Proseguo nelle riflessioni sul romanzo "A gran giornate", che uscirà a luglio pubblicato da La Linea di Bologna, e di cui sono in grado stavolta di anticipare l'immagine della copertina - sulla quale tornerò tra qualche giorno.
“A gran giornate”, ovvero il cammino che si può fare in un giorno, è anche
espressione dignitosamente desueta, ben attestata in ambito letterario e
trattatistico: rende e ingentilisce la locuzione latina “magnis itineribus”,
appartenente al lessico militare (come sa chiunque abbia avuto a che fare anche
solo con i Commentarii di Cesare), traducibile anche con “a lunghe tappe”, “a
tappe forzate”. Risuona insomma, in “a gran giornate”, come un’eco di necessità, di obbligo: non vi è il piacere
della flânerie, in quel marciare, e
forse non vi è nemmeno un senso – o, se c’è, non c’è per chi marcia, che non ha
da sapere, deve solo obbedire. Ora, senza spingersi troppo in là – i miei
personaggi non sono soldatini, non si sentono parte di una falange, e non lo
sono, e non compiono nulla di eroico, nemmeno per sbaglio – permane forse davvero
quell’eco di marcia, qua e là, quell’obbedire a un ordine che resta misterioso;
di sicuro non appare alcun generale a tracciare percorsi su una mappa.
A stemperare quella disperazione del precipitarsi (tutti
assieme, ma soli!) in un precipizio, come in Leopardi (il Leopardi de "La ginestra" stavolta) ecco intervenire
il soccorso solidale, il sentimento di un fraterno reggersi nell’infelicità
universale – certo assai meno eroico che nei versi leopardiani. Uno alla volta,
i miei personaggi si incontrano, procedono assieme, talvolta si perdono, ma in
generale si uniscono fino a formare un gruppo unito da una misteriosa e
probabilmente inconsapevole solidarietà. Non sanno dove vanno, ma sentono che
andare assieme renderà meno insopportabile il percorso, meno trafelate le tappe
forzate (le “gran giornate”) della loro vita.

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