venerdì 18 ottobre 2013

Da "FuoriAsse" n. 9: Massimiliano Borelli, "Prose dal dissesto"


Con “Prose dal dissesto” (Mucchi, 2013), Massimiliano Borelli compie una ricognizione precisa e, direi, appassionata nella produzione narrativa di alcuni importanti esponenti dell’avanguardia italiana dei primi anni sessanta. Lo fa sulla base della selezione di un numero tutto sommato ristretto di autori riconducibili al Gruppo 63: provate a fare un paragone con la galassia di nomi che, tra protagonisti e sodali, si trova nell’antologia celebrativa intitolata “Gruppo 63”, a cura di Nanni Balestrini e Alfredo Giuliani, Renato Barilli e Angelo Guglielmi, pubblicata da Bompiani in occasione del cinquantenario e magari, se vi va, giocate a individuare chi è escluso e chi è incluso nel saggio di Borelli.
L’esame degli autori prescelti verte sulle loro opere più rappresentative intese non tanto come “capolavori esemplari… di narrativa sperimentale”, quanto come momenti, o “reperti in relazione reciproca” di una polifonia di voci e insomma di caratteri e personalità; il contributo di ogni autore alla “caratterizzazione antagonista dell’avanguardia” è osservato sulla base di un insieme di aspetti formali (la frantumazione del personaggio e in generale delle rassicuranti ma obsolete funzioni narrative, lo sconquassamento dello spazio e del tempo secondo un’idea che spesso ricorda l’anamorfosi, la destrutturazione della forma-romanzo, il rifiuto di qualsivoglia patto con il lettore…), dietro ai quali si sente il rifiuto unanime della rappresentazione mimetica (realistica o neorealistica, ottocentesca, borghese) del mondo attraverso il romanzo e la ricerca “di altre vie di sviluppo che deraglino dalla rappresentazione naturalistica”. Borelli mette bene in luce come questa ricerca si sia colorata spesso di polemica, anche sanguinosa, nei confronti degli esponenti di una letteratura ritenuta sorpassata, ma preferisce soffermarsi sull’apporto propositivo degli autori presi in esame, un apporto fatto di ricerca e sperimentazione e di elaborazione teorica, e sulla continuità con altre avanguardie europee del passato più o meno vicino, o sull’affinità con altre figure di outsider come il Landolfi di cui si cita una frammento in esergo – oltre che sulle relazioni con la densità del pensiero filosofico e critico del Novecento. In questo senso, a chi oggi si riferisce al Gruppo 63 solo per stigmatizzarne la vis polemica, o magari per mostrare quanto le opere degli stessi scrittori presi a schiaffi dai giovani innovatori siano sopravvissute assai meglio di quelle dei loro demolitori, Borelli sembra rispondere che questo è un esercizio assai poco interessante, che non tiene conto dell’espressa volontà degli autori del Gruppo 63 di “porsi in uno stato di conflitto con il lettore, con la tradizione, con il sistema letterario contemporaneo”, di non inseguire il consenso e il successo, per così dire, tantomeno l’immortalità, e di ambire a un “consumo” così “lento” da rasentare l’immobilità.
Dove sta l’apporto propositivo di cui si diceva? Mentre buttano all’aria trame, personaggi, io narranti, pulsioni all’impegno, gli autori di cui tratta Borelli reinventano nuove forme e inseguono nuove scritture e una nuova lingua. Ecco allora antiromanzi che, ad esempio, tornano a modelli antichissimi e a loro volta frutto di sperimentazione (il “Satyricon”, che so, il “Tesoretto”), diventano cioè congerie di materiali disparati e inconciliabili o aspirano a un enciclopedismo accumulatorio e labirintico che travalica e sostituisce la narrazione, o, ancora, sovrappongono modi e funzioni della trattatistica a quelli propri della narrazione. Per quanto riguarda la lingua, ecco che “l’avventura della scrittura”, cioè il suo carattere di ricerca perenne, il muoversi in territori linguistici e stilistici inesplorati, sostituisce la tradizionale “scrittura dell’avventura”, in cui la lingua si poneva al servizio dei fatti limitandosi a darne la versione più precisa possibile.
