lunedì 14 ottobre 2013

Da "Zibaldoni e altre meraviglie": "Radici, più o meno"


Da ieri si può leggere un nuovo pezzo nella mia 
rubrica "Da una provincia di confine", sulla rivista "Zibaldoni e altre meraviglie". Il titolo suona così: "Radici, più o meno". Ne riprendo la prima parte. E vi invito a leggere il seguito su 
http://www.zibaldoni.it/2013/10/12/radici-piu-o-meno/.

La solitudine di un dimesso presente, per quanto affollata, spinge molti abitanti delle province più lontane a prendere la penna e a guardare compunti al passato, in cerca di un soggetto che abbia in sé grandezza epica, afflato lirico. Eruditi freschi di studi universitari tratteggiano, in volumi densi di note e dalla bibliografia imponente, la storia nei secoli (secoli? millenni, all’occorrenza!) di paesi, paeselli, borghi, frazioni, singole case, singole stanze. Altri, giunti alla pensione, o in anno sabbatico, o nelle pause di lavoro, si dedicano (per anni!) all’araldica, alla genealogia, alla saga della propria famiglia. Spulciano archivi, rovistano tra le lettere e i testamenti, entrano in casa di parenti a cui non rivolgevano più da un pezzo una parola e estorcono confidenze; quando il parente, di vescica debole, si alza e traballa fino al bagno, ecco lo studioso alzarsi a sua volta, subdolo, aprire cassetti, frugare tra carte, bollette, vecchie cartoline, mettersi in tasca fogli, appunti, fotografare con il cellulare tutto quello che può. E quando il parente torna dal bagno, l’erudito è di nuovo al suo posto, le gambe accavallate, uno sbadiglio evocato ad arte.
Questo genere di ricerche genealogiche occupa mesi, anni, si diceva. Le decine di fogli degli inizi sono diventate centinaia, migliaia – e si è sempre solo all’inizio! Gli antenati, da quelle carte, emergono in tutta la loro puntigliosa inconsistenza: hai voglia a tracciarne le gesta con uno stile di burocratica, goffa solennità, sempre poveracci rimangono, uomini spaccati in due dalla fatica di lavori che oggi nemmeno gli schiavi, padri padroni rissosi, resi stolidi dalle bevute, picchiatori di mogli e figlie, untuosi con i potenti, ciechi dinanzi agli sviluppi delle loro azioni, vittime sussiegose di congiunti più furbi, rigidi economi con i figli e sciocchi dilapidatori con gli amici profittatori. Se ne accorge il compilatore, o la sua vista è così corta da non consentirgli di notare che l’intento celebrativo degli inizi si è appannato pressoché subito, che la materia trattata è ben misera, che la famiglia (la Famiglia, anzi) ne viene fuori immeschinita?

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