mercoledì 6 maggio 2015

Prendi la DeLorean e scappa: l'antologia

Sono davvero grato a Andrea Malabaila e Carlotta Borasio delle Edizioni Las Vegas, che mi hanno voluto tra gli autori di “Prendi la DeLorean e scappa”, l’antologia di diciotto racconti dedicata al trentennale dell’uscita nelle sale del film di Zemeckis Ritorno al futuro. Un progetto come questo invita (costringe, anzi) a fare i conti con il tempo: lo faceva anche il film, e ora è come un farlo al quadrato, o alla terza, o qualcosa del genere. "Un tempo il 2015 era il futuro” si legge nella scheda del libro. “Lo era nel 1985, l’anno di uscita nelle sale cinematografiche di Ritorno al futuro. Lo era nel secondo film della trilogia, con le macchine volanti, l’hoverboard, le scarpe autoallaccianti e una certa nostalgia per gli anni Ottanta. E oggi, che siamo davvero nel 2015, che cos’è rimasto di tutto ciò?”
Ora che l’antologia sta per uscire (il 13 maggio, chiedete al vostro libraio), vedremo come il film ha lavorato nella memoria di ognuno di noi, che impressioni ha lasciato, quali frasi si sono appiccicate, quali dettagli. Per caso, poco prima di mettere mano al mio racconto, avevo rivisto il primo film della serie, scoprendo che reggeva bene il trascorrere degli anni (a differenza, che so, di Ghostbusters, che mi pare invecchiato maluccio): certe scene si aspettano con impazienza, e una volta giunte non deludono, di altri momenti si assaporano per la prima volta la forza, l’arguta ingenuità, i sottintesi anche inquietanti. Quell’aria vintage che circola in ogni scena intenerisce. E quelle zone d’ombra che si dilatano nel racconto (la crudeltà dei bulli, le bizzarrie senza scopo, i brividi incestuosi, lo stranirsi delle facce dinanzi all’incomprensibile) adesso fanno venire in mente David Lynch – o siamo noi che in questi anni senza avvedercene ci siamo lynchizzati?
Anno dopo anno noi esseri televisivi ci siamo abituati a quelle capigliature, a quei vestiti, alle spalline, a quel modo di muoversi, di atteggiarsi, al punto che le sentiamo come nostre. Infinite repliche di telefilm ci ripresentano ogni giorno, ogni ora, in contemporanea, i decenni precedenti, ci riportano a quando eravamo più giovani, ci fanno risentire il gusto di quando guardavamo per la prima volta quei film, quei telefilm, quei video. Il viaggio nel tempo è insomma quotidiano, le occasioni di intingere le nostre modeste madeleines nel caffelatte non sono mai state così fitte. Le stagioni dei serial si accumulano giorno dopo giorno, i telefoni si trasformano a ogni puntata, le imbottiture nelle spalline nei vestiti vanno e vengono, le basette e i baffi si allungano e si accorciano, e proprio quando sembra che la forbice temporale si stia chiudendo ecco che la programmazione ricomincia daccapo, si riprende dalla prima stagione, si torna alle vetuste macchine per scrivere di Jessica Fletcher, ai poliziotti di New York che devono cercare una cabina telefonica, ai medici alle prese con il cercapersone e tecnologie obsolete, ai jukebox, agli impacci del tenente Colombo alle prese con quei diabolici mangiacassette… Viaggi nel tempo quotidiani, paradossi temporali a pranzo e cena, sobbalzi cronologici a ogni clic di zapping… Senza contare che siamo entrati da un pezzo nel futuro raccontato da quella miriade di film, telefilm, romanzi, film tratti da romanzi, telefilm tratti da film, e non ci si ritrova per niente, siamo completamente fuori strada rispetto a quelle previsioni, le nostre vite non assomigliano proprio a quelle distopie d’antan, e non ci è chiaro se siano peggio o meglio, ma comunque sono diverse, di sicuro meno divertenti e più imbarazzanti.
Divago, va bene, ma sto cercando di mettere ordine nella ricerca (nella recherche, se volete) di quel particolare insieme di suggestioni che ci tengono bambini o ragazzini per un’intera esistenza e ci distraggono mentre riceviamo spintoni verso la vecchiaia. Ritorno al futuro è, in fondo, la nostra storia, quella che vorremmo per noi – la storia paradossale di un piacevole soprapporsi di piani temporali, anche un po’ zuccheroso, se volete, ma in fondo che c’è di male? Alla fine ci si sente buoni, ci si sente dei tipi a posto, con gli amici giusti, cose così.
L’antologia si intitola “Prendi la DeLorean e scappa” – il film di Zemeckis è pieno di battute che rimangono in mente, che hanno una strana forza icastica, che sembrano fatte per essere citate, che promettono di costruire intese, di saldare amicizie o almeno complicità. Sulla copertina, la frase “Mai mettere una macchina del tempo nelle mani di uno scrittore” suona come un blurb beneaugurante e anche lusinghiero. I racconti sono firmati da (in ordine rigorosamente alfabetico) Davide Bacchilega, Marco Candida, Eva Clesis, Vito Ferro, Roberto Gagnor e Michela Cantarella, Enzo Gaiotto, Manuela Giacchetta, Elia Gonella, Andrea Malabaila (che ha anche curato l’antologia), Christian Mascheroni, Gianluca Mercadante, Gianluca Morozzi, Daniele Pasquini, Giorgio Pirazzini, Giuseppe Sofo, Daniele Vecchiotti e Paolo Zardi. Sono molto curioso di leggerli. Lì in mezzo, da qualche parte, c’è anche il mio pezzo, intitolato “Cupio dissolvi”, se non ricordo male, allegramente tetro.

Sabato 9 maggio 2015, alle 20.30, l'antologia sarà presentata in anteprima assoluta a La Piola Libreria di Catia, in via Bibiana, 31, a Torino.

http://www.lasvegasedizioni.com/libri/i-jackpot/prendi-la-delorean-e-scappa/

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