venerdì 12 dicembre 2014

"La musica dalle finestre": abbozzi preparatori, 1

Qualche pagina tratta dal materiale che poi è sfociato nel testo scritto per "L'orologio della città nuova", spettacolo inserito nella rassegna "I Cantieri dell'Immaginario" de L'Aquila e andato in scena l'8 agosto 2014. Si può leggere la versione definitiva, assai più sintetica, nel blog letterario "Poetarum Silva". 

Allora, parti? Bravo, bel passo. Imbocchi corso Vittorio Emanuele, di corsa. Fai in tempo a vedere sui lati le impalcature come fondali barocchi, dietro ad esse i portici bui, come quinte di teatro, le gru e le ruspe e i camion bianchi come statue mitologiche da fontana berniniana. Svolti su corso Federico II: altri ponteggi, altre crepe sulle facciate, altre insegne cadute. Tutto potrebbe crollare, eppure non crolla. Ridi ai colori incongrui delle pubblicità e alle belle facce paonazze delle fotografie stampate sulle transenne. Entri in piazza del Duomo, vasta, vuota, ti soffermi appena sulle facciate di Santa Maria del Suffragio e del Duomo, sontuose e ferite di ferite sontuose, poi corri per via dell’Arcivescovado, sempre sotto il sole che esalta nuovi colori che le altre città non hanno – quelli delle barriere new jersey, dei coni segnaletici, delle reti di recinzione che contornano tutto. Nei giorni di vento polveri a ondate si levano dai cantieri fermi, e gemiti dalle incastellature dei ponteggi. I bulldozer e gli escavatori in mezzo alle piazze, come uri al pascolo. Corri, corri, a testa bassa imbocchi via Roio, stretta e quasi buia, e se corri ti sembra intatta, poi ti infili in via Seminario e poi in via San Marciano, e non sai più se quello che vedi è l’antico depositarsi del tempo o l’effetto del recente sfregio, passi per vie che hanno solo facciate solide e mute, finestre sbarrate, portoni chiusi, e tutto è pace. Fai in tempo a leggere le scritte sui muri, ironiche, smagate, melense o violente, come ovunque nel mondo – ma qui con un sovrappiù di senso. Poi, senza volerlo, torni su via Arcivescovado, ed è di nuovo un intrico di ponteggi, tramezze, tubi, corrimano, andatoie. Sui muri pericolanti e imbragati intravedi manifesti di anni fa, infangati e laceri ma ancora riconoscibili, e a modo loro ammiccanti. Rallenti, per sentire il suono dell’aria tra le reti di recinzione e le barriere estensibili, per vedere i riflessi del sole che creano effetti da teatro barocco. Ogni tanto ti imbatti in un monumento posticcio, piazzato lì a regalare un po’ di bellezza, e ricoperto di polvere, scrostato, malinconico, perché alla fine tutti lo hanno trovato brutto. Ogni tanto una facciata moderna, tutta vetri, sdoppia le ferite e i rammendi. Le ombre delle cose sulle vie sono nuove: sono ombre di spigoli inaspettati, di recinzioni, di transenne, di picchetti e argani. Duplicano le offese, le proiettano dove tutto era intatto. Ad alcuni queste ombre dispiacciono: preferiscono i giorni nuvolosi, o il buio della sera, quando possono girare per le vie a capo chino e quasi dimenticarsi delle offese recate alle cose: quelle ombre glielo impediscono, li richiamano alle paure e allo sgomento. Meglio il maltempo, si dicono, meglio quando piove un po’. Ma se piove troppo, nelle pozze larghe si riflettono le stesse forme che danno ombra nei giorni di sole, e si è daccapo.
Ti attirano le vie da percorrere veloci, dopo avere scavalcato una transenna, un reticolato, con le mani e le ginocchia insanguinate, perché là, proprio là in fondo, ci sta un’edicola antica, una formella rinascimentale, o una vecchia cartoleria in cui da bambino ti rifornivi di quaderni e gomme.
Riparti a correre poi su via San Francesco da Paola, quieta nel sopportare i suoi dolori, già piena di automobili, come del resto tutte le altre vie, auto di tutti i colori, che quasi mettono allegria, anche se ti costringono a continue gimkane, e se a volte ti rallentano. Sopra di te, sempre, i bracci delle gru in lento movimento, ronzanti, altissime, le benne come in cerca di qualcosa da agganciare, qualunque cosa.

È un attimo il passaggio per via Battisti. Di nuovo corri su corso Federico II, verso l’esterno, poi lungo viale Crispi esci, scendi, perché senti il bisogno di seguire file di alberi che coprono i palazzi lesi. Poi d’improvviso ti senti stanco di quegli alberi, e torni su per via XX Settembre, e vedi i palazzi più recenti aperti e deformati, più di quelli antichi. Poi su per via Cardinale, e quando correre non basta più e ti viene a noia, si fa un salto e si vola sopra i tetti. La città sembra allora riposare, da quassù. I tetti calmi, bianchi di sole e di polvere, nascondono le ferite. Superi in altezza le gru, poi ti appollai su un contrappeso di una di esse, e ci resti finché il manovratore non ti fischia dietro e a gesti ti dice di scendere.

Nessun commento: