sabato 13 febbraio 2016

"In solitaria" su Poetarum Silva

In occasione delle feste di fine 2015, il blog letterario Poetarum Silva ha chiesto a diversi scrittori un racconto di ispirazione natalizia. Quella che segue è la prima parte del mio, intitolato "In solitaria" e ambientato in un vallone molto simile a quello di "Neve, cane, piede"; anzi, forse è proprio quello. 
Il resto del racconto si può leggere qui:
https://poetarumsilva.com/2015/12/30/questo-natale-17-claudio-morandini-in-solitaria/

Elles se multiplient, l'entourent, l'assiègent.
(Flaubert, “La tentation de Saint Antoine”)

La tipa dell’agenzia immobiliare non sa che dire, nemmeno riesce a guardarlo negli occhi.
«Lei vorrebbe…»
«Una stamberga in alta montagna, sì.»
«Come le ho detto, abbiamo diverse baite ristrutturate o da ristrutturare molto carine che…»
«Non carine. Nemmeno baite. E di sicuro non ristrutturate. Una stamberga mi basta. Non avete niente come una catapecchia isolata che d’inverno si copre di neve e non è raggiungibile fino a primavera inoltrata?»
«Catapecchia.»
«Sì, un postaccio che respinga, che faccia venir voglia di scappare, di girare al largo.»
«Postaccio. Ma se anche l’avessimo, mica gliela proporrei. Mi vergognerei, anzi!» tenta di ridere la tipa dell’agenzia, che non sa se essere piccata o sbigottita.
Ippolito Paracchi mica ride, però.
«Avanti, signorina, so che ha qualcosa per me» insiste. «Scommetto che in fondo al cassetto giace da anni una proposta di cui si vergogna pure, che non sa come piazzare, che non sa nemmeno come descrivere per quanto è brutta. Ecco, voglio quella.»
«Ma perché?» trema lei.
«E me lo chiede? Perché si avvicina il Natale!»

Ippolito Paracchi ha ragione a insistere: la tipa dell’agenzia – l’ultima di una lunga serie – trova nel faldone delle proposte improponibili i dati di una vecchia bicocca infilata su per il sedere del mondo dove nessuno si sognerebbe di mettere radici. Prima non se ne ricordava proprio. Con qualche titubanza mostra gli incartamenti, le mappe, alcune vecchie foto scolorite all’uomo che scalpita davanti a lei.
«Questa!» salta sulla sedia Ippolito Paracchi, e quasi si mette a battere le mani. «È proprio lei, che le dicevo? Guardi, guardi che orrenda. E me la voleva tenere nascosta? Allora, dove devo firmare?»
«Non vuole prima… che so, vederla? Contrattare? Sentire un geometra?»
«Ma siamo matti? Le feste sono così vicine, e se non riesco ad averla in tempo? Poche storie, me la dia.»

In fondo a un vallone ingrato, tutto pietre e buche, non raggiungibile se non a piedi, lungo una traccia svogliata di sentiero erto che d’inverno scompare sotto metri di neve, nella piega angusta di un dirupo che pare disegnato da un protoromantico pazzo, dove nemmeno gli elicotteri possono atterrare e gli amanti degli sport estremi non si avventurerebbero mai perché i luoghi ispirano solo una profonda, indomabile tristezza – proprio là si nasconde il tugurio messo in vendita dai parenti dell’ultimo montanaro cocciuto che ci ha vissuto senza sapere perché e ci è morto maledicendo l’universo.
«Splendida» dice Ippolito Paracchi quando vede la catapecchia, dopo cinque ore di camminata. «Qui non mi troveranno mai.»
La sovrastano cenge e crinali da cui potrebbero precipitare tonnellate di sfasciume per un soffio di vento. Solo un pazzo ci si fermerebbe, un aspirante suicida in fregola.

Del Natale, Ippolito Paracchi detesta tutto: i mezzi sorrisi indulgenti per la strada, l’odore di dolciume e vino caldo che invade anche i luoghi più protetti, la musica melensa dagli altoparlanti imposti dagli assessori, i babbi natale storpi appesi ai tetti, i presepi con le statue sbrecciate e spaiate, tutto quel via vai di pacchetti infiocchettati. Ma questo, in fondo, è niente a confronto con le feste con i parenti. Per anni le ha subite come si subisce l’insinuarsi di un’otite o di una nevralgia, ma di recente l’incarognirsi dei litigi familiari lo ha convinto a evitare ogni convegno e a cercare un luogo inaccessibile, in cui aspettare solo come un cane, come uno spettro, che le feste siano passate.
Entra nel tugurio, si bea del gelo che taglia le ossa, del buio quasi notturno del primo pomeriggio, dell’assenza di suoni, di musiche, di voci, di aliti, di vita. Non accenderà il fuoco, quindi non ha bisogno di ciocchi: non vuole che il filo di fumo dal comignolo segnali una presenza umana e consenta di rintracciarlo. In due viaggi stremanti, ha portato con sé giusto quel che gli serve per sopravvivere due settimane: libri, cibo, trapunte, torce, pile. Presto comincerà a nevicare sul serio, e quello che a lui è riuscito diventerà impossibile per chiunque altro – figuriamoci per quei sedentari dei suoi parenti, gentaglia di città che sale sul SUV per andare a prendersi il trancio di pizza sotto casa, che lamenta fitte ai muscoli per ogni minimo sforzo, che se non c’è l’ascensore rinuncia a salire di un piano.
Si è allenato a quel gelo: le ultime due settimane ha dormito sul balcone, senza coperte addosso, e non si è riparato nemmeno se pioveva o tirava vento. Non si pone il problema di come scendere a valle dopo le feste. Rischiare di morire sepolto da una valanga gli sembra poca cosa a paragone di una veglia natalizia o un cenone. Quando sarà il momento di ritornare a casa, allora ci penserà.

