sabato 17 ottobre 2009

Ancora due sonetti di Clodoveo Moro

Non oso più parlarti, amata perla
che sfingea attendi o pur lungi ti poni,
né so se val crederti falsa gerla
o vera proda di mie suspicioni.

Siccome petra attira corbo o merla
pel barbagliar di fint’e fredde fiamme,
così io che m’allatto a le gran mamme
di tua fantasma, vo’ in occhio tenerla.

E fin che mostri l’amate postilla
i’ non mi stacco da tua vista bruna,
e colgo il parco ben che sen dispilla

come ‘l lucore da l’avara luna:
e miro ratto venustà che prilla
pria che ratta mi sia da la fortuna.

*** ***

Che la spoglia mortale abbia perduto
chi saggio e parco dal consorzio humano
givane chino e pur d’orgoglio muto
mostra che forse un tale esiglio è vano.

Che forse al fato aggrada ciò ch’è bruto,
l’intrico sazio, la contorta mano
di chi s’immota, et il delirio acuto
di chi bifronte di comanda a Giano.

Forse: e quel dubbio arretra chi dispera,
e ben rigonfia chi ciancica amaro
pronto a sferrar su la gran norna fera

il bel “t’accuso” che tanto m’è caro,
siccome in broglio tigre ringhia altera
e vinta nulla perde, o come Icàro.

1 commento:

Anonimo ha detto...

Grazie Claudio per il romanzo che mi hai inviato: ho fatto ben poco per meritarlo. Lo leggerò con piacere. Ciao.
Adriana de la Berlera