lunedì 14 marzo 2011

"La distribution des lumières": narrazione e contrappunto

L’amica scrittrice francese Stéphanie Hochet in questi giorni si trovava in Valle d’Aosta per una breve vacanza. Incontrarla e conversare con lei, portarla a visitare i luoghi (Aosta, Torino) in cui ha vissuto Pasquale Villano, uno dei suoi personaggi di “La distribution des lumières”, è stato estremamente interessante. Ho avuto anche il piacere di presentarla nel corso di due incontri, il 9 marzo alla Biblioteca Regionale di Aosta e l’11 presso la Libreria Minerva, e di approfondire con lei temi e aspetti del suo ultimo libro, edito da Flammarion nel 2010, e dei sei precedenti. Ho trovato in lei (ma questo non mi ha stupito) una scrittrice profondamente consapevole, attenta agli equilibri che regolano la struttura di un’opera, legata a modelli letterari classicamente “alti”, e insieme disposta a sperimentare e a rischiare. Alla ricerca di possibili sinestesie tra letteratura e altre arti, abbiamo parlato di architettura, soprattutto di suggestioni pittoriche. Il titolo del suo ultimo romanzo rimanda in effetti alla tecnica pittorica della distribuzione delle luci e delle ombre: ogni volta che parla uno dei tre personaggi principali (Aurèle, Jérôme, Pasquale), la luce per così dire lo isola dagli altri, e lascia in ombra gli altri. Ma è anche vero che le tre voci tessono un sistema complesso di ricostruzione dei fatti attorno al quarto personaggio, Anna, l’oggetto del desiderio, che voce non ha, o che ne ha una che risuona per simpatia nelle voci altrui. Ed ecco che accanto ad architettura e a pittura come possibili riferimenti per la particolare tecnica narrativa scelta dalla Hochet in questo suo settimo romanzo, compare, visto che si parla di voci, la musica.

La musica, dicevo, e in particolare il contrappunto. Il termine contrappunto, nella trama del romanzo, è prima di tutto l’elemento che fa avvicinare il personaggio italiano, Pasquale Villano (esule a Lione per il disgusto di fronte alla degenerazione politica del suo paese) e Anna Lussing, insegnante di musica nella banlieue lionese. Pasquale, che lavora alla traduzione di un romanzo in lingua inglese (come fecero Pavese o Vittorini, precisa la Hochet), ha bisogno di dettagli sul contrappunto, e, dopo aver cercato invano informazioni troppo tecniche, trova in Anna l’interlocutrice giusta.
Una prima suggestione contrappuntistica appare in questo breve dialogo tra Pasquale e Anna (la prima battuta della citazione è di quest’ultima):
«- Je peux vous conseiller quelqu’un si vous voulez prendre des cours de musique.
- Non. Je ne cherche que des précisions sur le punctus contra puntum.
- L’harmonie, l’horizontalité, la verticalité, ça ne vous dit rien ? (…)»
E più avanti, dopo qualche confidenza sulle origini valdostane di Pasquale :
«- Connaitre deux langues, c’est un bon début pour comprendre le contrepoint, le principe est le même.»
Qui Pasquale sembra portatore lui stesso di un contrappunto interiore a tre voci, in quanto bilingue, anzi trilingue (l’italiano della memoria, l’inglese delle traduzioni, il francese della comunicazione nel presente); ma potremmo dire lo stesso anche di Aurèle, l’adolescente «ossessionata dal linguaggio» secondo il giudizio della stessa autrice, uno di quei personaggi potenti e devastanti che portano scompiglio nei romanzi di Stéphanie Hochet (in Aurèle, grande affabulatrice, la parola scardina la realtà, la manipola, la ricostruisce).

