mercoledì 2 ottobre 2013

Da "Letteratitudine News": intervista a Massimiliano Borelli


Massimiliano Borelli dedica il saggio “Prose dal dissesto – Antiromanzo e avanguardia negli anni sessanta” (Mucchi, collana “Lettere Persiane”, 2013) alla produzione narrativa del Gruppo 63, o, se vogliamo dire altrimenti, a quel complesso, irrequieto e radicale lavorio che alcuni autori riconducibili a quel gruppo hanno compiuto sui meccanismi e le convenzioni della prosa, in particolare del romanzo. Accanto a certe opere fondamentali e inevitabili di Manganelli e Arbasino, di Sanguineti e Malerba, di Porta e Balestrini, l’autore presta attenzione particolare ai contributi letterari di scrittori come Ceresa, Di Marco, Vasio, Spatola – ne emerge un ricco mosaico di voci, una vivace polifonia di sperimentazioni e riflessioni critiche attorno ad alcuni fondamenti condivisi. Che cosa ancora ci possono dire, a cinquant’anni di distanza, “questi strani romanzi”, queste “prose dal dissesto”? Lo chiedo allo stesso Massimiliano Borelli.
CM - Nel tuo saggio il Gruppo 63 appare come un’esperienza storicizzata, che ormai possiamo valutare pacatamente collocandola in un contesto culturale ben preciso; eppure ancora oggi la rottura rappresentata dal Gruppo 63, i morti e i feriti che, per così dire, ha lasciato sul campo, vengono letti da molti con un coinvolgimento emotivo più che scientifico. Da che cosa dipende, secondo te?

MB - Non c’è dubbio che sia possibile fare, oggi che cade il cinquantenario della fondazione del Gruppo, una lucida storia della neoavanguardia italiana, che infatti è già stata fatta più di una volta. Tuttavia, quello che ho cercato di fare io, più che una storia, è stato andare a leggere da vicino i testi, le opere che il Gruppo ha prodotto, concentrandomi sull’ambito narrativo. Le ricostruzioni storiche hanno infatti sempre preferito dare più conto delle teorie e dei dibattiti che hanno animato questa esperienza; con parecchie ragioni, ben inteso, perché proprio le teorie e i dibattiti sono stati un aspetto fondamentale e hanno rappresentato un elemento di novità assoluto nel panorama letterario (e non solo) italiano di quegli anni. Quello che mi premeva maggiormente però era sondare i valori specifici dei testi, di quelle opere che i detrattori hanno sempre liquidato come inconsistenti, come mero prodotto di un esercizio di laboratorio, secondo l’ormai fiacco adagio che il Gruppo 63 ha prodotto molta teoria, ma nessuna opera degna di restare nel canone italiano e quindi di essere letta ancor oggi. Alla fine spero di aver dimostrato come invece i romanzi, o antiromanzi, della neoavanguardia presentino tutto uno spettro (molto ampio e diversificato) di possibilità espressive, che, se appaiono lontani anni luce dalle modalità narrative attuali, custodiscono tuttavia dei fertilissimi dispositivi di emozione intellettuale e di scoperta dell’esperienza, oltre che di critica dell’esistente. Ribaltando quell’accusa, dunque, è proprio qui, nelle opere, che il Gruppo 63 ha secondo me ancora qualcosa da dire, qualcosa che non permette di guardare a esso in maniera “pacata”, perché il suo corpus rimane un oggetto letterario irrequieto, resistente all’assorbimento, disseminato di stratagemmi inventivi. Mi piace pensare a questi testi come ai chicchi di grano non germogliati custoditi dalle piramidi di cui parlava Benjamin, che nel tempo hanno conservato tutta la loro forza germinativa; forse anche queste opere sono lì che aspettano i loro nuovi lettori, che in esse potranno trovare nuove chiavi per disvelare il contemporaneo. Per quanto poi riguarda il livore con cui gli oppositori del Gruppo 63 continuano a riferirglisi (che talvolta assume davvero un tono misero e grottesco), ciò dipende probabilmente proprio dal fatto che, per quanto ne dicano, la scrittura della neoavanguardia è tuttora viva, o perlomeno “attivabile” da chi è disposto ad accostarglisi per sentire quel che ha da dire.

