martedì 18 febbraio 2014

Da "Letteratitudine News": Vito Ferro

Vito Ferro (Torino, 1977), animatore culturale e già autore di "L'ho lasciata perché l'amavo troppo" (Coniglio), "Condominio reale" (Edizioni di Latta), "Mentre la luce sale" (Lietocolle), nel 2012 ha pubblicato con le Edizioni Las Vegas di Torino un romanzo movimentato, comico, intriso di passione per la musica, a modo suo un atto d’amore per il rock e l’umanità delle periferie, “Festival Maracanã” (sic).

CM - “Dove le parole finiscono, inizia la musica” (H. Heine) si legge in esergo. Il tuo romanzo sembra la risposta ironica a questa massima, sembra dire: dove la musica non riesce ad arrivare, iniziano le parole.
VF - È così. Ho sempre pensato che la musica abbia un potere incredibile, universale, meraviglioso. Ma al contempo mi rendo conto che di una canzone io cerco di capire profondamente il testo, e lo trovo inscindibile dalla melodia. Non riesco ad ascoltare un pezzo strumentale, non ho le capacità tecniche per coglierne la bellezza, ho bisogno della “didascalia” che è il testo.
Il testo valorizza la musica e viceversa, si autoalimentano. La mia esperienza personale, poi, è quella di chitarrista ritmico dilettante e paroliere per alcuni amici musicisti. Provo invidia per le loro capacità musicali e frustrazione per non essere abbastanza bravo con lo strumento, ma anche orgoglio e soddisfazione nell’essere riuscito a dare “senso” alle note che loro hanno creato.
Ecco: scrivere per me è dare un senso a una bellezza, a una melodia, potrei dire a una storia, già presente.

CM - Il romanzo, in molte pagine, soprattutto nei dialoghi, ha la vividezza di una registrazione dal vivo. Ci ho sentito spesso (ma è un’impressione che andrebbe messa alla prova) l’eco di certi romanzi di Roddy Doyle, “I Commitments”, “Due sulla strada”, riferimenti che però dribbli virando presto sull’invenzione fantastica, sul comico onirico… Al di là di questi rimandi letterari, il senso molto forte di presa diretta mi spinge a chiederti quanto ci sia di veramente vissuto nel racconto dell’organizzazione di una piccola Woodstock di periferia. Alla domanda hai già risposto, sia pure con qualche reticenza, nell’ultima pagina, ma vorrei tornare insieme con te su questo punto.
VF - Non ho mai visto i film che citi, anche se molti lettori mi hanno segnalato le somiglianze.
In realtà il riferimento maggiore è proprio alle edizioni realmente svoltesi del festival alle Vallette (storica periferia nord di Torino nonché mio luogo di nascita) e ai trent’anni di vita nel quartiere stesso.
Il festival è esistito, per due anni di fila, e si è svolto in maniera rocambolesca, avventurosa, sconclusionata per certi versi, molto naïf per altri. È stato una caricatura di festival. Noi organizzatori ci siamo divertiti molto. E, credo, anche il pubblico che partecipò. Fu un’esperienza molto bella perché fondamentalmente libera, a briglia sciolta. Ricevemmo il permesso dal comune di poter superare di molto il consueto orario di chiusura di manifestazioni del genere: potevamo andare avanti fino alle 4 e 30 del mattino! Tu immagina: ragazzi giovani, un prato isolato di una periferia di per sé isolata, birra, panini, musica fino al mattino. Tanti eventi presenti nel libro sono realmente capitati nelle edizioni reali, poi ovviamente sono intervenuto con l’invenzione narrativa: che non considero una storpiatura della realtà, ma una sorta di interpretazione di essa, un correlativo oggettivo poetico. La spensieratezza, la stranezza, il surreale sono in fondo già presenti nel reale: i personaggi del libro l’accettano come una cosa “diversa” ma esistente, da rispettare. Sul quartiere ho migliaia di aneddoti estremi e molto divertenti che paiono inventati se non si è conoscenza dei soggetti che lo vivono, delle situazioni. 

