lunedì 5 agosto 2013

Dallo Speciale n. 1 di "FuoriAsse": Francesca Scotti, "L'origine della distanza"


“L’origine della distanza” (Terre di Mezzo, 2013) è il titolo, particolarmente felice, del primo romanzo di Francesca Scotti – romanzo a modo suo, e vedremo come, ma certo non nel modo in cui si può intendere un romanzo oggi, cioè forte di un plot avvincente e di uno studiato dosaggio di colpi di scena e scene d’azione. Francesca, che aveva già mostrato di saper lavorare con originale levità e in profondità la materia narrativa nella raccolta “Qualcosa di simile” (Italic Pequod, 2011), qui si dedica a vicende e a ritmi ancora più distesi. E qui, nelle cadenze del romanzo, vedo una prima “distanza”, gentilmente provocatoria, rispetto all’andazzo corrente, ai meccanismi narrativi tutti fatti e azioni.
Vittoria, giunta in Giappone quasi per caso, dietro a un amore che in realtà la sfugge lasciandola sola, vi resta, sempre più affascinata dalla mentalità, dagli usi, dalla diversità culturale di quel Paese, da cui evidentemente non è così lontana, per temperamento e disposizione d’animo. Il suo sguardo, il suo udito si esercitano da subito su un mondo che dovrebbe esserle estraneo, con una sintonia che la tiene al riparo dagli scivoloni verso il pittoresco e l’esotico o il buffo (nemmeno un film per altri versi sottile come “Lost in Translation” di Sofia Coppola ne era immune, ricordate?). Coglie il distac- co, avverte il mistero, ma lo rispetta, e così facendo se ne appropria. Tra lo sguardo “a occhi bassi” dei giapponesi e il suo, calibratissimo, intimidito dalla condizione di sradicamento da troppe comuni certezze, vi è già un legame, che i mesi di permanenza (nella quieta Kyoto, una città “senza la frenesia e le stranezze” che ci si potrebbe aspettare) rafforzano. Sentiamo che l’esperienza personale ha consentito a Francesca Scotti, che da anni vive tra l’Italia e il Giappone, un approccio graduale al mondo cortese ma pudico della società nipponica, soprattutto le ha permesso di guardare oltre le eccentricità e gli eccessi (le ragazze che ostinatamente ogni mattina si truccano per sembra- re più occidentali, l’estraneità dei gusti gastronomici, l’ipermodernità contaminata con riti ancestrali, persone che “evaporano” nel nulla in una notte...) e di cogliervi un senso, o più sensi, insomma un’affinità, per quanto misteriosa.
La linearità dello stile di Francesca Scotti è frutto di un gran lavoro di pulizia, di sottrazione del superfluo – ed è una qualità che abbiamo già riconosciuto nei suoi racconti, e che qui, per analogia con l’amore per l’equilibrio essenziale dei giapponesi, si affina ulteriormente. Si percepisce una fine sensibilità per gli spazi, i vuoti, i silenzi che consentono di ascoltare piccoli rumori di fondo, che a poco a poco compongono una complessa partitura di pigolii, sgocciolii, passi, lontani rumori di traffico, rumori di cucina, foglie smosse dal vento, carte, ghiaia, bisbigli, sospiri. Francesca Scotti, che è musicista, già in alcune pagine di “Qualcosa di simile” aveva giocato con l’effetto straniante che fa uno strumento musicale che nessuno suona – qui, nel romanzo, il gioco è costante, ed è serio come la vita.
La seconda coniugazione della “distanza”, quella tra due culture, due stili di vita, è insomma la più labile, la più superabile, almeno per Vittoria. Più forte, e in crescendo, sembra invece essere quella che la oppone al mondo da cui proviene, l’Italia rassicurante e routinière, anche quando indulge a inseguire inquietudini e spleen alla moda: è l’Italia che qui mi pare ben rappresentata da Lorenzo, il giovane di cui Vittoria si è innamorata al punto da seguirlo – per scoprire che lui non è più lì, e che è fuggito da una liaison voyeuristica come si può fuggire da un tentativo mal riuscito di farsi giapponese secondo un’idea molto europea. L’Europa, l’Italia scivolano via, in un tempo solo apparentemente immobile, in realtà scandito da gesti, sguardi, sussurri, sorrisi, cerimoniali, abitudini nuove che hanno il sapore di scoperte, e scoperte di cose antiche.
La “distanza” del titolo sembra una volta di più smentita dall’avvicinarsi, sempre pudico, reticente, ma non per questo meno intenso, tra persone: Vittoria si trova al centro dell’attenzione, in quanto straniera, attira gli sguardi, forse anche i commenti – ma non è questo interesse superficiale a diventare oggetto di narrazione. Piuttosto, certi personaggi del romanzo, in particolare femminili, sembrano trovare in lei una confidente attenta e non ritrosa, e finiscono per aprirsi ai ricordi e alle confessioni, per esprimere, con la proverbiale cortesia nipponica ma anche con una sincerità di cui essi stessi sembrano stupirsi, timori e speranze (tra i primi, tragicamente fresco e tutt’altro che accademico, l’assillo per il contagio del post-Fukushima).

“L’origine della distanza” dimostra anche, e infine, come il modo migliore per parlare di amore (perché il romanzo, in effetti, può anche essere letto come tale, come una storia d’amore) sia di non parlarne, o meglio di cercare di evitarlo, raccontare l’assenza, la lontananza, quel sentimento complesso fatto di rimpianto e desiderio di oblio, di appartenenza e crescente estraneità, di volti amati che sfumano nel ricordo e volti nuovi che sembrano volerli sostituire.

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