I contributi di ogni (anti)romanzo all’edificazione di un nuovo possibile sistema di aggrovigliata e proteiforme complessità sono riordinati da Borelli in sei capitoli: e se, per dire, sotto il titolo “Citazione” vengono assemblati l’Arbasino di “Super-Eliogabalo” (“Assemblaggio, discontinuità, disastro”) e il Sanguineti de “Il giuoco dell’oca” (“Catalogo, ecfrasi, T. A. T.”), e se sotto “Retorica” troviamo ancora il Sanguineti di “Capriccio italiano” (“Antinaturalismo, gestualità, povertà”) oltre al Manganelli di “Hilarotragoedia” (“Artificialità, avernese”, cioè lingua dell’Averno, “contorcimento”), e se altrove si tratta di Porta, Malerba, Balestrini, le parti forse più interessanti, almeno per me, sono quelle dedicate ad autori di rilievo indiscutibile ma rimasti un po’ appartati nel dibattito culturale di quegli anni e nella vulgata successiva sul Gruppo 63, come Alice Ceresa (“La figlia prodiga”), Adriano Spatola (“L’oblò”), Roberto Di Marco (“Telemachia”) e Carla Vasio (“L’orizzonte”). Sono autori di forte personalità che mostrano come le esigenze di rinnovamento del Gruppo 63 non fossero solo prerogativa di una élite di quattro o cinque intellettuali di punta.
Seguiamolo, allora, Massimiliano Borelli, mentre delinea gli aspetti salienti del contributo letterario di una scrittrice come Carla Vasio, il cui primo romanzo, “L’orizzonte”, di recente è stato ripubblicato da Polìmata proprio a cura di Borelli. La ricerca narrativa, per Vasio, deve andare in direzione di una dilatazione della “morfologia tradizionale” attraverso un nuovo “montaggio” che dia la misura di un’esperienza, anzi di “un gomitolo di esperienza tutto sfilacciato, impigliato in plurimi lacerti, di cui a stento la scrittura riesce a salvare singoli capi staccati e irrisolti”, “quadri” sempre separati da “un’intercapedine” che impedisce il raggiungimento di ogni possibile totalità o integrità – così scrive Borelli, e davvero qui, nelle sue parole, si sente l’adesione alla retorica vasiana, innestata sui modi del linguaggio accademico. Il metodo, chiosa Borelli, qui diventa “senso”, il “modo di composizione” diventa “ragione espressiva”, le immagini del racconto diventano schegge di un prisma, o raccolta di inquadrature, o di fotografie sfocate, “reperti” che emergono da una memoria che non sa o non vuole fissarli e collegarli, dettagli di un paesaggio soggettivo indeterminato (pur nella grande precisione della scrittura) che si potrebbe anche paragonare all’anamorfosi – il termine, caro a Vasio, che intitola “La più grande anamorfosi del mondo” un suo romanzo del 2009 pubblicato da Palomar, è, come si diceva, non a caso a più riprese utilizzato dallo stesso Borelli a proposito di Vasio e di altri autori presenti nel suo saggio. Borelli individua assai bene l’effetto di “spaesamento” che coglie il lettore di Vasio dinanzi alla costante “confusione dei piani, delle geografie e dei tempi, dei confini”, alle “figure sghembe” che si muovono al rallentatore nel “diorama” delle pagine, alla “retinatura dei fatti” assieme ottica e onirica.
Di quel “dissesto” operato dall’antiromanzo nell’Italia del benessere Massimiliano Borelli ci restituisce insomma un’immagine vitale, in perenne dialogo critico con la società e la storia, coerente pur nella pluralità delle voci e nella caratterizzazione delle personalità – uno scenario in cui il ruolo oppositivo degli intellettuali mette a nudo con intransigenza convenzioni e appianamenti e prospetta la visione di un mondo di intricata contraddittorietà, dinanzi a cui il vecchio romanzo è giudicato inadeguato e che solo l’antiromanzo, straniato, scostante, anche frustrante, innaturale, turbolento, linguisticamente sovreccitato, enigmatico, può scardinare.

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