Ma un’idea di contrappunto è anche e soprattutto – lo si scopre un po’ alla volta, senza che questo procedimento sinestetico sia troppo ostentato – alla base della costruzione “polifonica” del romanzo. Essa permette di esprimere la molteplicità e insieme di cercare un equilibrio, una sintesi. Ha scritto la stessa Hochet rispondendo a un’intervista: «Les personnages qui ont la parole (Aurèle, Jérôme, Pasquale) sont les amoureux d’Anna. C’est leur seul point commun, en dehors de ça, ils sont à l’opposé les uns et des autres. L’objet aimé (qui finit par devenir vraiment un objet) est ce qui les réunit. A l’image du contrepoint en musique, leurs styles discordants s’unissent autour d’un thème. » Cioè, insomma : i personaggi che prendono di volta in volta la parola sono innamorati di Anna. Questo è il solo punto in comune tra loro, a parte questo i tre sono in forte contrapposizione l’uno con l’altro. L’oggetto amato (che davvero finirà per diventare oggetto) è ciò che li riunisce. Come nel contrappunto fondato sul procedimento imitativo, i loro stili contrastanti si uniscono attorno a un tema (Anna).
Che Anna sia il personaggio ossessivamente presente nei pensieri dei tre, ma allo stesso tempo sia silente, è un aspetto che può sorprendere. Ma se si ascoltassero tutte le voci, si rischierebbe la cacofonia, ha riconosciuto l’autrice. Senza contare che anche di questo è fatto il contrappunto, di silenzio, di voci che tacciono, di parti implicite che risuonano per simpatia, nascoste tre le pieghe della tessitura complessiva.

Stéphanie ha citato opportunamente una frase della Yourcenar, «Un roman est le portrait d’une voix», il romanzo è il ritratto di un voce. Qui, nella “Distribution des lumières”, le esigenze polifoniche spingono, come si diceva, a un trio di voci. «Écrit à la troisième personne ce texte aurait été trop descriptif, trop analytique» : raccontato in terza persona il testo sarebbe risultato troppo analitico, descrittivo, insomma freddo. Troppo comodo il narratore esterno onnisciente, che consente un distacco quasi confortevole dalla materia brulicante del romanzo (comparirà alla fine, a raffreddare l’incandescenza della trama, in un ambiguo happy end: e qualcuno ha visto in questa una quarta voce, del tutto differente dalle altre). Un narratore in prima persona, poi un altro, poi un altro ancora, non solo costringono il lettore di entrare profondamente nella storia, ma lo coinvolgono fino a sballottarlo in una persistente condizione di disagio.
Ogni voce è il ritratto di una diversa forma di attrazione (d’«amour», scrive assai più nettamente la Hochet). Le tre voci sono così diametralmente opposte che era necessario favorire la comprensione del lettore (l’ascolto, anzi, verrebbe da dire) attraverso una differenziazione delle tre : Pasquale è una voce classica, sofisticata, precisa, molto “scritta” se vogliamo, anche quando l’indignatio verso la degenerazione del suo paese (il nostro) lo spinge verso toni duri alla Giovenale; Aurèle è « violenta e cerebrale » allo stesso tempo, il suo lessico rimanda continuamente alla fisicità dei corpi attraverso un continuo giocare con le parole; la lingua di Jérôme, paratattica, spesso alogica, esprime soltanto emozioni, sensazioni, pulsioni, ossessioni.

Il romanzo di Stéphanie Hochet non vuole riprodurre nella sostanza una tecnica contrappuntistica, ma trova nel linguaggio musicale il fecondo suggerimento di una struttura polifonica e imitativa; esso allude insomma al contrappunto, restando saldamente ancorato a una natura narrativa. Certo, se vogliamo stare al gioco e trovare nell’ambito musicale un equivalente della tecnica della Hochet, non è in Palestrina o Marenzio che bisognerebbe cercarlo, ma piuttosto in certi ripiegamenti tormentati verso il contrappunto che hanno caratterizzato il Novecento – un contrappunto in cui il sovrapporsi delle linee melodiche non sfocia verso l’armonia del tutto, ma verso asperità dissonanti, attraverso uno strisciante conflitto di voci – oppure negli omaggi di Stravinsky o Sciarrino a quel complesso genio che fu Gesualdo da Venosa.

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