lunedì 7 maggio 2012

Letture: Felisberto Hernández

Sto leggendo “Nessuno accendeva le lampade”, una raccolta di racconti di Felisberto Hernández, da poco uscita in una nuova traduzione a cura di Francesca Lazzarato per La Nuova Frontiera. Hernández è praticamente sconosciuto in Italia: si sono perse da anni le tracce della precedente edizione Einaudi del 1974, con traduzione di U. Bonetti, mai più ristampata.
Hernández (Montevideo, 1902-1964) era pianista e scrittore; prima pianista, poi scrittore dalla sconcertante sensibilità. Chissà come sono i suoi romanzi, tutti inediti in Italia. I racconti sono qualcosa di diverso, di inclassificabile: procedono ambigui e spaesanti come sogni a cui certe ricorrenze concedono una parvenza di articolazione narrativa. Sono abitati da personaggi che si muovono, guardano, pensano come persone sognate. L’io vive situazioni ricorrenti: attraversa tunnel, oppure è ospitato in ville e palazzi altrui dove indugia, si adagia, osserva, ascolta, compie con la più grande naturalezza atti misteriosi e incongrui (da questa incongruità nasce un lieve, spiazzante umorismo). Gli abitanti di quei luoghi si muovono assorti come fantasmi che non hanno dimenticato la cortesia.
L’io non elabora ragionamenti, ma è attraversato da pensieri evanescenti e insieme ossessivi provenienti da chissà dove; e “legge” ciò che lo circonda ricorrendo a una fitta rete di imprevedibili analogie. Il suo modo di osservare popola la realtà di arti e teste che fluttuano nello spazio come animati da vita propria, si stagliano contro i cieli e i muri: teste autonome come animali, come nuvole, attraversate (mi ripeto, pazienza) da pensieri corposi e tangibili. I sensi – la vista in particolare – vagano per gli spazi, li illuminano, li manipolano.
In un paio di occasioni (sto parlando dei primi racconti, non è escluso che più avanti questa postilla richiesta aggiornamenti) Hernández, che, come dicevo, era musicista, racconta la musica attraverso densi rimandi analogici, inusitate sinestesie. Nei suoi racconti la musica si espande lenta, viva e carnosa nell’aria, da strumenti non più accordati da un pezzo: “Quando suonai il primo accordo, il silenzio sembrava un pesante animale che avesse alzato una zampa. Dopo il primo accordo venero dei suoni che presero a oscillare come la luce delle candele. Feci un nuovo accordo, come se avanzassi di un altro passo. E pochi istanti dopo, prima che suonassi un altro accordo, una corda saltò…” (“Il balcone”). Oppure i rumori di un banchetto si fanno orchestrazione, i commensali sembrano eseguire una partitura, a capotavola il padrone di casa si muove come un direttore d’orchestra: “Sedendosi, il direttore salutava, tutti volgevano la testa ai piatti e provavano gli strumenti. Poi ciascun silenzioso orchestrale suonava per cono proprio. In principio si sentivano tintinnare le posate, ma dopo qualche istante il rumore svaniva e veniva dimenticato (…). Dopo poche serate a quella mensa gratuita, mi ero già abituato alle stoviglie e potevo suonare gli strumenti per conto mio” (“La maschera”).
Continuo a leggere, con la lentezza necessaria.
http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2010/06/25/letteratura-musica/

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