Racconto
dei racconti di Paolo Bertolani
Vi è
una corrente di poeti-scrittori liguri che disdegna il mare e resta a mezza
costa, a raccontare la vita sui pendii, tra gli orti, negli anfratti
dell’entroterra. Che si tratti del Ponente inquieto e liminale di Francesco
Biamonti e di Nico Orengo, o del Levante sopra Lerici di Paolo Bertolani, il
paesaggio resta quello, aspro, vivido, d’estate polveroso e assordante di
cicale, ventoso e freddo d’inverno, sempre odoroso, tutto terra sudore e sapori.
Uno
dei più recenti eredi di questa corrente è Elio Grasso, poeta anche lui, che
con il romanzo Il cibo dei venti[1] mostra
come si possa narrare un mondo vegetale e minerale che impone una vita di
piccoli gesti, di poche parole. Sono taciturni, i personaggi di questa
corrente: parlano solo se necessario, e danno risposte brevi, secche, eppure
nei loro silenzi domina un senso lirico molto forte, un rispetto per il valore
delle parole che impedisce ogni spreco. Contemplativi, assorti, sembrano volersi
confondere in quella natura così poco accogliente di cui si ostinano a sentirsi
ospiti. Si capta, nella sensibilità del loro sguardo sugli oggetti e nella
precisione con cui gli autori definiscono questa sensibilità, il retaggio della
poesia ligure, in particolare degli inevitabili Montale e Sbarbaro: e la formula
di «romanzo-paesaggio» con cui Calvino ha definito l’opera narrativa di
Biamonti, in particolare L’angelo di
Avrigue[2],
vale per tutti loro (forse un po’ meno per Orengo, più attento ai richiami
dell’intreccio).
In
questo filone Paolo Bertolani (La Serra, Lerici, 1931-2007), oltre a uno
spiccato senso del fantastico e del fantasmatico, mette di suo una vis comica decisa, anche brutale,
rodomontesca, e un gusto della conversazione impastata di dialetto che rende assai
diversi i suoi personaggi da quelli laconici di Biamonti o di Grasso. Sono
chiacchieroni inveterati, gli uomini che popolano le sue pagine; non meno orsi,
non meno diffidenti o più espansivi, anzi: ma tra loro, invece che sguardi e
ammiccamenti e mugugni, corrono parole e parole, alcune vere, altre frutto di ispirazione
estemporanea. Bertolani è stato poeta in lingua e in dialetto (il dialetto
della Serra di Lerici, che Enzo Siciliano ha definito, riferendosi proprio ai
versi di Bertolani, «un grattare di corde tese a suono corto e ispido»[3]), e
molto di quella vocazione alla lirica[4], che
ha goduto di una certa reputazione critica, è trasmigrato nelle pagine dei suoi
libri di racconti, meno considerati.
Vale
la pena cercarli e leggerli come un unico corpus,
i suoi volumetti di prose, dal Racconto
della Contea di Levante[5] a Il custode delle voci[6], fino
a Colpi di grazia, pubblicato postumo[7]. Sembra
fare eccezione, per ambientazione e struttura quasi da romanzo breve, Il vivaio[8]: ma
anche qui, nella storia di Heinrich Kars ispirata a von Kleist, si avverte lo
sguardo affilato e, sia pure trattenuto, il gusto umoristico delle pagine
liguri, soprattutto nelle parole dei servitori e nelle figure plebee di
contorno.
La terra
Il
paesaggio reca i segni del lavoro delle generazioni passate. Della fatica,
delle schiene spaccate a tirar su muretti, a dissodare terreni poco adatti, che
d’estate diventano «un niente di polvere e seccumi», a piantare ulivi – di
tutto questo restano tracce, relitti, non ancora crollati o ricoperti dalla
vegetazione, segni della precarietà della condizione umana e insieme della
necessità di sopravvivere a tutti i costi. I campi non più curati diventano
presto boschi; e anche i boschi nel presente sono inaccessibili, «fitti come
destrighi»; e i viottoli non più praticati, «mangiati dai macchioni», sono
diventati bui come passaggi notturni. C’è poca nostalgia per quel passato che
era comunque uno stramazzare tra sforzi cocciuti e pericoli, ingiustizie e
insensatezza. D’altra parte, il «patire non è che raccontandolo se ne vada». La
vita è per tutti sofferenza e fatica, lotta contadina contro i sassi e la terra
troppo secca e ripida. Quella del Bestia[9], trascorsa
a lavorare negli orti sin dall’adolescenza, è così descritta dal figlio
narrante: «Bastava allungare un braccio traverso il vicolo per toccarla e
sentirne il fiato grosso, i grumi di sangue cattivo». E proviene, dal confronto
con quello che si è stati, o che sono stati i padri e i nonni, un senso di
abbandono e spossatezza, che si prova a levar via con il sarcasmo, con il riso
alla buona, e di cui non ci si lamenta mai.
Nelle
pagine di Bertolani si vive per lo più in salita: solo in rare occasioni si
scende verso Lerici, verso il mare: i passi muovono verso l’alto, dove stanno
orti, capanni, alberi, lavori da fare, ruderi abbandonati, dimore di morti. Si
scenderà anche, da quei luoghi, per ricominciare a salire: ma Bertolani,
cantore fedele e salace della fatica, preferisce il racconto delle salite,
lungo erte che mozzano il fiato.
Per
contrasto, nelle pagine di Il vivaio
che raccontano il lungo viaggio verso la città di Uccla, la malinconia di
Heinrich Kars è aggravata dalla campagna «orrendamente pianeggiante» e
«implacabile», priva di appigli per l’occhio, invasa da lagune dall’«odore di
acque morte» – mentre lui, Kars, ha sempre amato rincantucciarsi dietro ai
muri, o sui tetti, o nelle penombre dei solai, quasi come fosse anche lui un
ligure dell’entroterra[10].
Il mare
Si
fa in fretta a trattare il mare nei racconti di Bertolani, perché quasi non
c’è. Il mare, nelle parole e nei pensieri di questi narratori di suoi mezza costa,
è qualcosa di lontano. «Io so che c’è, ma come so che c’è la luna. So che è
laggiù in fondo», dice l’io narrante di Il
custode delle voci. È il fondale di una fuga impossibile per (quasi) tutti
loro, di una fuga nemmeno cercata, ambiente di altri uomini che fanno vite
completamente diverse, linea d’orizzonte mai davvero desiderata, anche quando
da giovani ci si sarebbe potuti imbarcare.
http://www.diacritica.it
[1] Milano, Effigie, 2014.
[2] Torino, Einaudi, 1983.
[3] Cfr. E. Siciliano,
Diario, in «Nuovi Argomenti», n. 6,
aprile-giugno 1999.
[4] Segnaliamo almeno Incertezza
dei bersagli (Parma, Guanda, 1976-2002), Séinà
(Torino, Einaudi, 1985), E góse, l'aia (Parma, Guanda, 1988).
[5] Premio Comisso nel 1979 e allora pubblicato da Il
Formichiere (Milano), poi ristampato da Il Nuovo Melangolo (Genova) nel 2001.
[6] Sempre Genova, Il Nuovo Melangolo, 2003.
[7] Genova, Il Nuovo Melangolo, 2007.
[8] Genova, Il Nuovo Melangolo, 2001.
[9] Il padre del narrante in I mótri,
dal Racconto della Contea di Levante.
[10] Potremmo riconoscervi quella «china leopardiana» di cui
parla Enzo Siciliano a proposito della lirica di Bertolani nel già citato Diario su «Nuovi Argomenti».
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