sabato 13 dicembre 2014

"La musica dalle finestre": abbozzi preparatori, 2

Senti la musica dalle finestre? Qui si suona ovunque. Si entra nelle case vuote e si tira fuori lo strumento dalla custodia. Una breve accordatura, e via. Si usano le onde sonore dei violini e degli oboi per saggiare la solidità delle pareti. Si ha l’impressione che le vibrazioni degli strumenti sanino le ferite delle case, rimarginino gli sfregi, riassestino le masse, riequilibrino le precarietà. Così qui suonano proprio tutti, con attenzione, con misura. Alcuni suonano anche fuori, nei cortili, nelle vie, indirizzando gli strumenti verso le piaghe, le mortificazioni. Lo fanno di nascosto, e senza permesso, perché entrano dove non potrebbero entrare, si piazzano in punti pericolosi, se un vigile gli fischia dietro scappano. Altri, che non sanno suonare uno strumento, portano in giro vecchi giradischi a pile, nelle carriole, e sono pronti a coprire il tutto con un telo se qualcuno passa a controllare. Gli abbienti affittano trii, quartetti, li fanno accomodare nei palazzi sofferenti, discutono anche sul repertorio con i musicisti, insistono che Mozart va sempre bene, invece da Stravinskij in su si destabilizzano le colonne portanti. I poveri si contentano di un bambino di prima media con il flauto dolce di plastica, e gli dicono di soffiarci dentro quel che gli pare.
Altri ancora, giocando sulle sinestesie, spargono profumi. Passano con boccette piene, che aprono vicino alle crepe, e lasciano che gli odori si liberino, salgano, cauterizzino.
Chi non ha sottomano strumenti, o profumi, ma vuole lo stesso dare una mano, parla alle case, ai monumenti. Lo fa con discrezione d’altri tempi, e solo quando nessuno sta guardando. Allora girano per le vie, si fermano accanto alle statue inclinate, consolano e rincuorano le sculture, se ci arrivano con le mani accarezzano i busti. Li si sente appena, e solo se si sa che cosa fanno. Se li interrompi, fingono subito di essere lì per altro, si mettono a cercare una monetina per terra, o fingono di avere una pessima vista, di aver creduto di parlare a una persona viva, non a una statua. Capisco adesso perché non mi rispondeva, dicono, e ridono, prima di andarsene. Si nasconderanno dietro un angolo, dove aspetteranno che tu sia passato, per tornare alle statue, ai cippi.

***

Le erbe crescono sui muri, dai muri, dal nulla. Si nutrono di polvere e sole, mangiano detriti, mettono su famiglia in un niente.
Vedi, attraverso i cancelli forzati, deformati, i giardini privati che sono diventati piccole selve compatte, i rampicanti impazziti che si protendono ovunque, avidi, verdissimi, e si lasciano scapigliare dai colpi di vento, poi tornano ad aggrapparsi tenaci ai muri, e a salire, a salire verso i tetti. Se incontrano una finestra rimasta aperta vi entrano, allungano i germogli a spirale sui pavimenti e i mobili che ricoprono, poi vanno in altre stanze, colonizzano anche quelle, senza fretta, e solo se dentro è troppo buio rinunciano, solo se dalle crepe dei muri non filtra nemmeno un raggio di sole. A volte, nella loro avanzata sui muri delle case, forzano – con quanta delicatezza! – una finestra chiusa, e andando per tentativi la aprono e la scardinano, poi si tuffano dentro, negli androni, nei tinelli, nelle cucine, nelle camere.
Non sono le uniche creature ad avere acquisito una nuova vita, nella città. L’elephas meridionalis la notte esce dal museo, appena un po’ acciaccato dalle lunghe ore di immobilità, e cammina solenne e scricchiolante per le vie dove qualche ora prima gli aquilani si sono dedicati volonterosi allo struscio. Si abbevera alla Fontana delle Novantanove Cannelle – o meglio crede o finge di farlo. Se piove, si ripara sotto le volte di Santa Maria di Collemagno. È elegante nella sua goffaggine, e lo sa. Se si imbatte in qualche nottambulo, si acquatta contro un muro e non si muove più, nella speranza che lo prendano per un escavatore.
Le sue orme, di giorno, sono tema di chiacchiere accese tra i pensionati.

***

Il senso della storia, qui, non è tanto memoria del passato, quanto piuttosto senso della perdita. Distruzioni dopo distruzioni, nei secoli, per opera dell’uomo e, più spesso, della natura, hanno edificato questa speciale percezione della precarietà del tempo storico. Tutto passa, tutto scorre – tutto crolla, in senso metaforico e letterale. La storia è questo, è il racconto di crolli – peccato che non avesse senso della storia chi ha eretto le costruzioni più recenti, venute giù prima e più rovinosamente delle altre più antiche.
Oggi la città è un cantiere, o meglio una fabbrica, in un loop di giorni festivi. I disastri recenti hanno ulteriormente mescolato gli stili e le epoche. Tutte le città storiche sono coacervi di edifici barocchi, giardini rococò, piazze rinascimentali, chiese medievali; ma all’Aquila il subbuglio ha contaminato d’un tratto generi, gusti, secoli, ha fatto delle vie un paesaggio postmoderno, in cui tutto collide senza drammi, tutto convive senza sorriso. I pezzi di puzzle diversi incastrati assieme a forza da un capriccioso e annoiato Gargantua bambino.


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