venerdì 4 novembre 2011

Letteratura romancia

Grazie all’editore Casagrande di Bellinzona ho conosciuto le opere di alcuni autori in lingua romancia. Il romancio è una lingua di montagna, parlata solo in alcune zone dei Grigioni, la quale nel corso dei secoli si è divaricata in alcune varietà che, per ora, non sembrano aver trovato una sintesi. In Svizzera è una lingua ufficiale, ma è poco parlata, ancor meno scritta; nutrita nell’isolamento dei luoghi alpini, legata alla vita dei contadini e dei pastori, conserva una forte espressività, un’asprezza scorbutica (ma anche una sua visionarietà spiccia) che si trasmettono anche alle traduzioni in italiano.
Scegliere il romancio per fare letteratura e raccontare storie non è diverso dallo scavare nei dialetti più pericolanti per cavarne una nuova lingua poetica. È una scelta di stile che proprio nei limiti di una lingua sa trovare nuovi strumenti espressivi, nella povertà una diversa ricchezza. Mi pare che nei romanzi che ho letto sia proprio la lingua a dettare la forma, sia la grammatica (la fonologia, la sintassi, il lessico) del romancio a costruire l’architettura narrativa.

In “Sez Ner” di Arno Camenisch la vita di un gruppo di uomini costretti a vivere in un alpeggio (il casaro, l’aiuto casaro, il bovaio, il porcaio, più altre figure minori) è raccontata per frammenti che enunciano in un irremovibile presente la ripetitività dei gesti e delle situazioni, il ricorrere dei pensieri e delle fissazioni, e che poco alla volta compongono un mosaico di amara coerenza (la stagione in alpeggio). È la lingua più adatta alla rappresentazione di una vita dura ripetitiva e chiusa, è il borbottio che talora esplode in urlo, più spesso si spegne in silenzio ostinato. Nelle pagine di “Giacumbert Nau” di Leo Tuor (l’anno della traduzione presso Casagrande è il 2008) il frammento si alterna agli spazi bianchi, in un omaggio sconnesso (nervoso e suscettibile, ma anche lirico, a modo suo) al solitario personaggio che dà titolo al libro e che un po’ rappresenta il montanaro dei Grigioni (o l’abitante delle montagne tout court, verrebbe da dire). Il mondo descritto in questi romanzi è duro e chiuso (e questo lo abbiamo detto), bigotto e diffidente (verso gli stranieri, i turisti, i soldati dell’esercito in addestramento, verso ogni forma di eccentricità o originalità); la fatica del vivere ha reso crudeli gli uomini (verso gli altri uomini, verso gli animali, verso se stessi). Siamo lontanissimi dalle tentazioni arcadiche di molta letteratura di montagna.

Ritrovo la figura del solitario di poche parole nel Simon de “Il ritorno” di Oscar Peer, che per la verità è precedente ai due già citati e ormai si è ritagliato un ruolo di piccolo classico romancio del Novecento. “Il ritorno” è un romanzo di fattura più classica, ed è avvicinabile nell’impianto alla migliore narrativa di montagna (a Ramuz, che so). Ma certo l’asciuttezza, la rocciosità del romancio ne innerva le pagine, spazzandone via indugi e lirismi, e riducendo tutto all’essenziale, alle cose, agli aspetti tangibili, alla nudità delle azioni.

(Nota a piè di pagina: in appendice all’edizione italiana di “Sez Ner” è pubblicata una conversazione illuminante tra l’autore, Arno Camenisch, e la traduttrice, Roberta Gado Wiener.)

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