Con “Prose dal dissesto”
(Mucchi, 2013), Massimiliano Borelli compie una ricognizione precisa e, direi,
appassionata nella produzione narrativa di alcuni importanti esponenti
dell’avanguardia italiana dei primi anni sessanta. Lo fa sulla base della selezione
di un numero tutto sommato ristretto di autori riconducibili al Gruppo 63:
provate a fare un paragone con la galassia di nomi che, tra protagonisti e
sodali, si trova nell’antologia celebrativa intitolata “Gruppo 63”, a cura di
Nanni Balestrini e Alfredo Giuliani, Renato Barilli e Angelo Guglielmi,
pubblicata da Bompiani in occasione del cinquantenario e magari, se vi va,
giocate a individuare chi è escluso e chi è incluso nel saggio di Borelli.
L’esame degli autori
prescelti verte sulle loro opere più rappresentative intese non tanto come
“capolavori esemplari… di narrativa sperimentale”, quanto come momenti, o
“reperti in relazione reciproca” di una polifonia di voci e insomma di
caratteri e personalità; il contributo di ogni autore alla “caratterizzazione
antagonista dell’avanguardia” è osservato sulla base di un insieme di aspetti
formali (la frantumazione del personaggio e in generale delle rassicuranti ma
obsolete funzioni narrative, lo sconquassamento dello spazio e del tempo
secondo un’idea che spesso ricorda l’anamorfosi, la destrutturazione della
forma-romanzo, il rifiuto di qualsivoglia patto
con il lettore…), dietro ai quali si sente il rifiuto unanime della
rappresentazione mimetica (realistica o neorealistica, ottocentesca, borghese)
del mondo attraverso il romanzo e la ricerca “di altre vie di sviluppo che
deraglino dalla rappresentazione naturalistica”. Borelli mette bene in luce
come questa ricerca si sia colorata spesso di polemica, anche sanguinosa, nei
confronti degli esponenti di una letteratura ritenuta sorpassata, ma preferisce
soffermarsi sull’apporto propositivo degli autori presi in esame, un apporto
fatto di ricerca e sperimentazione e di elaborazione teorica, e sulla
continuità con altre avanguardie europee del passato più o meno vicino, o
sull’affinità con altre figure di outsider
come il Landolfi di cui si cita una frammento in esergo – oltre che sulle
relazioni con la densità del pensiero filosofico e critico del Novecento. In
questo senso, a chi oggi si riferisce al Gruppo 63 solo per stigmatizzarne la vis polemica, o magari per mostrare
quanto le opere degli stessi scrittori presi a schiaffi dai giovani innovatori
siano sopravvissute assai meglio di quelle dei loro demolitori, Borelli sembra
rispondere che questo è un esercizio assai poco interessante, che non tiene
conto dell’espressa volontà degli autori del Gruppo 63 di “porsi in uno stato
di conflitto con il lettore, con la tradizione, con il sistema letterario
contemporaneo”, di non inseguire il consenso e il successo, per così dire,
tantomeno l’immortalità, e di ambire a un “consumo” così “lento” da rasentare
l’immobilità.
Dove sta l’apporto
propositivo di cui si diceva? Mentre buttano all’aria trame, personaggi, io
narranti, pulsioni all’impegno, gli autori di cui tratta Borelli reinventano
nuove forme e inseguono nuove scritture e una nuova lingua. Ecco allora
antiromanzi che, ad esempio, tornano a modelli antichissimi e a loro volta
frutto di sperimentazione (il “Satyricon”, che so, il “Tesoretto”), diventano
cioè congerie di materiali disparati e inconciliabili o aspirano a un
enciclopedismo accumulatorio e labirintico che travalica e sostituisce la
narrazione, o, ancora, sovrappongono modi e funzioni della trattatistica a
quelli propri della narrazione. Per quanto riguarda la lingua, ecco che
“l’avventura della scrittura”, cioè il suo carattere di ricerca perenne, il
muoversi in territori linguistici e stilistici inesplorati, sostituisce la
tradizionale “scrittura dell’avventura”, in cui la lingua si poneva al servizio
dei fatti limitandosi a darne la versione più precisa possibile.
I contributi di ogni
(anti)romanzo all’edificazione di un nuovo possibile sistema di aggrovigliata e
proteiforme complessità sono riordinati da Borelli in sei capitoli: e se, per
dire, sotto il titolo “Citazione” vengono assemblati l’Arbasino di
“Super-Eliogabalo” (“Assemblaggio, discontinuità, disastro”) e il Sanguineti de
“Il giuoco dell’oca” (“Catalogo, ecfrasi, T. A. T.”), e se sotto “Retorica”
troviamo ancora il Sanguineti di “Capriccio italiano” (“Antinaturalismo,
gestualità, povertà”) oltre al Manganelli di “Hilarotragoedia” (“Artificialità,
avernese”, cioè lingua dell’Averno, “contorcimento”), e se altrove si tratta di
Porta, Malerba, Balestrini, le parti forse più interessanti, almeno per me,
sono quelle dedicate ad autori di rilievo indiscutibile ma rimasti un po’
appartati nel dibattito culturale di quegli anni e nella vulgata successiva sul Gruppo 63, come Alice Ceresa (“La figlia
prodiga”), Adriano Spatola (“L’oblò”), Roberto Di Marco (“Telemachia”) e Carla
Vasio (“L’orizzonte”). Sono autori di forte personalità che mostrano come le
esigenze di rinnovamento del Gruppo 63 non fossero solo prerogativa di una élite di quattro o cinque intellettuali
di punta.
Seguiamolo, allora,
Massimiliano Borelli, mentre delinea gli aspetti salienti del contributo
letterario di una scrittrice come Carla Vasio, il cui primo romanzo,
“L’orizzonte”, di recente è stato ripubblicato da Polìmata proprio a cura di
Borelli. La ricerca narrativa, per Vasio, deve andare in direzione di una
dilatazione della “morfologia tradizionale” attraverso un nuovo “montaggio” che
dia la misura di un’esperienza, anzi di “un gomitolo di esperienza tutto
sfilacciato, impigliato in plurimi lacerti, di cui a stento la scrittura riesce
a salvare singoli capi staccati e irrisolti”, “quadri” sempre separati da
“un’intercapedine” che impedisce il raggiungimento di ogni possibile totalità o
integrità – così scrive Borelli, e davvero qui, nelle sue parole, si sente
l’adesione alla retorica vasiana,
innestata sui modi del linguaggio accademico. Il metodo, chiosa Borelli, qui
diventa “senso”, il “modo di composizione” diventa “ragione espressiva”, le
immagini del racconto diventano schegge di un prisma, o raccolta di
inquadrature, o di fotografie sfocate, “reperti” che emergono da una memoria
che non sa o non vuole fissarli e collegarli, dettagli di un paesaggio
soggettivo indeterminato (pur nella grande precisione della scrittura) che si
potrebbe anche paragonare all’anamorfosi – il termine, caro a Vasio, che
intitola “La più grande anamorfosi del mondo” un suo romanzo del 2009
pubblicato da Palomar, è, come si diceva, non a caso a più riprese utilizzato
dallo stesso Borelli a proposito di Vasio e di altri autori presenti nel suo
saggio. Borelli individua assai bene l’effetto di “spaesamento” che coglie il
lettore di Vasio dinanzi alla costante “confusione dei piani, delle geografie e
dei tempi, dei confini”, alle “figure sghembe” che si muovono al rallentatore
nel “diorama” delle pagine, alla “retinatura dei fatti” assieme ottica e
onirica.
Di quel “dissesto”
operato dall’antiromanzo nell’Italia del benessere Massimiliano Borelli ci
restituisce insomma un’immagine vitale, in perenne dialogo critico con la
società e la storia, coerente pur nella pluralità delle voci e nella
caratterizzazione delle personalità – uno scenario in cui il ruolo oppositivo
degli intellettuali mette a nudo con intransigenza convenzioni e appianamenti e
prospetta la visione di un mondo di intricata contraddittorietà, dinanzi a cui
il vecchio romanzo è giudicato inadeguato e che solo l’antiromanzo, straniato,
scostante, anche frustrante, innaturale, turbolento, linguisticamente
sovreccitato, enigmatico, può scardinare.



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