lunedì 7 maggio 2012

Su "A gran giornate", 6

Si parlava, in certi post precedenti, di come è andato formandosi il mio prossimo romanzo, il quinto, "A gran giornate", pubblicato da La Linea di Bologna e in libreria da luglio. Riprendo l'argomento, scusandomi ancora una volta per la dimensione autobiografica che assume un po' tutto il discorso.
Certo, a rileggerlo, dopo questi anni di assestamenti, ripensamenti, ricostruzioni, il mio romanzo apparirà meno frammentario di quanto appaia a me – suonerà dotato di una sua solidità anche logica, organizzato secondo un tessuto connettivale, per quanto interrotto a volte da capricciose ellissi. Ma io che l’ho vissuto come coacervo di frammenti, epopea a spizzichi, sento ancora il peso di quelle soluzioni di continuità e della discontinuità del tutto – la stessa, mi piace pensare, propria della vita, e così lontana invece dai corpi solidi dei romanzi, almeno di quelli intesi tradizionalmente e oggi tornati in auge nella narrativa di consumo, corpi dotati di coerenza stringente, o macchine in cui ogni pezzo si incastra perfettamente.
“A gran giornate”, il titolo intendo, viene naturalmente da quel sonetto di Petrarca fin troppo celebre, “La vita fugge et non s’arresta una hora/ et la morte vien dietro a gran giornate” (così nelle edizioni filologicamente solide). L’idea della vita come di una fuga disperata, insensata, con il fiato del tempo sul collo, mi sembrava confacente al clima che si stava creando nel romanzo, o meglio a quel clima di cui il romanzo sembrava fare una parodia. La citazione da Petrarca mi sembrava efficace per la titolazione, e per quel che di reminiscenza che sembra suscitare, per l’idea di fuga precipitosa, ma volevo che l’omaggio si fermasse lì: certo non avrei corroborato la reminiscenza con una citazione diretta sul frontespizio, dove ho preferito altro. Allo stesso modo, nella prima pagina del romanzo, l’io narrante, nel tirare le somme o il fiato prima di attaccare con il racconto di quanto accaduto, sembra volersi rifare a un’altra reminiscenza poetica, leopardiana questa volta, il vecchio trafelato che corre verso un precipizio, anzi un “abisso orrido, immenso” (Il canto notturno di un pastore errante dell’Asia, se non erro), ancora più forte perché priva, a differenza di Petrarca, del soccorso finale della religione. Ma anche qui, non volevo che l’eco di quel ragionare poetico, altissimo ma ahimè inquinato da troppe letture soprattutto liceali, si facesse troppo esplicito. Resta la sensazione (che l’io narrante esprime da subito) di trovarsi a vivere, loro personaggi, in una di quelle allegorie poetiche, e per questo di correre come matti senza sapere dove.

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