mercoledì 17 dicembre 2014

Da Letteratitudine: Francesco Cusa e la tentazione della letteratura

Francesco Cusa e la tentazione della letteratura

Bisogna intendersi sul termine “tentazione” – e cercheremo di farlo. Francesco Cusa è innanzitutto un musicista, un batterista, uno dei fondatori dell’etichetta indipendente “Improvvisatore Involontario” e – ecco la parola giusta – un agitatore culturale. Gli album a suo nome e i progetti in cui è coinvolto o di cui è l’ispiratore sono parecchi e ben rappresentati su disco e in rete (Skrunch, Skinshout, The Assassins, Jaruzelski’s Dream, Try Trio, nemmeno ci provo a elencarli tutti); ancora più numerose le collaborazioni con altri artisti del circuito del jazz più alternativo, quello che fatica a dirsi jazz e con il jazz ha parecchi conti in sospeso. Lì sta la matrice di Cusa, direi: nell’anima più profonda e irriducibile del jazz, nell’improvvisazione intesa come sfida, come superamento di limiti, come antagonismo rispetto alla materia trattata e alle attese dell’ascoltatore. Bene: un po’ ovunque, nella sua musica, comunque sia declinata, in qualunque organico sia eseguita, si sente una forte, non accidentale liaison con la parola letteraria, e questo ci intriga. Così, in attesa si scoprire che cosa ci riserverà “Love”, il prossimo album del collerico progetto jazzcore The Assassins (con la tromba di Flavio Zanuttini), previsto per il 2015, proviamo ad ascoltare alcuni dischi di Francesco Cusa, concentrandoci sui titoli del gruppo Skrunch, che comprende, oltre a Cusa, Paolo Sorge alla chitarra e Carlo Natoli al basso, più altri ospiti – o complici – occasionali.
Nell’album “L’arte della guerra”, pubblicato da Improvvisatore Involontario nel 2007, quel senso di sfida è enunciato sin dal titolo, e le citazioni da Sun Tzu declamate nel Prologo e nell’Epilogo diventano intenzioni programmatiche, dichiarazioni di poetica militante – quanto alla musica, pastosa, ritmica, appare ancora strutturata su modelli riconoscibili e autorevoli di jazz avanzato e “colto”. D’altra parte la guerra, in questa dimensione, è appunto un’arte, l’esercizio della tensione è una disciplina.
Più sperimentale e provocatorio, sin dal titolo, è “Psicopatologia di un serial killer”, del 2004, che si presenta come colonna sonora di un noir urbano immaginario assai perturbante – così perturbante che ci sfiora l’idea dell’iperbole parodistica: al tempo stesso l’album, nel “raccontare” in musica ciò che avviene nella mente di un criminale e nell’evocare gli ambienti che frequenta, è così ossessivo, dissonante, oscuro, elettrificato, notturno, contaminato di voci che ringhiano o bisbigliano, di sospiri e risolini e rantoli e gorgoglii, in una parola così vivido, che potrebbe anche essere usato come prova in un processo per omicidio. La copertina, poi, suggerisce, almeno nello spirito, un legame con certe sperimentazioni noir di John Zorn. Però, a ben vedere, il disco è “anche” e soprattutto (almeno nelle intenzioni) una psicopatologia: cioè una collocazione in una casistica, in un sistema di riferimenti e modelli. Alla fine non è tanto la voce diretta del serial killer che sentiamo, ma quella dello psichiatra che lo sta registrando e studiando (e che in buona parte ne resta affascinato).

