mercoledì 2 dicembre 2015

Conversazione con Domenico Calcaterra su Succede Oggi

Sempre a proposito di "Neve, cane, piede", un'ampia conversazione a cura di Domenico Calcaterra, critico appassionato e acuto, è apparsa qualche giorno fa sotto il titolo "Un romanzo d'alta quota" sulla rivista culturale online "Succede Oggi". Ne riprendo la prima parte, invitandovi a leggere il resto sulla pagina della rivista diretta da Nicola Fano.
Sempre "Succede Oggi" accoglie da ieri una bella recensione di Fabrizio Coscia; ne riparleremo nei prossimi giorni.
La caratteristica di Claudio Morandini scrittore è quella di cercare sempre terreni nuovi per provare a raccontare la vita. Dopo il teatrino di A gran giornate, da dove nasce un romanzo così diverso come Neve, cane, piede che esce proprio oggi nelle librerie?
Ho scritto la prima stesura di Neve, cane, piede nel 2011, tra una correzione di bozze e l’altra diA gran giornate, lavorando attorno allo spunto tutto visivo di un piede che sbuca da una valanga. All’inizio ho sentito il personaggio di Adelmo Farandola come uno della compagnia di squinternati picari di A gran giornate – l’ho proprio sentito come uno rimasto indietro, dimenticato dagli altri. Troppo musone per fare gruppo, troppo legato alle sue terre per viaggiare davvero (il suo muoversi è una continua transumanza stagionale tra luoghi a lui familiari), Farandola condivide però con i personaggi del romanzo pubblicato nel 2012 da La Linea una marginalità e una scontentezza del mondo che lo rendono bizzarro, irriducibile. Con quelli condivide anche una sorta di comicità involontaria, fatta di reazioni ritardate, di guerra quotidiana con gli uomini e gli oggetti, di abitudini bislacche, di senso della realtà portato all’estremo. È, come loro, spinto da alcune pulsioni primarie, fame e sonno, ma non dal desiderio sessuale, che in lui è invece cancellato. Ma, a differenza dei personaggi di A gran giornate, non è un conversatore compulsivo – questa funzione, il blablabla, è svolta dal cane che gli si affianca come spalla comica e da tutti gli esseri viventi (ma non solo i viventi, a ben pensarci) con cui entra in contatto.
Poi i personaggi per fortuna crescono in direzioni non previste, diventano altro da ciò che erano nelle intenzioni iniziali: e così è accaduto con Adelmo Farandola, che ha guadagnato una sua autonomia, una sua peculiarità.
Neve, Cane, Piede, nonostante nella nota rivolta al lettore tu faccia espresso rimando a certi modelli svizzeri, a certe storie di montagna, penso che possa essere tranquillamente disancorato da questa nicchia di genere, dalla quale pure sei partito per scriverlo, dal momento che mi pare abbia dei nuclei di verità che rendono la storia del vecchio scontroso e solitario Adelmo Farandola una storia di vita.
Questo breve romanzo è nato come tributo (non senza qualche virgolettatura ironica) alla letteratura di montagna, che non ho mai amato particolarmente ma che negli ultimi anni ho letto con interesse sempre maggiore: certi svizzeri oggi poco praticati, almeno in Italia, come Charles-Ferdinand Ramuz, o autori in lingua romancia come Leo Tuor o Oscar Peer, o un grande aedo della neve come il ticinese Giovanni Orelli (devo molto a un romanzo comeL’anno della valanga). A proposito di scrittori di alta quota, degli italiani citerei Paolo Morelli, che sa raccontare il rapporto tra uomo e ambiente di montagna come nessun altro (per esempio in Vademecum per perdersi in montagna, nottetempo, del 2003); quanto a Rigoni Stern, ammiro il suo modo di sentirsi un «salice nano» nella «foresta della letteratura», ma confesso che non è stato tra i riferimenti più immediati del mio libro.
Sicuramente la figura del vecchio solitario e scontroso è una costante della letteratura di montagna: vi rappresenta l’ultimo legame con un mondo rurale perduto, stroncato dalle radicali trasformazioni dell’ambiente alpino. Dietro alla sua ostinazione, che ha sempre dell’epico e si tinge di solennità, di una certa ieraticità, si intravede la nostalgia, espressa o sottintesa, per un mondo semplice e anche brutale che si sta estinguendo o è già estinto, e per i valori legati a quel mondo.
Io ho preferito fare del mio vecchio solitario qualcosa di diverso: non è un superstite, se non di se stesso. Il suo legame con il passato è precario, allucinatorio, alterato dal progredire di una demenza che gli sta togliendo i ricordi e tramuta i punti fermi in ossessioni. È un vecchio disarmato di tutto, e sembra vivere già sul limite tra la vita e la morte: le sue transumanze stagionali le compie in un certo senso tra un mondo e l’altro, la sua vita trascolora tra una dimensione sepolcrale e un precario ritorno alla luce del sole. La sua stessa percezione del mondo sembra confondere realtà e sogno. È un sociopatico, un reietto, un matto, uno che parla con le bestie e si sente pure rispondere, un eremita senza fede.
Uomo solitario di montagna, animali parlanti, natura aspra, vita dura: niente di nuovo, si dirà, e a ragione. Ma spero che la mia rilettura di questi elementi costanti della letteratura di montagna suoni diversa dalle precedenti, che lo sguardo sui dettagli (sono essenziali, i dettagli) sia nuovo, che la scrittura non sia derivativa.
Adelmo Farandola non è l’emblema del montanaro, insomma. Non conosco montanari così, non so se esistano, e quella di Farandola non è la mia idea della vita di montagna: è la costruzione (favolosa, in fondo) di una esistenza estrema, improbabile, con una forte componente allegorica (ma non chiedermi di che cosa sia allegoria Farandola, non l’ho programmato e non lo saprei dire, o al massimo potrei dire che è l’allegoria della condizione umana, nel suo trascorrere inevitabile verso la morte, ma sappiamo che è una risposta insoddisfacente, accomodante).

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