domenica 27 ottobre 2013

Da "Letteratitudine News": conversazione con Lilian Auzas


CM - Le Edizioni Elliot hanno da poco pubblicato, nella traduzione di Monica Capuani, Riefenstahl, il romanzo che il giovane autore di Lione Lilian Auzas ha dedicato alla regista e fotografa Leni Riefenstahl. Parlo di romanzo, non di biografia, perché così è stato presentato nel 2012 in Francia dalle Editions Léo Scheer, e perché così l’ho sentito al momento della lettura – un romanzo in cui l’invenzione narrativa, l’introspezione psicologica, l’evocazione di momenti e ambienti nascono da un apparato di conoscenze storiche che però non opprimono mai. Sentiamo che cosa ne pensa Lilian Auzas.
LA - Innanzitutto bisogna sapere che fra me e Leni Riefenstahl vi è una lunga storia. La sua personalità mi ha sempre incuriosito da quando, una notte d’estate, ho visto sulla rete franco-tedesca ARTE, il programma Leni Riefenstahl - La forza delle immagini di Ray Müller. Ho letto, leggo e continuerò a leggere tutto ciò che riguarda Leni Riefenstahl. Sono all’agguato ogni volta che esce un libro sull’argomento. È un vero chiodo fisso. Così mi ritrovo con dei libri italiani, anche se non parlo la vostra lingua, oppure con un catalogo di una mostra in giapponese… Leni Riefenstahl è stata poi l’argomento scelto per la mia tesi di laurea in Storia dell’arte. Ho racimolato moltissimo materiale su di lei, a furia di lavorare su archivi, fonti e vari libri di studiosi di storia.
La Riefenstahl è un personaggio estremamente complesso. Senza dubbio umano. Molto contraddittorio. Quando ho smesso le mie ricerche dopo aver iniziato una tesi di dottorato, avevo ideato il progetto di una monografia su di lei. Volevo sbarazzare la sua figura dal cliché dell’artista di propaganda di regime. Non che la cosa sia falsa, al contrario. Ma le opere sono ben più ricche. L’idea del romanzo è germogliata a poco a poco durante la stesura della monografia: Leni Riefenstahl è un personaggio romanzesco. Allora mi ci sono buttato.

CM - Quanto ti ci è voluto per ottenere questa “leggerezza” di tono, visto che il tema si prestava a un trattamento – come dire – “pesante”?
LA - La leggerezza del romanzo, come tu dici, sta nella stessa personalità della Riefenstahl. A ben leggerlo, il testo non è appesantito dallo sfondo storico. E così che ho voluto. Vi è presente solo quando riguarda Riefenstahl. Ho trattato la vita di Riefenstahl per episodi. È un omaggio al suo modo di costruire un documentario. Selezionare solo le cose più importanti e saper creare momenti insieme dolci e forti, pacati e intensi. Ed è quel che ho fatto. Tutto è importante e oscillo tra momenti privati e tratti che riguardano la sua vita pubblica. E ciò provoca una specie di catarsi. Ne scaturisce un ritratto sfumato, almeno così spero. Questo trattamento episodico sottolinea anche il suo lato fulmineo. Perché, se Leni Riefenstahl è vissuta fino a centouno anni, dal 1902 al 2003, nondimeno ha attraversato il XX secolo in fretta e furia. Detestava le pause. Al cinema come nella vita.

CM - Molte scene del romanzo sono concepite quasi come pagine di dialogo tra il brillante e il mélo, sembrano pronte per essere trasformate in sceneggiatura. È una scelta calcolata? Io l’ho letto come un omaggio (ironico, ma sentito) all’arte di Leni, al suo passato di attrice, a una fase ancora pionieristica del cinema.
LA - Questo mi fa piacere, perché la cosa è volontaria. Sono contento che tu mi faccia questa domanda. Ho tentato di applicare al mio romanzo il metodo riefenstahliano, cioè quello di vedere con la mente prima di filmare, o di scrivere. In Riefenstahl, ogni dialogo serve il romanzo. Lo anima, e quasi sempre viene piazzato durante i momenti più forti: il litigio con il padre, l’incontro con Arnold Fanck, ecc. I dialoghi non sono mai superflui. Non lo sono mai nei film della Riefenstahl. Quindi, il romanzo assume una forma ibrida, perché è perfettamente adattabile per diventare un film.

CM - Ti sei concesso delle libertà (storiche, biografiche) nel raccontare la vita di Leni Riefenstahl?
LA - Sì, certo. Ho letto in Francia e in Italia che si parlava del mio romanzo come se fosse una biografia. È sbagliato. È un ritratto. Quindi, soggettivo. Certo, posso appiccicarmi alla realtà, ma per creare questo ritratto mi sono preso qualche libertà. Tuttavia, tutti gli avvenimenti sono veri. Mi spiego: ogni fatto che descrivo è stato tratto dalle Memorie della Riefenstahl, da varie testimonianze o da scritti di storici. Quando certi studi si contraddicevano, ho fatto io la scelta, vuoi incrociando le fonti, vuoi fidandomi della mia intuizione. È stato difficile ridare un’apparenza umana al mostro che quella donna era diventata. In nessun modo ho cercato di riabilitarla, contrariamente, ancora una volta, a ciò che è stato detto. Ho voluto essere giusto nei suoi confronti. E non taccio certo sulle zone buie della sua carriera. Sull’episodio polacco o gli zingari del film Bassopiano (Tiefland) per esempio, non volevo giudicarla. Spetta al lettore farsi una propria opinione su questa donna.

CM - Poi ci sono i dialoghi…
LA – Proprio nei dialoghi mi sono preso le maggiori libertà. Come potrei sapere ciò che Leni e Hitler si sono detti veramente a quattr’occhi? Altri esempi: Leni Riefenstahl ha davvero fatto sesso con due uomini in una sauna a Davos la sera stessa in cui Hitler è stato eletto cancelliere? Non lo so. Quel che so è che lei si trovava a Davos, in una sauna col suo fidanzato dell’epoca, il cameraman H. Ertel e il suo maestro di sci W. Prager. L’informazione è confermata da S. Bach. Dopo questo soggiorno, Ertel diventerà il suo ex e Prager il suo nuovo compagno… Che cosa possono fare due uomini e una donna in una sauna, la sera tardi?… La scenata che Leni fa davanti ad Hitler e Goebbels per il montaggio di Trionfo della Volontà non si è svolta in quella maniera, ma in due momenti distinti: prima in sala di montaggio, poi durante un ricevimento da Hitler. Ho sintetizzato il tutto in un unico avvenimento per creare un momento drammaticamente più forte. Ma la sostanza è vera. Insomma, queste piccole cose, i documenti citati, la poesia… tutto è vero.

CM - Il vero tema del libro sembra essere il rapporto tra l’arte e il potere, in particolare quel limite, ambiguo, rischioso, che divide la libertà dell’espressione artistica dall’opportunismo cortigiano. Chi si serve di chi, tra Riefenstahl e Hitler? Chi sfrutta chi, dei due? Chi ha avuto più da guadagnarci? Riefenstahl si è messa al servizio del nazismo o ha cercato di sfruttarne l’appoggio per realizzare i suoi progetti artistici? (Questa seconda opzione non la rende naturalmente meno colpevole…)
LA - È un argomento molto interessante. Sia ben chiaro: Leni Riefenstahl è colpevole. Almeno per quanto riguarda il fatto che non abbia mai a cose fatte la sua implicazione artistica nell’apparato nazista. Chi si serve di chi? Entrambi. Hitler aveva al suo servizio un’artista di grande talento fin dal 1932, e senza nulla chiedere, giacché fu la Riefenstahl ad andare da lui; lei lo presenta, nel Trionfo della Volontà, come il Führer, come un dio vivente. La Riefenstahl ha senz’altro approfittato del sistema. Contratta per se stessa compensi astronomici, e Hitler le offre una villa nella periferia chic di Dahlem. Per La vittoria della Fede, il partito nazista le regala per giunta una macchina. Ma, si badi, lei negoziava. Non era avvezza a tacere. E difficilmente la si poteva corrompere. Ognuno trovava il proprio tornaconto: Hitler, una formidabile propagandista, Riefenstahl una posizione e la ricchezza. Riefenstahl era sul serio “sedotta” politicamente da Hitler, sennò non si sarebbe impegnata così tanto, mi sembra ovvio. La cosa più difficile da stabilire per lei, sono i suoi limiti nei confronti del nazismo. Di fronte ad Hitler la sua fede era indefettibile, di fronte agli altri, non ne sarei così sicuro. Heinz von Jaworsky, un suo collaboratore, affermava che lei gli avrebbe confessato una cosa del genere: «Se non ci fossero tanti criminali intorno a lui, Hitler avrebbe potuto essere un grande uomo»…

CM - Ci riconosciamo ancora nell’idea di bellezza (solenne, statuaria, eroica, anche kitsch, se vogliamo) perseguita dalla Riefenstahl per tutta la vita, o possiamo considerarla vintage, e ammirarla come si ammirano le cose lontane e ormai incomprensibili?
LA – No, affatto. L’arte di Leni Riefenstahl è molto attuale. Lei non ha inventato nulla, ma ha sublimato il corpo umano, come hanno fatto Prassitele o Michelangelo prima di lei. Con il suo metodo, ha conferito nuovi parametri alla rappresentazione dell’uomo. Una rappresentazione che vige tuttora, nella pubblicità, nella moda, perfino nel cinema. Molti film riecheggiano motivi riefenstahliani. Per esempio, La grande bellezza di Sorrentino, uscito l’anno scorso, cita quasi, un’inquadratura dopo l’altra, un passo del prologo di Olimpia, attraverso il gioco d’ombra sulle statue antiche. Volenti o nolenti, che la si ami o non la si ami, Leni Riefenstahl è una maestra del cinema.

CM - E tu, come scrittore, ti senti in qualche modo debitore nei confronti della sua ricerca artistica?
LA - La domanda si riallaccia a ciò che ho appena detto. Riefenstahl ha avuto la sua parte nella storia del cinema. Era una regista di grande talento ed era riconosciuta come tale. Molti registi le sono debitori e le rendono omaggio: Quentin Tarantino, in Inglorious basterds, ma altri come George Lucas, Jodie Foster, Stanley Kubrick, Coppola… Quanto a me, mi sento debitore nei suoi confronti? Sì, perché la sua vita così complessa è andata ad alimentare un romanzo. Ma non sono né fotografo, né regista, quindi è difficile per me rispondere alla domanda. Tuttavia, quando guardo i lavori di altri artisti, mi rendo conto che sono in molti a sentirsi debitori nei suoi confronti. Helmut Newton ha detto di lei un giorno: «Come artista la ammiro. È la fotografa e la regista più rivoluzionaria dei nostri tempi, anche se le sue opere naziste erano pessime». Una rivoluzione, sì. Ed è ciò che la Riefenstahl ha provocato nel mondo dell’immagine.

CM - Il tuo romanzo è tutt’altro che un’operazione di revisionismo: non nasconde le responsabilità e le tragiche leggerezze della Riefenstahl, non mostra alcuna indulgenza per le sue scelte mentre esprime ammirazione per il suo talento di artista. Eppure ho l’impressione che da destra si sia letto e si stia leggendo Riefenstahl con una certa superficialità, proprio come se fosse un’opera improntata a un certo revisionismo assolutorio. Eri consapevole di questo rischio, quando hai cominciato a scriverlo? È così vischiosa la “seduzione del male”?
LA - Sì, ero consapevole di questo rischio. Infatti, certe critiche positive, almeno in Francia, mi hanno un po’ fatto venire i brividi, più di quelle negative, perché lasciavano trapelare quel revisionismo di cui parli. Sembravano affermare: «Riefenstahl aveva ragione, Riefenstahl era un genio, lasciatela stare!» Altre, più scontrose, mi hanno rimproverato questa mia indulgenza. Lo ripeto: quando evoco Bassopiano o la lettera contro Béla Balázs, non mi sento indulgente. E non do infatti prova di revisionismo. Ho voluto mostrare le contraddizioni della Riefenstahl, e ogni campo vi ha letto ora la sua ingenuità, ora la sua mostruosità. Mentre ho voluto solo parlare di un essere umano. Poche persone, in realtà, hanno capito questo libro. E spesso mi hanno parlato di un libro che non ho mai scritto…

