giovedì 17 marzo 2011

Sintonie: Elena Salibra, "Il martirio di Ortigia"


Il primo aspetto che mi ha colpito, nella raccolta di liriche “Il martirio di Ortigia” di Elena Salibra (Manni, 2010, con un’attenta introduzione di Maria Cristina Cabani) è la ricchezza metrica. Dietro a questa c’è non solo la sapienza metricologica della Salibra, ma anche una finissima sensibilità ritmica, che gioca instancabilmente con accenti cesure metri enjambement e soprattutto, direi, con quel particolare attrito che si produce tra le esigenze del verso e le esigenze della sintassi – anche questa franta, prodiga di ellissi, incisi, trattini e parentesi. Maurizio Cucchi ha parlato a questo proposito di “non comune destrezza brillante”, di “capacità di gestire i materiali efficace e originale”. A leggerle, le sue poesie assomigliano a quelle piccole partiture stravinskiane regolate dall’irregolarità del ritmo:

tutto spostato d’un tanto
nei miei versi
d’un tempo d’un senso d’un dove


[d’una sillaba d’un accento] grafo
Di quel movimento – ci sei –
cerchio semicerchio ellissi
– lo spostamento

Così scrive Elena Salibra in quel movimento.

Perciò, quando, tra tanti versi – endecasillabi soprattutto – rotti e sminuzzati oppure espansi e ipermetri, ci si imbatte in un endecasillabo meno dissimulato, più apertamente cantabile di altri, si stupisce (“e piombo sul lungarno gambacorti”, per esempio, o “il dolce inferno della conceria”, o “la botola s’aprì di nuovo a lato”, e si noti come la cadenza del verso illustre si adatti a un linguaggio che non disdegna la contaminazione con il quotidiano). La tradizione poetica (i versi, addirittura la forma del sonetto) viene ripercorsa e modulata con la libertà di chi la sente parte della propria lingua, e ne attinge per scelta e per gusto.
Da un punto di vista visivo, invece, i versi della Salibra sembrano rimandare alla frammentarietà di antiche liriche sopravvissute a brandelli dentro a rotoli e codici (ecco, da qui, forse, le lettere isolate, le sigle, le parentesi quadre, i puntini di sospensione, l’uso degli spazi bianchi).
La sensibilità di cui sto parlando, assieme a un lessico sempre “dentro” le cose e allo stesso tempo “fuori” da esse, calibratissimo anche quando lascia i toni incliti e scende a pigliare dalla contemporaneità, sensatissimo anche quando si incanta a giocare con i suoni, danno a questi versi un colore di tenue distacco, forse di sorridente ironia (e dico “forse” perché la migliore ironia non si palesa mai troppo, e non rinuncia a un minimo di ambiguità), sul modello montaliano. Daniele Piccini, che ha visto questo rimando a Montale, parla di “parola spigolosa, irta e insieme ricca di accordi”. Emerge non di rado, quando i versi raccontano di viaggi o di città, o indugiano sulla quotidianità, sugli affetti, o alludono all’esercizio della poesia e all’arte – emerge, dicevo, un sottinteso diaristico, confidenziale (quel tu che compare così spesso, e che non sai se prendere per un interlocutore anche questo alla Montale o per un se stesso allo specchio).

Piccola glossa a quanto appena scritto: ho letto con ammirata attenzione le liriche di Elena Salibra anche perché sento, da narratore, di averne un gran bisogno. Chi racconta storie ha bisogno cioè di riflettere sulla densità e la ricchezza della parola, per non ridursi a un mero cronista di fatti – e questo la poesia lo concede con generosità. È un vecchio discorso, e non sono il primo a farlo – di recente ne ho parlato con Stéphanie Hochet, che ha espresso, da autrice di eccellenti romanzi, la stessa esigenza, che era già di Calvino, di Landolfi... Ma è un discorso su cui vale da pena di continuare a insistere.

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