 CM - Woodstock, Dylan, addirittura Elvis Presley (o i Police, ma non stiamo a precisare perché, per non rovinare la sorpresa ai lettori)… I miti musicali che alimentano i sogni dei protagonisti sono ormai tutti storicizzati. Che cosa può rappresentare la musica di quegli anni per dei ragazzi di provincia di oggi?
VF - Nel libro ho cercato proprio di riportare i gusti musicali che hanno segnato la nostra giovinezza e che rimangono ancora adesso come fari nella notte.
Adolescenza e musica sono fenomeni che non possono disgiungersi: noi del quartiere, io, ma credo tutti gli adolescenti del mondo, abbiamo riversato nella musica, prima che in ogni altra cosa (forse anche il calcio), la voglia di fuga, di ribellione, di identità. Quasi tutti gli amici che avevo a vent’anni suonavano o ascoltavano musica in maniera maniacale. E facendolo, era inevitabile rivolgere il proprio sguardo a band e scene indietro nel tempo. Il presente appare sempre meno appetibile, meno autentico di ciò che non c’è più ma aleggia come modello.
C’è poi l’elemento nostalgico (che è un sentimento che amo molto): tutto ciò che faceva la nostra vita di allora è denso di meraviglia, di poesia. Perché lo vivevamo in un momento in cui tutto sembrava possibile, e tutto realmente lo era.

CM - Che cosa invece non può dare la musica di oggi, se paragonata a quella di cinquanta anni fa?
VF - Musicalmente parlando, credo che oggi l’offerta sia maggiore, più variegata e originale di venti o trenta anni fa. Ci sono più band, più generi, più voglia di sperimentare. Se ci si pensa bene, alcuni artisti molto poco commerciali oggi vengono ascoltati da un sacco di persone, pur non diventando mainstream. C’è una mescolanza creativa mai vista prima. Eppure manca qualcosa. E quel che manca è probabilmente relativo alle dinamiche e al tempo di fruizione: c’è troppa velocità. Come per i libri, la vita di un album, di una canzone, è troppo corta. Troppo distratto l’ascolto. Forse, paradossalmente, troppo accessibile. Manca l’elemento esoterico e solipsistico dell’ascolto musicale. Scoprire una band, un brano, anni fa significava scoprire un piccolo tesoro e sentirsi eletto. Adesso tutto finisce immediatamente condiviso sui social network e dentro uno spot. I ragazzi di oggi sono abituati a questo, io che ho quasi quarant’anni no: mi mancano dei punti fermi, mi manca l’entusiasmo che avevo a vent’anni. Ma erano anni di formazione, e forse la vera magia stava in quello: allora la musica era una procedura vitale di crescita, ora che ci sentiamo bell’e che formati è intrattenimento e basta.

CM - Racconti la periferia come una parodia del centro, da cui quella sembra però essere irrimediabilmente scollata. È un mondo chiuso, con i suoi miti, il suo linguaggio, le sue fonti di informazione (“Cronaca vera”, la televisione…); appare come un gigantesco deposito di masserizie scadute. In essa tutto si impantana e rallenta fino a rasentare l’immobilità, eppure è anche iperbolicamente violento, oppure kafkiano (si veda tutto quello che concerne la Circoscrizione). Al di là di questo quadro così comicamente vivido, e di certe derive surreali verso la fine, quali rimangono secondo te i problemi più evidenti della periferia di una città come Torino?
VF - Conosco una signora delle Vallette che quando deve andare in centro città dice: “Oggi vado a Torino”.
La periferia, la mia in particolar modo la conosco molto bene, ma anche Barriera di Milano, in cui ho lavorato, o Falchera, o Mirafiori, è altro rispetto alla città. Lo è sempre stato, è nata come contesto diverso. Le Vallette non hanno mai avuto una biblioteca, una libreria, servizi adeguati, luoghi di incontro degni, manifestazioni, eventi culturali. Se non grazie ai preti non c’è mai stato un vero cinema, e solo recentemente un teatro. L’apatia è sempre stato il tratto distintivo della periferia, apatia e fiammate feroci di violenza, di disagio.
Al tempo stesso, questo sapersi e sentirsi abbandonati, diversi, relegati in un angolo, ha sì alimentato il disagio ma anche, ovviamente, un orgoglio. Che senti palpabile in coloro che ancora la abitano. Essere delle Vallette era ed è un vanto, proprio perché il luogo è sempre stato dipinto come un ghetto.
Ora le periferie stanno invecchiando: sono piene di vecchi, silenziose, ancor meno vissute. Vecchi e immigrati: loro sono gli unici soggetti che le stanno ripopolando. Vedere il cortile nel quale giocavo da bambino pieno di ragazzini rumeni, di colore, cinesi, è bello, molto indicativo dei tempi che cambiano e, speriamo, migliorano, si aprono.

CM - Quindi la vita in periferia ha anche dei vantaggi.
VF - Ecco, il vantaggio grande di una periferia può essere questo: costringe chi la abita a gestire i conflitti, a imparare la convivenza. Completamente lasciati soli, i suoi abitanti non hanno mediatori per risolvere il disagio, l’interazione. Devono fare da soli. Spesso ciò ha portato a scontri e a cose ancora più gravi, ma anche a una solidarietà intrinseca che fa somigliare la periferia a un borgo nel quale tutti si conoscono e condividono la stessa sorte. Da ultimi, da masserizie scadute.

CM - L’ansia e la sensazione di accerchiamento che coglie un po’ tutti (compresi quelli che lavorano negli uffici della Circoscrizione) l’hai constatata di persona o è un’efficace trovata comica?
VF - È pienamente reale. Da undici anni sono presidente di un’associazione culturale che organizza eventi. Da undici anni convivo con difficoltà con questa ansia. La burocrazia che sta dietro al sostegno e alla pianificazione socioculturale è nata, cresciuta a dismisura e opera per scoraggiare l’organizzazione dal basso, per castrarla, spegnerla, irrigidirla.
La politica, anche quella locale, è nell’occhio del ciclone da molto ormai, ma la politica vive un ricambio, le elezioni lo permettono. La burocrazia no: è statica, perenne, omnipervasiva. Io detesto più certa burocrazia, certi uffici, certi dirigenti che i politici. Abbiamo sempre avuto un buon rapporto con la politica cittadina, si è sempre trovato il modo di dialogare con essa, mentre la burocrazia è il vero mostro che spegne questo paese, che lo vampirizza.
Se noti, è lo stesso identico incubo che aveva Kafka. L’Autorità e la Legge che diventato sorde e cieche ed implacabili.

CM - “Eravamo animati da un furore bello” scrivi a un certo punto. Che cosa può uccidere questo furore entusiastico, oltre naturalmente alla burocrazia?
VF - La mancanza di visione. So che il termine visione ha assunto un’accezione antipatica, da spirito aziendale, ma io credo che ripreso il suo significato originario, filosofico oserei dire, questa parola è ancora in grado di ispirare l’azione: se manca la visione di un futuro, di una direzione, di un quadro generale complesso e vivo, tutto diventa sterile. La crisi che stiamo vivendo è essenzialmente economica, certo, ma in realtà poggia su fondamenta etiche che si stanno sgretolando. Mancando un’aspettativa di futuro, o meglio una speranza di futuro, ci si isola. Scatta il “si salvi chi può”. Il senso di comunità esiste perché si ha una tradizione alle spalle, un presente fatto di quotidianità in collettivo ma anche e soprattutto un futuro da creare insieme. Si sta perdendo la voglia di agire in tal senso: non riuscendo a immaginare un futuro (che fondamentalmente è lo scenario delle possibilità), non si opera a lungo termine, non si opera guidati da un piano. Si brancola, si ciondola timorosi, le mani avanti, non si rischia. Il “furore bello” è “l’ardente pazienza” di cui parlava Rimbaud. La consapevolezza e la forza di avere in mano la propria vita, l’orgoglio di cercare e tenere vicino a sé i propri simili, e insieme costruire.
Il famoso finale de “Le città invisibili” è quanto mai attuale: L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e approfondimento continui: cercare e sapere riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio".

CM - Mi è piaciuto il tuo uso del registro comico, anche farsesco: trovo che spesso, in letteratura, sia il modo più efficace (sospetto talvolta che sia l’unico) per raccontare il disagio, l’ingiustizia, l’abbandono, la povertà, la periferia, il distacco dalle e delle istituzioni – insomma, per scendere in basso, al livello della terra e delle vite degli uomini comuni, e fare del vero realismo.
VF - Questa scelta di registro attiene principalmente a una visione personale della vita. In primis considero l’umorismo (umorismo proprio, non l’ironia o il sarcasmo, che sono forme mediate di esso, e sono un divertimento più intellettuale), il ridere di gusto, l’ubriacarsi di risate, una forma di intelligenza, di esercizio continuo di essa. Sono un allenamento, un darsi forza. Ridere è come accedere a una consapevolezza innalzandosi sulle miserie quotidiane, è un elevarsi senza giudizio, senza per questo sentirsi migliori, ma anzi accettando di fare parte di questa fragilità, di ciò che ci rende simili: ma ci aiuta a non subirla, a non farci sminuire.
Detesto le scritture che pretendono di indagare e rappresentare fedelmente il marcio della società, il disagio particolare. Le trovo non solo limitanti, ma moralistiche, e quindi altezzose, snob.
In tanti libri che vanno per la maggiore in questo momento non vedo speranza, non ritrovo l’affetto e la tenerezza nei confronti del reale (e dei personaggi) che secondo me son necessari nello scrivere. Non ci vedo astrazione, universalità, nessuna trasposizione su un piano più profondo. Qual è il loro intento? Ferire, colpire? Lo fa di più, e meglio, un libro come “Cecità”, lo fanno di più e meglio Kafka, Roth, Buzzati, Benni. Punto di vista molto personale, che va oltre il mero giudizio tecnico.
L’umorismo, che rischia sempre di essere interpretato come superficialità, come vuoto, ha due pregi invece: rassicura il lettore, cerca di avvicinarlo alle storie, non lo mette a disagio, non lo sfida intellettualmente e moralmente a tutti i costi, non è mai una prova di forza e di bravura; ha un’attenzione delicata nei confronti di ciò che descrive, cerca di mettere in luce la gioia, la leggerezza, anche la poesia.
Perché queste esistono, e decidere di raccontarle (in un certo modo) è una scelta anche etica, se vogliamo.