CM – Quella del Gruppo 63 stata un’esperienza polifonica (e polimorfica), ma si possono individuare due, tre nuclei forti attorni ai quali si sono concentrati i differenti contributi? Penso al rapporto con il pubblico, alla destrutturazione del sistema dei personaggi, alla ridefinizione dei criteri dello spazio e del tempo…

MB - Sì, al di là delle notevoli, a volte dicotomiche differenze delle varie voci del Gruppo, si può senz’altro individuare un vocabolario comune, e le voci che tu elenchi vi compaiono sicuramente. Se da una parte la neoavanguardia non si è mai data un manifesto programmatico da seguire, con delle precise prescrizioni stilistiche, com’era stato il caso delle avanguardie storiche, a partire dal futurismo, dall’altra è indubbio che tutti gli scrittori e le scrittrici che ne facevano parte condividevano anzitutto l’obiettivo di “provare a farne un’altra”, di letteratura, e di smarcarsi dalle dominanti realista (in prosa) ed ermetica (in poesia). Ciò si è condensato dapprima – nell’atto per molti versi inaugurale del Gruppo, l’antologia dei Novissimi – in un paio di snodi critico-teorici (la riduzione dell’io, la visione schizomorfa della realtà ecc.), rilevati a posteriori da Giuliani, che hanno dato il la a molte scritture di quel torno di anni. Per il resto a quel che non ha provveduto un manifesto, hanno supplito i dibattiti e i convegni, che si svolgevano annualmente. Si veda per esempio quello del ’65 dedicato al romanzo sperimentale (i cui atti vengono ora finalmente ridati alle stampe in una nuova edizione – nella nuova serie della collana “fuoriformato” di Andrea Cortellessa, per L’orma editore –, accresciuta di una preziosa sezione “col senno di poi”, in cui critici e scrittori di ieri e di oggi fanno i conti con quel che resta di quella infervorata discussione). In questo vivacissimo scambio di idee vengono fuori molte proposte, in una corale discussione la cui energia intellettuale lascia oggi davvero impressionati (specie se si pensa che l’oggetto del contendere era il “romanzo”, ovvero il genere che più di tutti viene ormai dato per certo nelle sue caratteristiche, pur essendo stato, paradossalmente, il genere più camaleontico di tutti, nel corso della storia letteraria). Per restare in ambito narrativo, gli esiti delle opere sono stati molto variegati, e ognuno, alla fine, ha fatto scuola per sé. Tuttavia, come ho indicato nel mio libro, vi sono alcuni nodi a cui, per un verso o per un altro, le scritture, pure quelle più lontane (mettiamo, di un Sanguineti e di un Manganelli, di un Balestrini e di una Vasio, ecc.), possono essere ricondotte; parlo dell’impiego critico del montaggio, dell’uso intensivo della retorica, della riformulazione dell’antropologia del personaggio e così via. Ciò perché il Gruppo era composto in primo luogo da tante voci differenti, nessuna delle quali ha mai abdicato al suo punto di vista (il che ha dato vita a più di una scintilla d’attrito), ma tutte ragionavano su e si riconoscevano in esigenze espressive comuni.

CM - Ho l’impressione che uno dei problemi più sentiti dagli autori del Gruppo 63 sia stato (e non era certo la prima volta, in Italia) quello linguistico, quello cioè della ridefinizione o rifondazione di una lingua letteraria.

MB - Non c’è dubbio. Tutto nasce da lì, dalla percezione che la lingua che veniva impiegata dalla poesia e dalla narrativa contemporanea non fosse più adeguata a cogliere le tensioni e le contraddizioni che agitavano l’era del nucleare, della plastica, dei consumi. Non c’era alcuna pretesa di fondare una lingua nuova: la langue doveva essere quella della collettività, considerata un materiale come un altro (si pensi all’uso oggettuale che delle parole altrui ha fatto Balestrini, secondo una prassi testuale che troverà un efficace corrispettivo teorico nella semiotica di Ferruccio Rossi-Landi). Era nella parole, però, che si giocava tutto: nella capacità di riordinare il linguaggio secondo procedimenti e tecniche apportatori di conoscenza, secondo un’ideologia (non si può non citare la decisiva endiadi sanguinetiana di ideologia e linguaggio) incarnata nella disposizione e nel funzionamento del testo (e non somministrata dai contenuti, calati dall’alto). Se si rileggono i testi del Gruppo oggi, la loro sembra talvolta una lingua del tutto diversa dalla nostra, specialmente in certi casi estremi; ma il fatto è che ci siamo disabituati a pensare al testo letterario come a un organismo linguistico, con delle regole e delle difficoltà interpretative proprie. Non era solo la neoavanguardia a guardare al linguaggio come a un oggetto – un materiale – da lavorare, ovviamente (i casi degli isolati Gadda e Landolfi, o ancor prima di Lucini e Dossi, tra molti altri, negano questa opinione), ma la neoavanguardia ha avuto il merito di portare la questione della lingua alla ribalta, come il problema che ogni scrittore deve porsi prima durante e dopo la scrittura.

