domenica 15 dicembre 2013

Da "Letteratitudine News": Nadia Boulanger

Che docente straordinaria è stata Nadia Boulanger! Ha formato generazioni di compositori e musicisti europei e statunitensi, e fino agli ultimi anni della sua vita ha continuato a dedicarsi alla musica – ad aiutare gli altri a trovare in loro stessi la strada per l’espressione musicale più autentica. È stata didatta, direttrice, compositrice, ma con severità (la stessa severità adottata nei confronti di allievi e colleghi) ha giudicato se stessa una compositrice corretta ma priva di quella grandezza che sola giustificherebbe il comporre: e ha smesso di scrivere musica da giovane, votandosi alla didattica e alla celebrazione dell’altro astro musicale della famiglia, la sorella Lili, morta prematuramente e compositrice finissima e ispirata.
Un bel libro, necessario, ce la fa conoscere a fondo, impegnata in una serie di conversazioni con Bruno Monsaingeon, che l’ha più volte incontrata, ormai anziana e debilitata, e dalla rielaborazione delle conversazioni ha tratto materia per questo libro mantenendo l’immediatezza anche divagante della chiacchierata. “Incontro con Nadia Boulanger” risale al 1981, ma è stato pubblicato nel 2007dalle edizioni musicali palermitane Rue Ballu (che, non a caso, prendono il nome dalla via di Parigi in cui la Boulanger ha a lungo abitato, al n. 36), nella traduzione di Antonella Bonanno e Morgane Corre. L’introduzione di Enrico Fubini (che mi pare più centrata del saggetto iniziale di Manlio Sgalambro) consente di fare il punto sull’operazione di ricostruzione e assemblamento operata da Monsaingeon, oltre che sull’importanza della figura della protagonista del libro.
Come il vecchio Stravinskij sollecitato da Robert Craft, come l’altrettanto vecchio Goffredo Petrassi che si confida con l’amica Carla Vasio, anche Nadia Boulanger ha un’intera vita da ripercorrere avanti e indietro con la più grande libertà: si concede qualche tenerezza nostalgica, ma più spesso ragiona con appassionato rigore attorno ai temi che le sono sempre stati più a cuore, e talvolta si concede qualche giudizio affilato. La Boulanger non ama l’autobiografia, non indugia, se non dietro insistenza dell’intervistatore, su ricordi privati, sicuramente non è frivola (non lo è mai stata, guardate le foto che corredano il libro, nelle quali appare vestita sempre allo stesso modo, severa e impeccabile e demodée come un’istitutrice d’altri tempi): il suo è piuttosto il racconto di chi ha attraversato un intero secolo, ne ha visto gli orrori e le bellezze, ha incontrato e incoraggiato generazioni di donne e uomini, ha colto nella musica non una disciplina chiusa e elitaria ma un terreno di fertile realizzazione del desiderio e del bisogno di bellezza e armonia dell’uomo, da coltivare con precisione e passione, con “amore” (parola chiave, e proprio per questo usata con parsimonia). Non può che stupire che questa lezione di umile dedizione a un’idea di musica venga dal profondo del Novecento, di un secolo cioè che ha frantumato per sempre i canoni strutturali della musica colta, e sulle macerie ha elevato mille edifici diversi alla ricerca di nuove forme architettoniche, o addirittura ha rifiutato le forme e si è contentato di celebrare il dissesto: che poi questa lezione venga da colei che ha formato molti dei compositori di quelle geerazioni che hanno contribuito a buttate all’aria le certezze della tradizione e scalpitando hanno tentato nuove strade, è forse ancora più sorprendente. Ma Nadia Boulanger, donna di forte personalità, ha sempre rispettato la ricerca dei suoi allievi, anche quando questa andava contro i suoi gusti. Non si trattava di indulgente eclettismo: il suo compito è sempre stato quello di aiutarli tutti, uno per uno, a scoprire il linguaggio più sincero e personale – dopo essersi esercitati a fondo nell’analisi dei modelli della tradizione, certo, perché in nessuna disciplina artistica vi è innovazione, anche violenta, senza una piena conoscenza della profondità diacronica della tradizione di cui si fa parte.
“Non si può fare niente di buono senza passione, e niente di eccellente con essa sola” ha scritto Paul Valéry proprio a proposito della Boulanger. La quale era anche curiosa, curiosissima delle novità, che ha continuato a seguire finché la vista e le forze glielo hanno concesso: i suoi ultimi allievi praticano linguaggi di ardua complessità, assai diversi da quelli delle prime generazioni di compositori che hanno affollato le sue lezioni; eppure lei continua a seguirli e a incoraggiarli, alla ricerca di quella bellezza, di quella passione che si annida ovunque.

Coerente con questa sua idea è la concezione dell’interpretazione musicale come “trasmissione” di ciò che il compositore ha scritto. Boulanger ridimensiona lo stereotipo dell’interprete colto da un sacro fuoco, del virtuoso che sovrappone la sua personalità esuberante alle intenzioni del compositore. La straordinarietà dell’interprete sta proprio in questo mettersi al servizio della musica, in questo umile lavoro di restituzione: egli è parte (fondamentale, non esclusiva) di quello stupefacente momento di comunicazione che si attua tra la pagina scritta in cui il compositore ha architettato la sua composizione e il pubblico – è il tramite vivo, ma solo il tramite. In questo senso la Boulanger è in piena sintonia con Igor Stravinskij, amico di un’intera vita, il quale per evitare fraintendimenti e scantonamenti nella resa delle proprie composizioni le aveva prima, con pazienza certosina, incise tutte su rulli di pianoforte meccanico, poi si era messo a dirigerle e a registrarle su disco, in modo da fissare una volta per tutte l’interpretazione giusta. Valéry ha bene delineato, in una pagina riportata alla fine del volume e risalente al 1938, questo spirito di condivisione che Nadia Boulanger richiedeva all’interpretazione e con cui intendeva tutto il rapporto con la musica. “La gioia di comprendere, la volontà di far comprendere si compongono in lei con una fermezza, preoccupata di non sacrificare mai la struttura di un’opera agli effetti locali, la precisione ai vantaggi del più o meno, la purezza alle intenzioni particolari dell’interprete”.

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