CM - Certo, basterebbe conoscere anche le altre due opere della tua trilogia per capire subito che il tuo Riefenstahl è tutt’altro che un’opera accomodante, che non vuole certo rendere glamour il nazismo o ridurre il drammatico rapporto tra gli artisti rimasti in Germania e il potere nazista a una serie di scene da commedia.
LA - Sì, hai ragione…

CM - Le vere intenzioni del tuo Riefenstahl si chiariscono definitivamente se si conoscono gli altri due titoli di quella che tu hai chiamato “trilogia totalitaria, dedicata” (traduco dalla quarta di copertina di La voix impitoyable, pubblicato sempre da Léo Scheer nel 2013) “alla velenosa seduzione del male”. Vuoi presentare brevemente questi altri due libri al pubblico italiano, che ancora non li ha letti?
LA - Prima c’è una favola, Charlie Fuchs et le monde en marge (Charlie Fuchs e il mondo sul margine), che è una parabola sul totalitarismo. Vi si racconta di una fiaba rimasta manoscritta e quindi mai pubblicata. I protagonisti, Charlie la volpe, Porcelène la maialina, e Roland l’oca, interpretano eternamente la loro storia fino a quando gli appunti in margine del libro si ribellano sotto l’egida del cancelliere del Margine per invadere il racconto. Tocca a Charlie e ai suoi amici ristabilire la frontiera e vivere un’altra avventura. Spetterà loro scrivere la loro storia e diventare così veri eroi. Si tratta di una favola con almeno due livelli di lettura: per i bambini e per gli adulti.
La voix impitoyable (La voce impietosa) è il mio secondo romanzo, uscito in Francia nello scorso agosto. È la storia di Gautier Maigné, un giovane fotografo, la cui vicina di casa, di origine tedesca, e di una certa età, si è suicidata perché aveva un segreto troppo pesante da mantenere. Ed è questo segreto che egli cercherà di trovare grazie ad un’audiocassetta che lo psicoanalista della vecchia signora gli ha consegnato. La voix impitoyable comincia a Torino, una città che mi è particolarmente cara. Questo è la trilogia totalitaria: Riefenstahl evoca l’implicazione e il diniego; Charlie Fuchs la resistenza e La voce spietata la colpevolezza. Spero che possiate leggerli un giorno in Italia…

CM - Me lo auguro anch’io, Lilian. Il progetto della trilogia ti era chiaro da subito, quando hai cominciato a scrivere Riefenstahl, o si è formato in seguito, un po’ alla volta?
LA - Il termine “trilogia” è nato dopo. Diciamo che i miei primi tre libri evocano la questione del totalitarismo. Ma non ho scritto Riefenstahl con l’idea di scrivere gli altri due…

CM - Che cosa pensi dell’edizione italiana del tuo romanzo e dei riscontri che sta avendo in Italia?
LA - Trovo la copertina dell’edizione italiana davvero bellissima. Elliot Edizioni ha scelto un ritratto assolutamente sublime della Riefenstahl, tratto dal film S.O.S. Iceberg del 1933. Un amico che legge bene l’italiano mi ha detto che il romanzo è stato ottimamente tradotto da Monica Capuani. Non mi rendo bene conto dell’impatto del mio libro in Italia, ma ricevo regolarmente articoli di giornali. Devo dire che sono rimasto sbalordito e anche molto onorato che se ne sia parlato su La Repubblica in occasione del decennale della morte della Riefenstahl. Ho l’impressione che il libro trovi riscontri più importanti in Italia che non in Francia… Ma è ancora troppo presto per dirlo… 
(Traduzione dal francese di Jean-François Lattarico)

Nessun commento: