Il resto del racconto si può leggere qui:
https://poetarumsilva.com/2015/12/30/questo-natale-17-claudio-morandini-in-solitaria/
Elles se multiplient, l'entourent,
l'assiègent.
(Flaubert,
“La tentation de Saint Antoine”)
La tipa dell’agenzia immobiliare non sa
che dire, nemmeno riesce a guardarlo negli occhi.
«Lei vorrebbe…»
«Una stamberga in alta montagna, sì.»
«Come le ho detto, abbiamo diverse baite ristrutturate
o da ristrutturare molto carine che…»
«Non carine. Nemmeno baite. E di sicuro
non ristrutturate. Una stamberga mi basta. Non avete niente come una
catapecchia isolata che d’inverno si copre di neve e non è raggiungibile fino a
primavera inoltrata?»
«Catapecchia.»
«Sì, un postaccio che respinga, che
faccia venir voglia di scappare, di girare al largo.»
«Postaccio. Ma se anche l’avessimo, mica
gliela proporrei. Mi vergognerei, anzi!» tenta di ridere la tipa dell’agenzia, che
non sa se essere piccata o sbigottita.
Ippolito Paracchi mica ride, però.
«Avanti, signorina, so che ha qualcosa
per me» insiste. «Scommetto che in fondo al cassetto giace da anni una proposta
di cui si vergogna pure, che non sa come piazzare, che non sa nemmeno come
descrivere per quanto è brutta. Ecco, voglio quella.»
«Ma perché?» trema lei.
«E me lo chiede? Perché si avvicina il
Natale!»
Ippolito Paracchi ha ragione a insistere:
la tipa dell’agenzia – l’ultima di una lunga serie – trova nel faldone delle
proposte improponibili i dati di una vecchia bicocca infilata su per il sedere
del mondo dove nessuno si sognerebbe di mettere radici. Prima non se ne
ricordava proprio. Con qualche titubanza mostra gli incartamenti, le mappe,
alcune vecchie foto scolorite all’uomo che scalpita davanti a lei.
«Questa!» salta sulla sedia Ippolito
Paracchi, e quasi si mette a battere le mani. «È proprio lei, che le dicevo? Guardi,
guardi che orrenda. E me la voleva tenere nascosta? Allora, dove devo firmare?»
«Non vuole prima… che so, vederla?
Contrattare? Sentire un geometra?»
«Ma siamo matti? Le feste sono così
vicine, e se non riesco ad averla in tempo? Poche storie, me la dia.»
In fondo a un vallone ingrato, tutto
pietre e buche, non raggiungibile se non a piedi, lungo una traccia svogliata
di sentiero erto che d’inverno scompare sotto metri di neve, nella piega
angusta di un dirupo che pare disegnato da un protoromantico pazzo, dove
nemmeno gli elicotteri possono atterrare e gli amanti degli sport estremi non
si avventurerebbero mai perché i luoghi ispirano solo una profonda, indomabile
tristezza – proprio là si nasconde il tugurio messo in vendita dai parenti
dell’ultimo montanaro cocciuto che ci ha vissuto senza sapere perché e ci è morto
maledicendo l’universo.
«Splendida» dice Ippolito Paracchi quando
vede la catapecchia, dopo cinque ore di camminata. «Qui non mi troveranno mai.»
La sovrastano cenge e crinali da cui
potrebbero precipitare tonnellate di sfasciume per un soffio di vento. Solo un
pazzo ci si fermerebbe, un aspirante suicida in fregola.
Del Natale, Ippolito Paracchi detesta
tutto: i mezzi sorrisi indulgenti per la strada, l’odore di dolciume e vino
caldo che invade anche i luoghi più protetti, la musica melensa dagli altoparlanti
imposti dagli assessori, i babbi natale storpi appesi ai tetti, i presepi con
le statue sbrecciate e spaiate, tutto quel via vai di pacchetti infiocchettati.
Ma questo, in fondo, è niente a confronto con le feste con i parenti. Per anni le
ha subite come si subisce l’insinuarsi di un’otite o di una nevralgia, ma di recente
l’incarognirsi dei litigi familiari lo ha convinto a evitare ogni convegno e a
cercare un luogo inaccessibile, in cui aspettare solo come un cane, come uno
spettro, che le feste siano passate.
Entra nel tugurio, si bea del gelo che
taglia le ossa, del buio quasi notturno del primo pomeriggio, dell’assenza di
suoni, di musiche, di voci, di aliti, di vita. Non accenderà il fuoco, quindi
non ha bisogno di ciocchi: non vuole che il filo di fumo dal comignolo segnali
una presenza umana e consenta di rintracciarlo. In due viaggi stremanti, ha portato
con sé giusto quel che gli serve per sopravvivere due settimane: libri, cibo, trapunte,
torce, pile. Presto comincerà a nevicare sul serio, e quello che a lui è
riuscito diventerà impossibile per chiunque altro – figuriamoci per quei
sedentari dei suoi parenti, gentaglia di città che sale sul SUV per andare a
prendersi il trancio di pizza sotto casa, che lamenta fitte ai muscoli per ogni
minimo sforzo, che se non c’è l’ascensore rinuncia a salire di un piano.
Si è allenato a quel gelo: le ultime due
settimane ha dormito sul balcone, senza coperte addosso, e non si è riparato
nemmeno se pioveva o tirava vento. Non si pone il problema di come scendere a
valle dopo le feste. Rischiare di morire sepolto da una valanga gli sembra poca
cosa a paragone di una veglia natalizia o un cenone. Quando sarà il momento di
ritornare a casa, allora ci penserà.
La notte, lo tengono sveglio i lontani
lamenti di bestie che non conosce. Saranno cervi, con quei vocioni? E quegli
altri, saranno mica lupi? O orsi? Si rigira intirizzito, terrorizzato e felice
nei numerosi strati di trapunte, perché non sono le voci dei parenti, perché
non c’è nulla di natalizio in quel vallone abbandonato, e gli pare di essere
stato dimenticato su un pianeta ostile. In quei momenti, la beatitudine
dell’essere solo e lontano è appena incrinata dal pensiero non di questo
Natale, che ormai è scampato, ma del prossimo, per cui teme di dover
ricominciare daccapo e inventarsi chissà cos’altro.
Ai suoi non ha detto nulla, per non dar
loro il tempo di organizzarsi, di elaborare piani per raggiungerlo. Lassù non
c’è campo. Non lo sapranno mai. Lo daranno per scomparso, magari lo piangeranno
morto. Per un attimo, lo scuote un brivido piacevole al pensiero del parentado
riunito a commemorarlo proprio durante le feste.
Una mattina (è la vigilia di Natale, nel
resto del mondo) la pace torpida in cui si crogiola è turbata da alcune voci provenienti
da più in basso. Si affaccia alla finestra disegnata dal ghiaccio: fuori, a un
centinaio di metri dalla bicocca, sulla neve alta già un metro, si sbracciano
tre figure dai colori sgargianti.
«Eccoci, Ippolito, mannaggia a te!» sente
dire chiaramente a uno di loro.
Li riconosce quando si avvicinano alla
porta e si tolgono gli occhiali da sole: sono i cugini Carlo, Pietro e Pietro
due. Che ci fanno insieme? Ippolito Paracchi ricorda bene che i tre non si sono
mai sopportati, e, nel dopo pranzo di Natale, li ha visti spesso innervosirsi
in stremanti polemiche su temi di politica nazionale, e finire per stizzirsi e
insultarsi nemmeno tanto velatamente. Ora invece sembrano andare d’amore e
d’accordo, lo chiamano a una voce, agitano le mani e i passi come avessero
studiato insieme la coreografia.
«Ehi, lo sappiamo che ci sei, ti abbiamo
visto! Non fare la sagoma, apri!» ridono da fuori, beati, lievi come se
avessero fatto una passeggiata. «Apri, scemo, che abbiamo portato la sgnappa!»
Proprio così dicono: la sgnappa.
Esibiscono un barilotto presumibilmente pieno che avranno portato a turno, su
per l’erta.
«Bevetevela lì, la sgnappa, coglioni»
ringhia lui dietro la porta. Chiude gli occhi e prova a non respirare più,
magari così se ne andranno.
Invece i tre cugini restano, e cominciano
a lavorare di ferri sulla serratura, finché non la fanno scattare e aprono.
Seguono insistiti abbracci, buffetti, barzellette, brindisi iperbolici, struggenti
rievocazioni.
Qualche ora dopo, risa femminili turbano
il suo dormiveglia. I cugini ronfano in un angolo, marci di sgnappa, e lui sta
covando pensieri oscillanti tra il triplice omicidio e il diritto di recesso.
Ma ora, chi sono queste? Bussano alla porta che è già buio. Ippolito Paracchi,
sia pure con qualche titubanza, apre loro.
«Ippolito caro!» strilla la cugina Egle. «Caro,
fatti baciare!»
La segue zia Martina, reclamando altri
baci – puntuti, i suoi, per via di antichi baffi velocissimi nel rispuntare
dopo l’estirpazione.
«Mamma, ma che ci fai qui?» bisbiglia
Paracchi, quando dietro alle altre scopre la settuagenaria che quarantacinque
anni prima l’ha partorito.
«Ma guarda dove è finito! Guarda che giri
ci fa fare!» strilla sua madre, tutta una ridarella, mentre la nipotina Betta,
tenuta stretta per mano, gli mostra la lingua come ha sempre fatto.
«Ti si gelasse quella lingua, ti cadesse
per terra» scandisce lui allora, sperando di scacciarle con una frase
scandalosa.
Ma quelle ridono, fintamente sdegnate,
come dinanzi al ruttino improvvido di un pargolo, all’inciampo di un domestico,
e alla fine ride anche la mocciosa, sia pure senza smettere di mostrare la
lingua livida.
«Ecco la cena!» cantano in coro,
disponendo in giro certe teglie apparse non si sa da dove. «Ma dov’è l’albero?
Niente presepe? Ma il vischio, almeno? Sei proprio un orso!»
Lui tenta il bluff: «Ma vi sbagliate,
mica è Natale, avete fatto male i conti, è per questo che non ci sono
decorazioni! Il Natale è già passato, solo che non ve ne ricordate più, perché
i nostri Natali sono tutti uguali, teniamo a confonderli l’uno con l’altro, ma
io sono sicuro che lo abbiamo già festeggiato, ormai è gennaio, anzi siamo
quasi a febbraio, non vedete?»
Indica a vanvera su un vecchio calendario
le date, i mesi. E quelli ridono, scuotono la testa, lo mandano a quel paese, gli
danno manate affettuose, schiaffi amichevoli.
Il giorno dopo, all’alba, voli d’uccelli
(corvi, rapaci, chissà che altro) in fuga dal fondovalle lo ridestano da un
sonno troppo breve e leggero. Ippolito Paracchi si affaccia, scorato, già
presentendo il peggio, e lascia che gli uccelli passino strillando. Ma ciò che
vede con il binocolo dopo una mezz’oretta sorprende comunque. All’imbocco del
vallone una piccola comitiva di lontani congiunti, zelanti come gnomi, porta
sollevata sulle braccia una lettiga. E sulla lettiga dondola un enorme corpo
avvolto in pizzi.
«Arriviamo, arriviamo!» strillano poco
più tardi quegli gnomi, a cui non sa dare un nome, ma che ricorda di aver visto
ghignare in vecchie fotografie. «Eccoci, non iniziate senza di noi!»
Bussano, e senza che nessuno si scomodi
ad aprire la porta sono già dentro, in un turbinio di neve e cristalli di
ghiaccio. Hanno i nasi paonazzi, le gote venate di azzurro e lilla. Battono le
mani, si prendono a sberle per riscaldarsi, saltano e ridono, sbracciandosi con
i parenti già arrivati.
«Pigotte! Pigotte per tutti!»
Estraggono da enormi calze di lana appese
lungo tutta la lettiga un numero inverosimile di bambole di pezza di incerta
anatomia, focoidi, che vengono distribuite come reliquie e diventano oggetto di
generale ammirazione.
Hanno posato al centro della bicocca la
lettiga su cui grava l’enorme corpo, che ora leva una mano tremula, e rantola
nel subitaneo silenzio: «La famiglia… la famiglia riunita… ora posso morire in
pace…»
È, naturalmente, la vecchissima bisnonna,
e non morirà nemmeno in quest’occasione. Rimarrà a tossire e a fissare con
occhi perfidi tutti i convenuti, suscitando sensi di colpa in ognuno come
nessun altro saprebbe fare.
Ippolito Paracchi, vinto, si avvicina, ne
studia il tremolio delle carni molli, il respiro franto, alla fine si decide e le
chiede come va.
«Male» risponde lei, in un soffio. «Ma la
famiglia è riunita, e per questo sorrido.»
Non sorride, però, l’espressione resta
bloccata in un corruccio perenne.
«Ora posso morire in pace» ripete.
Ma non morirà.
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