mercoledì 16 ottobre 2013

Da "Letteratitudine News": "Busenello", di Jean-François Lattarico


Da noi il Barocco soffre ancora, in certi ambienti restii ad accogliere prospettive critiche più recenti, come la scuola, di una sottovalutazione vischiosa, effetto del giudizio limitativo di lontana derivazione crociana (un Croce fortemente curioso del Barocco, ma anche giudice troppo accigliato) e, probabilmente, anche della perfidia di Manzoni (che nel cap. XXXVII de “I promessi sposi” liquida tutta l’esperienza marinista nella citazione di un verso dell’Achillini). Per questo fa piacere (un piacere che è anche “maraviglia”, alla Marino) scoprire quanto sia stato vivace e fervido il Seicento, e quanto sia acuta oggi l’attenzione critica. Esuberante, ricco e complesso è infatti il dibattito culturale e letterario raccontato fin nei minimi dettagli da Jean-François Lattarico nel suo “Busenello. Un théâtre de la rhétorique” (Classiques Garnier, 2013).
Giovan Francesco Busenello (1598-1659) è noto soprattutto per il libretto de “L’incoronazione di Poppea”, l’opera del vecchio Claudio Monteverdi; ma è stato autore fecondo e facondo, a cui Lattarico ha già dedicato attenzioni filologiche nella pubblicazione de “Il viaggio d’Enea all’Inferno” (Palomar, Bari, 2010, ahimè introvabile). L’Accademia veneziana degli Incogniti, di cui Busenello faceva parte, e a cui Lattarico, che insegna Letteratura Italiana all’Université de Lyon, ha già dedicato un saggio altrettanto ampio (“Venise incognita. Essai sur l'académie libertine du XVIIe siècle”Champion, 2012), si profila, nel trattato incentrato su uno dei suoi protagonisti, come un fertile terreno di elaborazione teorica e estetica, un vero e proprio movimento di avanguardia che tenta nuove forme, mette in discussione obblighi e canoni, contamina generi e nello stesso tempo ne definisce di nuovi, cerca liberamente nel passato i suoi classici, le sue fonti. Nel primo Seicento, insomma, le Accademie che fioriscono un po’ ovunque non sono sinonimo di conservazione, ma piuttosto di messa in discussione di modelli ritenuti superati o inadeguati, di sperimentazione di nuove vie di espressione, di definizione di una nuova retorica applicata alla scrittura d’arte. Sono luoghi di condivisione di temi e poetiche, di cui Lattarico, instancabile, rintraccia i passaggi da un autore all’altro, da un’opera all’altra. E l’Accademia degli Incogniti, come ogni movimento d’avanguardia, produce idee e opere, le une in dialogo con le altre, talvolta, si direbbe, le prime più interessanti e durevoli delle seconde; ma Lattarico, che non è solo uno studioso fine e rigoroso, ma anche un grande appassionato del Barocco, sa mettere in luce anche nelle opere più neglette le punte di eccellenza, le pagine più belle, meno occasionali, più originali e financo rischiose.
L’ambito nel quale il dibattito letterario produce i suoi frutti migliori è il teatro, anche per effetto, a Venezia, di un clima particolarmente favorevole alle scene; e, nel teatro, il dramma per musica, che nelle intenzioni di Busenello e degli altri accademici è luogo libero di ricerca espressiva, un ibrido in cui la poesia e la musica convivono alla pari, in una fruttuosa intesa attorno alla comune indagine sugli affetti. L’ambizione di Busenello e degli altri accademici è di fondare un genere nuovo, che si scrolli di dosso i vincoli (di recente scoperta, ma già sentiti come impositivi e inadeguati) delle unità aristoteliche e si rifaccia a modelli “irregolari” e anticlassicisti, come Lucano, e allo stesso tempo attinga a modelli nuovi come il Marino (anche questi Incognito ad honorem). All’altro genere soggetto a una forte sperimentazione e in via di definizione, il romanzo, Lattarico si è già dedicato in altre occasioni, per esempio traducendo in francese la “Messalina” di Francesco Pona, altro accademico di vena robusta (“La Messaline”, Publications de l'Université de Saint-Étienne, 2009). Ma, come lo stesso Lattarico ci informa, anche Busenello, infaticabile sperimentatore di generi, tenta la strada del romanzo, o meglio è tentato dal romanzo e pianifica alcuni progetti di stesure rimasti manoscritti e incompiuti (“La Floridiana”, “Il Fileno”).
Modello per eccellenza, in poesia, è, si diceva, il Marino. Il teatro di Busenello e degli altri, inteso come luogo della meraviglia, della sorpresa, dell’invenzione, in cui si mescolano liberamente mito e storia antica, allegoria morale e visione amorale delle passioni umane, è debitore dell’autore dell’”Adone”. Confrontare Marino e Busenello sarebbe però ingiusto e improprio: Busenello opera in altri territori, con altra vena e per altri committenti – e lì, proprio nei territori del teatro musicale del XVII secolo, dimostra secondo Lattarico qualità eccezionali, ricchezza e varietà di stile e di temi senza paragoni, profonda sapienza retorica – una retorica che deve molto anche alla sua professione, esercitata per tutta la vita, quella di avvocato. Le sue scelte poetiche sono disparate, e contemplano anche la poesia dialettale, più realistica e autobiografica, vero contrappunto smagato e scettico alla costruzione di vasti apparati illusori nei generi maggiori.
Nell’ingegnoso, inquieto e ispirato poligrafo Busenello, scrutato al microscopio da Lattarico, riconosciamo, in conclusione, molto di noi stessi. Basterebbe questo per sperare in un’edizione italiana di questo saggio insieme scrupoloso e avvincente.

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