martedì 1 maggio 2012

Sintonie: Silvia Bortoli

Di recente ho ammirato i racconti di Silvia Bortoli contenuti in "Percezioni variabili" (Manni, 2005): finissimi, precisi, di una malinconia acuminata – una delle più intense letture di questi ultimi tempi. Ho poi letto, andando a ritroso, "L'inesperienza" (sempre Manni, 2003): vi ho ritrovato quella rara precisione nel definire i gesti, le parole, anche i silenzi, che mi aveva colpito nei racconti. Precisione e allusione. Pagina dopo pagina, l’ho aperto come si apre una raccolta di vecchie fotografie di famiglia dai colori ormai alterati dal tempo, in cui ci si chiede non solo chi siano e cosa pensino le persone fotografate, ma anche chi sia rimasto fuori dall'immagine, e perché. In più, ed è una cosa che quasi mi ha stordito, perché mi ci sono ritrovato in pieno, l’autrice è riuscita a raccontare benissimo, con grande finezza e un sottile sgomento, i minimi spostamenti nel tempo, l'avanzare nell'età, il proiettarsi nella vecchiaia, lo sfilacciarsi progressivo del passato (temi che con ogni evidenza appassionano Silvia Bortoli, che en passant è anche raffinata traduttrice dal tedesco). “L’inesperienza” si presenta per scelta editoriale come un romanzo, ma in realtà è, secondo le parole della stessa autrice, una “narrazione per sezioni” quasi sempre brevi, per tessere composte con lentezza e assemblate con estrema attenzione. In ognuna ritroviamo gli stessi personaggi, di volta in volta più familiari (figure per lo più femminili, Sandra, sua madre, altre congiunte, il padre nel ricordo, l'anziana e a modo suo eccentrica vicina di casa Armida…); ma allo stesso tempo ogni volta l’autrice ci invita a ricostruire il non detto, a risistemare i tasselli anche minimi del contesto. In questo "fuori immagine", o nell'ellissi, o nella reticenza, vedo un invitare il lettore a esercitare uno sguardo più attento e cauto - oppure il bisogno di non rivelare tutto, di lasciare che la pagina respiri di mistero come la vita. In fondo, si può davvero leggere “L’inesperienza” come un romanzo, perché lo si sente attraversato di fili sottili ma tenaci e fitti, e perché un romanzo non ha bisogno per forza di un plot per avere una sua coerenza, una sua ragion d’essere.

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