CM - Tornando alla musica, qual è la scena musicale a cui ti senti più legato?
VF - Il grunge degli anni ’90, per ovvie questioni anagrafiche, il pop inglese che ha le radici nei Beatles, la scena alternativa e indie, tanta musica italiana a mio avviso di qualità, e non mi riferisco solo ai cantautori impegnati, ma soprattutto, come per l’editoria, alle piccole band e ai musicisti che trovi, sempre meno, nei locali cittadini.

CM - Di cos’è fatto il rock, secondo te? Quali sono gli ingredienti (ammesso che si possa parlare di ingredienti, e che questi si possano misurare) che, variamente shakerati, lo compongono? Dal tuo romanzo direi che l’entusiasmo ha una parte preponderante, che la tecnica non è essenziale, che un suo ruolo hanno anche rabbia, sofferenza (vedi l’esibizione di Pietro Rapa) e voglia di divertimento, di condivisione…
VF - È proprio questo. Il rock è entusiasmo, innanzitutto, la tecnica c’è ma è nascosta, o meglio è celata per far emergere l’emotività (e questo atteggiamento non è di per sé molto virtuoso?), è il contrario dell’autodistruzione (che è una deriva che con il rock c’entra poco, secondo me), è la pienezza di una vita vissuta fino in fondo, con libertà, autenticità, senso del tempo.
Posso dire che ogni mattina quando mi sveglio cerco di vivere la mia vita come se fossi una rockstar: come se fossi il protagonista delle mie azioni, delle mie scelte, come se tutto fosse decisivo, vero, profondo. La voglia di prendere posizione è rock. La scelta di schierarsi, possibilmente contro ciò che viene considerato maggioranza, e in questo trasgredire il pensiero unico, andare contro certe regole, metterle in discussione, affrontarle, proporne altre attraverso l’esempio. Più che rabbia, coraggio.

CM - Non solo la voglia di fare musica, ma anche la voglia di comunicare attraverso la scrittura è raccontata nel tuo romanzo. Non c’è solo l’io narrante che coltiva progetti letterari, ma verso la fine compare tale Pietroletti che è un po’ un concentrato di tic e idiosincrasie da aspirante scrittore.
Senti che qualcosa del linguaggio della musica ti ha ispirato nella scrittura e nella costruzione del romanzo? Se vuoi riformulo così: trovi dei punti in comune, dei legami profondi, tra la musica e la letteratura, tra il comporre e lo scrivere?
VF - Il personaggio di Pietroletti è una presa in giro affettuosa dello scrittore non affermato, in erba, che crede di vedere nello scrivere una missione, l’elevazione spirituale, l’essere portatore di un messaggio superiore. Il suo paragrafo nel libro è un invito a non prendersi troppo sul serio, a considerare la scrittura con più leggerezza.
La musica e la scrittura hanno punti di contatto, ma più che altro in quello che attiene al momento della creazione: la stessa tensione, la stessa vertigine di far nascere qualcosa che prima non esisteva e che abbia armonia, proporzione, che tenga, che sia fortemente comunicativo.

CM - E quali sono le differenze, secondo te?
VF - A ben vedere, le differenze sono più numerose: la musica ha specificità che la scrittura narrativa non possiede. L’apporto collettivo ad esempio è quasi esclusivamente prerogativa della musica: il creare insieme, in una band, è rispetto delle competenze di ognuno, è fusione di talenti. Nella scrittura è molto difficile operare in maniera collettiva. 
La fruizione: la musica ha un’immediatezza di fruizione che la scrittura non avrà mai. E anche la fruizione, come la creazione, è spesso collettiva: la scrittura rimane un fatto individuale. È un singolo che si rivolge a se stesso e a un altro singolo.
La musica, aspetto decisivo, ti fa conoscere più persone, soprattutto donne: se dici di essere un bassista avrai sempre più successo che dicendo di essere uno scrittore. Tranne Fabio Volo, gli scrittori non hanno le groupie
Un musicista, misteriosamente, rimane tale anche quando non suona: uno scrittore al di fuori del suo libro è tendenzialmente un disadattato.


https://letteratitudinenews.wordpress.com/2014/02/13/festival-maracana-di-vito-ferro/

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