domenica 1 novembre 2009

"Il resto è rumore"


Il poderoso saggio di Alex Ross, “Il resto è rumore”, pubblicato finalmente da Bompiani, è stato presentato di recente in televisione come un eccitante saggio sull’argomento più noioso che si possa immaginare (la musica colta del Novecento): discutibile modo di parlarne – ma insomma, se ne è parlato. Colto da un certo grado di apprensione, temendo cioè sovrapposizioni e coincidenze del trattatone con il mio futuro romanzetto (“Rapsodia su un solo tema”, o comunque si intitolerà), ho letto vaste parti del libro di Ross. Nessuna sovrapposizione, per fortuna. Anzi, non è detto che, a smentire la sensazione che la musica colta contemporanea sia “noiosa”, o che sia noioso il suo mondo, “Il resto è rumore” descrive un universo vibrante di idee e di contraddizioni, brulicante di uomini dalle molte virtù e dai moltissimi difetti. Di questi – compositori, per lo più, ma anche direttori, interpreti, musicologi – l’autore racconta i gusti, l’elaborazione di teorie, la creazione di opere, le antipatie e le gelosie, le amicizie e le solidarietà anche e per fortuna, i tentennamenti spesso drammatici, le rese imbarazzanti dinanzi al potere – ai Poteri dispotici del ventesimo secolo – ma anche le ribellioni, le fughe. Della situazione in Unione Sovietica veniamo a sapere dettagli che confermano il generale senso di soffocamento che il regime alimentava anche in campo estetico – qui trovo una sintonia confortante con quanto ho inventato e sul poco che ho riportato in “Rapsodia” dalle fonti storiche sul mondo musicale sovietico. Le pagine più dolorose sono quelle in cui emergono l’ambiguità e la debolezza umana dei compositori, per noi che le leggiamo dalla prospettiva di chi conosce gli sviluppi futuri della storia e sa dare il giusto, tragico peso a dettagli che al tempo potevano sembrare irrilevanti. Per fare un esempio: duole, amareggia, spaventa anzi, sapere del desiderio di piacere al potere dei molti compositori tedeschi (Hindemith, anche lui!) quando ormai il nazismo si era assestato al potere in Germania, aveva rivelato la sua natura e si apprestava a far piazza pulita di ogni forma di opposizione e di dissenso. Certo, la piega degli eventi avrebbe costretto poi molti di loro all’esilio, avrebbe aperto loro gli occhi su ciò su cui eran sembrati in un primo tempo disposti a sorvolare.
Il pregio maggiore, non l’unico, del saggio di Ross sta proprio nell’indagine del rapporto tra musica e storia, tra musicisti e potere (politico, ma anche economico). Ma si leggono con gusto anche le pagine che raccontano la genesi e lo sviluppo delle composizioni, coniugando l’esigenza narrativa e divulgativa con lo sguardo analitico della musicologia.

1 commento:

Reticenze, litoti. ha detto...

(ma sentilo, "romanzetto", lo chiama... io l'ho letto - posso dirlo? -: s'il vous plait, si legga: "capolavoro")