CM - In questo senso, quali sono stati i rapporti tra lingua della prosa e lingua della poesia all’interno del Gruppo?

MB - Di certo molto produttivi, d’altronde molti dei narratori erano anche, se non in primo luogo, poeti. Credo che uno dei contributi maggiori della discussione sul romanzo sperimentale sia stato proprio quello di aver messo in luce come la scrittura in prosa non abbia minor bisogno di una problematizzazione della parola rispetto alla poesia, e di aver infranto quindi le barriere tra i generi, in una osmotica sovrapposizione. Come dicevo, se ci sono dei narratori “puri”, come Manganelli (di cui pure sono uscite postume delle poesie), Malerba, Arbasino, Lombardi, Ceresa, Filippini ecc., parecchi dei più esemplari romanzi sperimentali degli anni Sessanta vengono scritti da coloro che stanno rifondando anche la poesia contemporanea: Sanguineti, Balestrini, Porta, Spatola, ecc.; e per ognuno di essi si potrebbero facilmente trovare delle consonanze fra le opere in versi e quelle in prosa. L’obiettivo è convergente: abbattere il “poetese” da una parte, e infrangere il romanzo “ben fatto” dall’altra, con la medesima carica distruttiva e una sempre presente proposta alternativa.

CM – Come dicevamo all’inizio, i più polemici nei confronti del Gruppo 63 tendono a sottolinearne la carica provocatoria e distruttiva e insistono a mostrare quanto la produzione letteraria di quegli autori non abbia retto alla prova del tempo, a differenza della buona tenuta dei loro bersagli. È davvero così, o le opere del gruppo 63 si possono ancora leggere, o riscoprire oggi, o addirittura ci possiamo ormai accostare a esse come a dei “classici”?

MB - Questa è stata un po’ la mia scommessa: andare a leggere davvero queste opere, registrare la loro tenuta, capire cosa le rendesse tuttora vive. Dal mio punto di vista, per forza parziale, questi strambi romanzi hanno ancora molto da dire, ciascuno secondo il suo accento. E prenderli in mano è come inoltrarsi in una galassia remota, che tuttavia manda una radiazione particolarissima tutta da indagare. Nelle loro pagine si verificano scoperte, sorprese, salti mortali, tradimenti, vertigini, slittamenti, disastri, metamorfosi e alchimie, in un’avventura continua della parola e dell’immaginazione. Non c’è dubbio che si tratti di letture faticose, da non fare a letto prima di andare a dormire, per conciliare il sonno. Tuttavia esse sono in grado di dare delle scosse che forse il panorama letterario attuale non conosce più, e di mettere in crisi certi calcificati paradigmi identitari che permangono oggi come allora. E poi quello che dici sulla classicità di questi testi è verissimo. Sanguineti usava dire che il vero realismo, nel Novecento, è stato il “realismo dell’avanguardia”: alterato, deforme, disarmonico. Potremmo parafrasarlo dicendo che il vero romanzo contemporaneo, proprio di un’epoca di crisi, dev’essere un “romanzo sperimentale”. Tuttavia, anche se quando si vuole fare una storia letteraria della seconda metà del secolo scorso non è possibile espungere quest’esperienza, che ha inciso come un bisturi il corso della narrativa italiana, non credo proprio che nel senso comune, o anche nel ristretto ambito accademico, essa si configuri con le caratteristiche (sempre arbitrarie) del “classico”. D’altronde il rischio dei classici (lo diceva un autore amato da Manganelli, Edgar Wind) è quello di venire anestetizzati, di non riuscire a far sentire più la rovente urgenza che li ha generati. In questo senso il romanzo sperimentale e la scrittura della neoavanguardia tutta si pongono piuttosto dal lato di quell’anticlassicismo che ha percorso la nostra storia letteraria. Un anticlassicismo che, in una prospettiva rovesciata, può però essere considerato l’autentica arte classica di un’epoca che il classicismo non può rappresentare appieno.

CM – Alla luce di tutto questo, quali sono secondo te gli insegnamenti più fecondi e durevoli dell’esperienza del Gruppo 63?

MB - La messa in discussione dei valori dati per acquisiti (primi fra tutti quello dell’artista-demiurgo e quello dell’aura della creazione artistica); il suo sguardo critico, al contempo metamorfico e pietrificato, in una parola allegorico sulle cose del mondo (uno sguardo materialista che, con Pagliarani, sa scorgere anche nel grande mare la minaccia che s’appassisca); la consapevolezza che la letteratura non è mai qualcosa di naturale e la coscienza che si tratti piuttosto di una realtà artefatta, che nelle sue maglie innesta un’utopia tutta ancora da raggiungere. E poi l’apertura totale, anche spregiudicata, alle altre arti e alle altre branche del sapere. Inoltre (ma non infine), l’incandescenza produttiva, che in pochi anni ha dato vita a decine di libri, riviste, mostre, convegni tutti in dialogo tra loro, in un’ideale opera collettiva composita e agitata, sempre sul punto di cambiare, di “provare ancora”.

CM – Che cosa (o chi) oggi il Gruppo 63 attaccherebbe? L’industria editoriale, i generi della narrativa di consumo, l’appiattimento stilistico e linguistico della letteratura mainstream?

MB - Be’, probabilmente tutte queste cose, che poi costituiscono più o meno gli stessi bersagli di cinquant’anni fa. Il Gruppo si è sciolto ufficialmente nel ’69, con la fine di «Quindici» e in concomitanza con l’inasprirsi del clima politico-sociale, ma se andiamo a guardare quello che hanno fatto i suoi protagonisti fino ai nostri anni, vediamo che hanno continué le combat, sempre dalla parte dell’“antipoetese”, della critica, dell’immaginazione alternativa.

CM - Se vogliamo dirla in altro modo: pensi che ci sarebbe bisogno oggi di un Gruppo 63?

MB - Non so se ce ne sarebbe bisogno. Probabilmente sarebbe molto difficile che si ricomponesse un’esperienza del genere, visto anche come sono finiti i tentativi simili più recenti di associare intelligenze in gruppi più o meno ristretti. Quello che è sicuro è che c’è più che mai bisogno di scritture capaci di leggere il presente a contrappelo, di far balenare la Storia in un’ottica critica, di inventare immaginari che sorprendano e che smontino le quinte di quello in cui siamo immersi, di costruire un linguaggio che metta in moto l’intelligenza e attraversi la realtà come un’ascia, per dirla con un modello assoluto (che per tutta la sua vita ha aspirato a entrare in più tipi di consorzi umani, senza mai riuscirci), Franz Kafka.

CM - Esistono oggi tracce visibili dell’esperienza del Gruppo 63? Non parlo tanto delle riedizioni delle opere di quegli anni, o della produzione degli ultimi esponenti ancora attivi, ma della permanenza, in autori dei nostri giorni che anagraficamente non avrebbero potuto far parte di quell’esperienza, di una possibile lascito del Gruppo 63?

MB - Non saprei. Di certo ci sono diversi attuali autori di valore che hanno frequentato e compulsato i testi e le idee del Gruppo 63. Il suo lascito credo sia molto più evidente nella poesia (dove davvero la neoavanguardia ha segnato un punto di non ritorno, assolutamente ineludibile) che non nel romanzo (dove il corso successivo si è totalmente allontanato dalle sue acquisizioni). Per quanto riguarda la narrativa, i modelli contemporanei sono sicuramente altri: Foster Wallace, Bolaño, Sebald sono i nomi che si sentono fare più spesso, e di certo, ognuno per certe caratteristiche, a ragione. Ma direi che oggi ognuno, tra coloro che cercano vie originali per la scrittura, persegue una sua strada, senza sentire il bisogno o il desiderio di essere associato ad altri.
La nostra conversazione si interrompe qui; ma avrò il piacere di riprenderla con lo stesso Massimiliano Borelli il 25 ottobre, a Torino, in occasione del Festival LABirinti organizzato da Cooperativa Letteraria (presso Open 011 in via Venezia 11, alle 16). Spero di condividere questo piacere con molti lettori.

http://letteratitudinenews.wordpress.com/2013/10/01/prose-dal-dissesto-di-massimiliano-borelli/

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