
Il primo aspetto che mi ha colpito, nella raccolta di liriche “Il martirio di Ortigia” di Elena Salibra (Manni, 2010, con un’attenta introduzione di Maria Cristina Cabani) è la ricchezza metrica. Dietro a questa c’è non solo la sapienza metricologica della Salibra, ma anche una finissima sensibilità ritmica, che gioca instancabilmente con accenti cesure metri enjambement e soprattutto, direi, con quel particolare attrito che si produce tra le esigenze del verso e le esigenze della sintassi – anche questa franta, prodiga di ellissi, incisi, trattini e parentesi. Maurizio Cucchi ha parlato a questo proposito di “non comune destrezza brillante”, di “capacità di gestire i materiali efficace e originale”. A leggerle, le sue poesie assomigliano a quelle piccole partiture stravinskiane regolate dall’irregolarità del ritmo:
tutto spostato d’un tanto
nei miei versi
d’un tempo d’un senso d’un dove
[d’una sillaba d’un accento] grafo
Di quel movimento – ci sei –
cerchio semicerchio ellissi
– lo spostamento
Così scrive Elena Salibra in quel movimento.
Perciò, quando, tra tanti versi – endecasillabi soprattutto – rotti e sminuzzati oppure espansi e ipermetri, ci si imbatte in un endecasillabo meno dissimulato, più apertamente cantabile di altri, si stupisce (“e piombo sul lungarno gambacorti”, per esempio, o “il dolce inferno della conceria”, o “la botola s’aprì di nuovo a lato”, e si noti come la cadenza del verso illustre si adatti a un linguaggio che non disdegna la contaminazione con il quotidiano). La tradizione poetica (i versi, addirittura la forma del sonetto) viene ripercorsa e modulata con la libertà di chi la sente parte della propria lingua, e ne attinge per scelta e per gusto.
Da un punto di vista visivo, invece, i versi della Salibra sembrano rimandare alla frammentarietà di antiche liriche sopravvissute a brandelli dentro a rotoli e codici (ecco, da qui, forse, le lettere isolate, le sigle, le parentesi quadre, i puntini di sospensione, l’uso degli spazi bianchi).
La sensibilità di cui sto parlando, assieme a un lessico sempre “dentro” le cose e allo stesso tempo “fuori” da esse, calibratissimo anche quando lascia i toni incliti e scende a pigliare dalla contemporaneità, sensatissimo anche quando si incanta a giocare con i suoni, danno a questi versi un colore di tenue distacco, forse di sorridente ironia (e dico “forse” perché la migliore ironia non si palesa mai troppo, e non rinuncia a un minimo di ambiguità), sul modello montaliano. Daniele Piccini, che ha visto questo rimando a Montale, parla di “parola spigolosa, irta e insieme ricca di accordi”. Emerge non di rado, quando i versi raccontano di viaggi o di città, o indugiano sulla quotidianità, sugli affetti, o alludono all’esercizio della poesia e all’arte – emerge, dicevo, un sottinteso diaristico, confidenziale (quel tu che compare così spesso, e che non sai se prendere per un interlocutore anche questo alla Montale o per un se stesso allo specchio).
Piccola glossa a quanto appena scritto: ho letto con ammirata attenzione le liriche di Elena Salibra anche perché sento, da narratore, di averne un gran bisogno. Chi racconta storie ha bisogno cioè di riflettere sulla densità e la ricchezza della parola, per non ridursi a un mero cronista di fatti – e questo la poesia lo concede con generosità. È un vecchio discorso, e non sono il primo a farlo – di recente ne ho parlato con Stéphanie Hochet, che ha espresso, da autrice di eccellenti romanzi, la stessa esigenza, che era già di Calvino, di Landolfi... Ma è un discorso su cui vale da pena di continuare a insistere.
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