sabato 20 dicembre 2008

Intervista su www.lettera.com, 3

(Ci risiamo con l'intervista a cura di Fabiana Piersanti apparsa su
http://www.lettera.com/articolo.do?id=14854. Ma, vedete, ci tengo davvero molto).
Da un punto di vista linguistico si può notare, nei tuoi scritti, un uso quasi manieristico del linguaggio e delle sue regole; un lessico ricercato, una sintassi estremamente ordinata e cesellata – ordine, questo, che spesso entra in contrasto con lo scompiglio emotivo dei tuoi personaggi. Perché investi così tanto sulla lingua?

Io spero che il mio stile non suoni già come una maniera al secondo libro: è vero, la ricchezza lessicale nasconde in realtà tic linguistici, ossessioni, ricorrenze, e una specie di desiderio di ordine costringe le frasi a riempirsi di legami logici. Ma quest’ordine spesso si incrina (tutti quei trattini), il ritmo si spezza. È la lingua che rivela un modo di percepire il mondo – dei miei personaggi, e anche mio, direi. È il tentativo (frustrato, ma eccitante, e necessario) di dominare il caos.
Paradossalmente lo scompiglio emotivo ha bisogno di ordine per essere reso nella sua complessità, nella sua profondità. Una lingua che si limiti a riprodurre il marasma emotivo ne enuncia solo l’aspetto dinamico, ne esibisce la confusione: rischia di non andare tanto più in là di: Ehi, guardate quanto sono confuso!
So che cosa non vorrei essere: forzato, goffo, approssimativo (vago sì, invece, all’occorrenza, ma è diverso). I veri manieristi oggi sono chi scrive come se traducesse, che so, Lansdale o Ellroy, e chi applica le strategie espressive della scuola di scrittura alla moda che ha frequentato – lo dico senza malignità, bada.

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