venerdì 11 gennaio 2013

"Il sangue del tiranno" su "Il Grandevetro"


Finalmente, sul n. 2012 di settembre/dicembre 2012 della gloriosa rivista bimestrale "Il grandevetro", in un bel numero tutto dedicato all'arte, compare l'attesa recensione del mio "Sangue del tiranno" firmata da Fabio Ciriachi. La riporto anche qui, nella sua integralità.


CLASSICITÀ DI UN CONTEMPORANEO
Il sangue del tiranno ha, in ambito di narrativa contemporanea, tre precedenti illustri con cui misurarsi. Il primo è Tutte le anime, di Javier Marias, ambientato nell’università di Oxford; struttura chiusa che, come nell’università raccontata da Morandini, diventa il mondo con le cui complesse declinazioni il protagonista deve vedersela; il secondo è Vergogna, di J.M Coetzee, dove in ambito universitario scatta il corto circuito esistenziale che obbliga il protagonista a lasciare l’insegnamento e a ritirarsi presso la figlia, che lavora in una clinica per cani morenti, in un territorio segnato dalla violenza (anche nel libro di Morandini c’è un docente che si è ritirato in campagna e alleva cani randagi); il terzo riferimento – inevitabile, data la piega giallo/noir assunta dalla narrazione – è col Friedrich Dürrenmatt di Un requiem per il romanzo giallo, perché con quel libro, vero grado zero del genere, nessuno, che voglia percorrere  certi territori narrativi, può esimersi ormai dal fare i conti.
Quanto al confronto con Dürrenmatt, il più scivoloso (superati agevolmente gli altri due), Morandini è abile nello schivare il tranello. Sorta di cauta Penelope, disfa immediatamente ogni accenno di genere che via via dissemina sulla pagina. C’è un delitto, infatti, ma fino alla fine  nessuno sa se l’aggressione di cui resta vittima il rettore di un’anonima università italiana potrà essere rubricata alla voce omicidio, perché manca la notizia della di lui morte. C’è un commissario che indaga, in modo troppo umano, forse, se poi alla fine gli viene tolto il caso. C’è un sospettato che sparisce proprio come fanno i sospettati. C’è un finale di nodi al pettine che però non ne scioglie nessuno, giacché si limita a dislocare altrove personaggi restii, anche in altra sede, a liberarsi dei loro vizi.
In tutto il libro non si nomina mai un luogo o un evento capaci di ubicare e datare la vicenda, eppure non abbiamo dubbi ad ambientarla qui, oggi. Perché è proprio di questo che parla Il sangue del tiranno, di qui, oggi. E lo fa con un’ironia spesso vicina al sarcasmo, come nell’episodio del cane che assiste alla lezione tenuta per i soliti quattro gatti. O anche col presentarsi dell’io narrante, al commissario che gli chiede il nome, alla maniera di James Bond: “Villani. Martino Villani”. Lo fa con una serrata critica politica che, senza sbandierare slogan, ben evidenzia il modo in cui la struttura universitaria, metafora della nostra società civile, implode per abbandono, per accidia, per malcostume, per tagli ai finanziamenti, per egoismo, e si decompone fino a puzzare di fiori cimiteriali, di bagni irrespirabili, di documenti e testi che lasciano l’umida cantina in cui sono stipati solo per andare al macero, anziché negli scaffali di una biblioteca. L’amore non regge alla prova della intercambiabilità dei soggetti e la solitudine è l’unico bene condiviso. Più qui e oggi di così?
Un’ultima nota sulla lingua. Dopo Rapsodia su un solo tema (Manni, 2010) e Nora e le ombre (Palomar, 2006), e in attesa di attraversare anche Le larve (Pendragon, 2008), possiamo dire che con Il sangue del tiranno Claudio Morandini conferma di possedere quel dono particolare della scrittura tale per cui fa sembrare facili le cose più difficili. Leggendo ogni sua pagina ci si compiace dell’esistenza della lingua italiana, si sente che nelle sue mani essa è protetta e arricchita; Claudio Morandini è, in questo, sorprendentemente classico, pur abitando a pieno titolo, per i registri adottati e per lo stile, nel contemporaneo. Con lui la lingua fa, e bene, quello che deve: congiunge, allarma, attrae, svela, mette in crisi, aiuta.

Fabio Ciriachi


Nessun commento: