sabato 23 maggio 2015

Da Diacritica: "Racconto dei racconti di Paolo Bertolani"

Riprendo, dal secondo numero della rivista Diacritica, un paio di pagine di un mio saggetto sulle prose di Paolo Bertolani. Detto tra noi, il pezzo era nato come semplice recensione ai libri di racconti del poeta ligure, tutti pubblicati da Il Melangolo: ma poi la materia era tanta che si è dilatato fino a diventare qualcosa di più - a quel punto, le note erano d'obbligo. Il testo nella sua integralità si può scaricare, assieme a tutti gli altri eccellenti interventi, dalla pagina della rivista.


Racconto dei racconti di Paolo Bertolani

Vi è una corrente di poeti-scrittori liguri che disdegna il mare e resta a mezza costa, a raccontare la vita sui pendii, tra gli orti, negli anfratti dell’entroterra. Che si tratti del Ponente inquieto e liminale di Francesco Biamonti e di Nico Orengo, o del Levante sopra Lerici di Paolo Bertolani, il paesaggio resta quello, aspro, vivido, d’estate polveroso e assordante di cicale, ventoso e freddo d’inverno, sempre odoroso, tutto terra sudore e sapori.
Uno dei più recenti eredi di questa corrente è Elio Grasso, poeta anche lui, che con il romanzo Il cibo dei venti[1] mostra come si possa narrare un mondo vegetale e minerale che impone una vita di piccoli gesti, di poche parole. Sono taciturni, i personaggi di questa corrente: parlano solo se necessario, e danno risposte brevi, secche, eppure nei loro silenzi domina un senso lirico molto forte, un rispetto per il valore delle parole che impedisce ogni spreco. Contemplativi, assorti, sembrano volersi confondere in quella natura così poco accogliente di cui si ostinano a sentirsi ospiti. Si capta, nella sensibilità del loro sguardo sugli oggetti e nella precisione con cui gli autori definiscono questa sensibilità, il retaggio della poesia ligure, in particolare degli inevitabili Montale e Sbarbaro: e la formula di «romanzo-paesaggio» con cui Calvino ha definito l’opera narrativa di Biamonti, in particolare L’angelo di Avrigue[2], vale per tutti loro (forse un po’ meno per Orengo, più attento ai richiami dell’intreccio).
In questo filone Paolo Bertolani (La Serra, Lerici, 1931-2007), oltre a uno spiccato senso del fantastico e del fantasmatico, mette di suo una vis comica decisa, anche brutale, rodomontesca, e un gusto della conversazione impastata di dialetto che rende assai diversi i suoi personaggi da quelli laconici di Biamonti o di Grasso. Sono chiacchieroni inveterati, gli uomini che popolano le sue pagine; non meno orsi, non meno diffidenti o più espansivi, anzi: ma tra loro, invece che sguardi e ammiccamenti e mugugni, corrono parole e parole, alcune vere, altre frutto di ispirazione estemporanea. Bertolani è stato poeta in lingua e in dialetto (il dialetto della Serra di Lerici, che Enzo Siciliano ha definito, riferendosi proprio ai versi di Bertolani, «un grattare di corde tese a suono corto e ispido»[3]), e molto di quella vocazione alla lirica[4], che ha goduto di una certa reputazione critica, è trasmigrato nelle pagine dei suoi libri di racconti, meno considerati.
Vale la pena cercarli e leggerli come un unico corpus, i suoi volumetti di prose, dal Racconto della Contea di Levante[5] a Il custode delle voci[6], fino a Colpi di grazia, pubblicato postumo[7]. Sembra fare eccezione, per ambientazione e struttura quasi da romanzo breve, Il vivaio[8]: ma anche qui, nella storia di Heinrich Kars ispirata a von Kleist, si avverte lo sguardo affilato e, sia pure trattenuto, il gusto umoristico delle pagine liguri, soprattutto nelle parole dei servitori e nelle figure plebee di contorno.

La terra
Il paesaggio reca i segni del lavoro delle generazioni passate. Della fatica, delle schiene spaccate a tirar su muretti, a dissodare terreni poco adatti, che d’estate diventano «un niente di polvere e seccumi», a piantare ulivi – di tutto questo restano tracce, relitti, non ancora crollati o ricoperti dalla vegetazione, segni della precarietà della condizione umana e insieme della necessità di sopravvivere a tutti i costi. I campi non più curati diventano presto boschi; e anche i boschi nel presente sono inaccessibili, «fitti come destrighi»; e i viottoli non più praticati, «mangiati dai macchioni», sono diventati bui come passaggi notturni. C’è poca nostalgia per quel passato che era comunque uno stramazzare tra sforzi cocciuti e pericoli, ingiustizie e insensatezza. D’altra parte, il «patire non è che raccontandolo se ne vada». La vita è per tutti sofferenza e fatica, lotta contadina contro i sassi e la terra troppo secca e ripida. Quella del Bestia[9], trascorsa a lavorare negli orti sin dall’adolescenza, è così descritta dal figlio narrante: «Bastava allungare un braccio traverso il vicolo per toccarla e sentirne il fiato grosso, i grumi di sangue cattivo». E proviene, dal confronto con quello che si è stati, o che sono stati i padri e i nonni, un senso di abbandono e spossatezza, che si prova a levar via con il sarcasmo, con il riso alla buona, e di cui non ci si lamenta mai.
Nelle pagine di Bertolani si vive per lo più in salita: solo in rare occasioni si scende verso Lerici, verso il mare: i passi muovono verso l’alto, dove stanno orti, capanni, alberi, lavori da fare, ruderi abbandonati, dimore di morti. Si scenderà anche, da quei luoghi, per ricominciare a salire: ma Bertolani, cantore fedele e salace della fatica, preferisce il racconto delle salite, lungo erte che mozzano il fiato.
Per contrasto, nelle pagine di Il vivaio che raccontano il lungo viaggio verso la città di Uccla, la malinconia di Heinrich Kars è aggravata dalla campagna «orrendamente pianeggiante» e «implacabile», priva di appigli per l’occhio, invasa da lagune dall’«odore di acque morte» – mentre lui, Kars, ha sempre amato rincantucciarsi dietro ai muri, o sui tetti, o nelle penombre dei solai, quasi come fosse anche lui un ligure dell’entroterra[10].

Il mare
Si fa in fretta a trattare il mare nei racconti di Bertolani, perché quasi non c’è. Il mare, nelle parole e nei pensieri di questi narratori di suoi mezza costa, è qualcosa di lontano. «Io so che c’è, ma come so che c’è la luna. So che è laggiù in fondo», dice l’io narrante di Il custode delle voci. È il fondale di una fuga impossibile per (quasi) tutti loro, di una fuga nemmeno cercata, ambiente di altri uomini che fanno vite completamente diverse, linea d’orizzonte mai davvero desiderata, anche quando da giovani ci si sarebbe potuti imbarcare.


http://www.diacritica.it


[1] Milano, Effigie, 2014.
[2] Torino, Einaudi, 1983.
[3] Cfr. E. Siciliano, Diario, in «Nuovi Argomenti», n. 6, aprile-giugno 1999.
[4] Segnaliamo almeno Incertezza dei bersagli (Parma, Guanda, 1976-2002), Séinà (Torino, Einaudi, 1985), E góse, l'aia (Parma, Guanda, 1988).
[5] Premio Comisso nel 1979 e allora pubblicato da Il Formichiere (Milano), poi ristampato da Il Nuovo Melangolo (Genova) nel 2001.
[6] Sempre Genova, Il Nuovo Melangolo, 2003.
[7] Genova, Il Nuovo Melangolo, 2007.
[8] Genova, Il Nuovo Melangolo, 2001.
[9] Il padre del narrante in I mótri, dal Racconto della Contea di Levante.
[10] Potremmo riconoscervi quella «china leopardiana» di cui parla Enzo Siciliano a proposito della lirica di Bertolani nel già citato Diario su «Nuovi Argomenti».

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