venerdì 18 maggio 2012

Su "A gran giornate", 7


Proseguo nelle riflessioni sul romanzo "A gran giornate", che uscirà a luglio pubblicato da La Linea di Bologna, e di cui sono in grado stavolta di anticipare l'immagine della copertina - sulla quale tornerò tra qualche giorno.

“A gran giornate”, ovvero il cammino che si può fare in un giorno, è anche espressione dignitosamente desueta, ben attestata in ambito letterario e trattatistico: rende e ingentilisce la locuzione latina “magnis itineribus”, appartenente al lessico militare (come sa chiunque abbia avuto a che fare anche solo con i Commentarii di Cesare), traducibile anche con “a lunghe tappe”, “a tappe forzate”. Risuona insomma, in “a gran giornate”, come  un’eco di necessità, di obbligo: non vi è il piacere della flânerie, in quel marciare, e forse non vi è nemmeno un senso – o, se c’è, non c’è per chi marcia, che non ha da sapere, deve solo obbedire. Ora, senza spingersi troppo in là – i miei personaggi non sono soldatini, non si sentono parte di una falange, e non lo sono, e non compiono nulla di eroico, nemmeno per sbaglio – permane forse davvero quell’eco di marcia, qua e là, quell’obbedire a un ordine che resta misterioso; di sicuro non appare alcun generale a tracciare percorsi su una mappa.

A stemperare quella disperazione del precipitarsi (tutti assieme, ma soli!) in un precipizio, come in Leopardi (il Leopardi de "La ginestra" stavolta) ecco intervenire il soccorso solidale, il sentimento di un fraterno reggersi nell’infelicità universale – certo assai meno eroico che nei versi leopardiani. Uno alla volta, i miei personaggi si incontrano, procedono assieme, talvolta si perdono, ma in generale si uniscono fino a formare un gruppo unito da una misteriosa e probabilmente inconsapevole solidarietà. Non sanno dove vanno, ma sentono che andare assieme renderà meno insopportabile il percorso, meno trafelate le tappe forzate (le “gran giornate”) della loro vita. 

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