E ancora: negli ammiccamenti di certi titoli come “Opinioni di un clown” ne “L’arte della guerra”, o “Buzzati’s Capture” in “Psicopatologia”, ci pare di notare, soprattutto, un ricorrente, anche giocoso richiamo alla letteratura nel processo generativo della musica. De “L’arte della guerra” abbiamo già parlato. In un album del 2010, “Jacques Lacan. A True Musical History”, l’appiglio letterario-filosofico è subito chiaro, assieme all’intento umoristico (e umorale) dei titoli fondati su giochi di parole o su accostamenti spiazzanti e, almeno all’apparenza, pretestuosi: “Le can can de Lacan”, “Le Lancôme de Lacan”, “Lacan on the Bitch” (sic)… La musica, insomma, rimanda sempre a un’idea di conflitto, di disagio, di tensione, di sfida, di beffa anche. E a fare le spese – musicalmente parlando – del particolare sense of humour di Cusa e degli altri suoi correi, oltre a certi stilemi della musica per film o del jazz come il vocalese, è anche l’hard rock più enfatico (in “Lacan Boys”).
“A true musical history”, il sottotitolo del disco, ci dà comunque, credo, una possibile chiave di lettura della poetica di Cusa: la musica “è” racconto, narrazione obliqua, allusione a strutture narrative che si nutrono di ogni possibile suggestione (letteraria, musicale, cinematografica): ed è true, cioè suona “vera”, ironicamente, proprio perché è “falsa”. 
Ma la tentazione della letteratura in Francesco Cusa si manifesta anche in una forma più propriamente scritta. Sto pensando alla raccolta “Novelle crudeli”, ripubblicate da Eris nel 2014, un saporito catalogo di efferatezze e sgradevolezze in cui sarebbe difficile trovare lacune. Cusa ne sta proponendo, in una serie di concerti-spettacolo, delle letture pubbliche. La musica, di Cusa stesso e dei musicisti conniventi (Nicola Fazzini, Emilio Galante, Gabriele Evangelista: cercate le loro performance su youtube), non può aggiungere molto a testi già così espliciti, che nei video sono ulteriormente amplificati dalla recitazione di Alessandro Cevasco: e si limita a postillare qua e là, a puntualizzare in interventi che sembrano note a piè di pagina.
Ecco allora teratologie raccapriccianti, abbondanti spalmate di grottesco (“Nordmende Zappalà”) volentieri coprolalico (“Salvatore foderato di mestruo”), brutalità stilizzate da cinema americano tra fratelli Coen e Tarantino (“Desmond e Jack”) mescolate con tirate filosofiche, sipari levati d’improvviso su tabù infranti, e poi paure infantili (“Preghiera”) e lati oscuri adulti (“Contro la femmina”), sguardo dilatato sui dettagli che, ingranditi, diventano mostruosi, sarcastiche vendette musicali di sapore zappiano (“101 storie zen sul jazz”, a modo suo davvero crudele, musicalmente parlando, contro ogni deferenza al jazz).
Anche qui si intuisce una volontà di sistematizzare, studiare, filtrare – sembra di sentire, come si diceva prima, più che la voce dei casi clinici, quella dello studioso di casi clinici, per quanto affascinato della materia trattata.
Questa tensione violenta, irrisolta, plateale, virgolettata e incoerente come in certe sequenze di David Lynch, pare a volte trovare una sua dimensione, un equilibrio – proprio come in Lynch, attraverso l’immersione in una dimensione meditativa e contemplativa. La musica diventa allora il “racconto” di questa ricerca, di questa immersione: il racconto del successo o, a seconda dei casi, del fallimento. Lo si avverte in particolare nelle intenzioni di un progetto come “Tan T’Ien”, con Luca Dell’Anna alle tastiere e Ivo Barbieri al contrabbasso (quello insomma che in altri contesti chiameremmo un trio).
Nel recentissimo “Body-Soul-Spirit” (sempre Improvvisatore Involontario, 2014, e sempre attribuito al progetto Skrunch) questa dimensione contemplativa si delinea con chiarezza inedita: i titoli non giocano, non ammiccano (sono, semplicemente, numeri secondo un ordine non consequenziale, a cui talvolta si aggiungono tra parentesi parole-emblemi, “Darkness”, “Light”…). L’irrequietezza che in altri album sembrava sfogo incontrollato, raptus violento (pur strutturato in una forma e secondo un linguaggio), ora diventa ricerca di una dimensione nuova, tensione verso un equilibrio magari precario ma funzionante. Non vi è parodia, non vi è ammiccamento cinematografico, non sono più avvertibili allusioni letterarie, sovrapposizioni o sottotracce. Gli strumenti cercano, rovistano a lungo nei suoni, sembrano trovare un’intesa, sembrano andare alla ricerca di un linguaggio comune e insieme nuovo, lontano da ogni modello o da ogni riferimento.

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