strada che Emilio si trova a percorrere verso un’arte di superiore distacco: dalla contaminazione del mondo, ma soprattutto da se stessi, dall’io visto come qualcosa di sostanzialmente impuro. Una strada che, nonostante la devozione di Igor, è da percorrere in solitudine (non proprio, però, non del tutto: le riflessioni di Ernesto Negroponte, un filosofo con tendenze mistiche che nella seconda parte del romanzo diventa un complice intellettuale, fungono da imprescindibili indicatori).

http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2010/06/25/letteratura-musica/