La notte, lo tengono sveglio i lontani lamenti di bestie che non conosce. Saranno cervi, con quei vocioni? E quegli altri, saranno mica lupi? O orsi? Si rigira intirizzito, terrorizzato e felice nei numerosi strati di trapunte, perché non sono le voci dei parenti, perché non c’è nulla di natalizio in quel vallone abbandonato, e gli pare di essere stato dimenticato su un pianeta ostile. In quei momenti, la beatitudine dell’essere solo e lontano è appena incrinata dal pensiero non di questo Natale, che ormai è scampato, ma del prossimo, per cui teme di dover ricominciare daccapo e inventarsi chissà cos’altro.
Ai suoi non ha detto nulla, per non dar loro il tempo di organizzarsi, di elaborare piani per raggiungerlo. Lassù non c’è campo. Non lo sapranno mai. Lo daranno per scomparso, magari lo piangeranno morto. Per un attimo, lo scuote un brivido piacevole al pensiero del parentado riunito a commemorarlo proprio durante le feste.

Una mattina (è la vigilia di Natale, nel resto del mondo) la pace torpida in cui si crogiola è turbata da alcune voci provenienti da più in basso. Si affaccia alla finestra disegnata dal ghiaccio: fuori, a un centinaio di metri dalla bicocca, sulla neve alta già un metro, si sbracciano tre figure dai colori sgargianti.
«Eccoci, Ippolito, mannaggia a te!» sente dire chiaramente a uno di loro.

Li riconosce quando si avvicinano alla porta e si tolgono gli occhiali da sole: sono i cugini Carlo, Pietro e Pietro due. Che ci fanno insieme? Ippolito Paracchi ricorda bene che i tre non si sono mai sopportati, e, nel dopo pranzo di Natale, li ha visti spesso innervosirsi in stremanti polemiche su temi di politica nazionale, e finire per stizzirsi e insultarsi nemmeno tanto velatamente. Ora invece sembrano andare d’amore e d’accordo, lo chiamano a una voce, agitano le mani e i passi come avessero studiato insieme la coreografia.
«Ehi, lo sappiamo che ci sei, ti abbiamo visto! Non fare la sagoma, apri!» ridono da fuori, beati, lievi come se avessero fatto una passeggiata. «Apri, scemo, che abbiamo portato la sgnappa!»
Proprio così dicono: la sgnappa. Esibiscono un barilotto presumibilmente pieno che avranno portato a turno, su per l’erta.
«Bevetevela lì, la sgnappa, coglioni» ringhia lui dietro la porta. Chiude gli occhi e prova a non respirare più, magari così se ne andranno.
Invece i tre cugini restano, e cominciano a lavorare di ferri sulla serratura, finché non la fanno scattare e aprono. Seguono insistiti abbracci, buffetti, barzellette, brindisi iperbolici, struggenti rievocazioni.

Qualche ora dopo, risa femminili turbano il suo dormiveglia. I cugini ronfano in un angolo, marci di sgnappa, e lui sta covando pensieri oscillanti tra il triplice omicidio e il diritto di recesso. Ma ora, chi sono queste? Bussano alla porta che è già buio. Ippolito Paracchi, sia pure con qualche titubanza, apre loro.
«Ippolito caro!» strilla la cugina Egle. «Caro, fatti baciare!»
La segue zia Martina, reclamando altri baci – puntuti, i suoi, per via di antichi baffi velocissimi nel rispuntare dopo l’estirpazione.
«Mamma, ma che ci fai qui?» bisbiglia Paracchi, quando dietro alle altre scopre la settuagenaria che quarantacinque anni prima l’ha partorito.
«Ma guarda dove è finito! Guarda che giri ci fa fare!» strilla sua madre, tutta una ridarella, mentre la nipotina Betta, tenuta stretta per mano, gli mostra la lingua come ha sempre fatto.
«Ti si gelasse quella lingua, ti cadesse per terra» scandisce lui allora, sperando di scacciarle con una frase scandalosa.
Ma quelle ridono, fintamente sdegnate, come dinanzi al ruttino improvvido di un pargolo, all’inciampo di un domestico, e alla fine ride anche la mocciosa, sia pure senza smettere di mostrare la lingua livida.
«Ecco la cena!» cantano in coro, disponendo in giro certe teglie apparse non si sa da dove. «Ma dov’è l’albero? Niente presepe? Ma il vischio, almeno? Sei proprio un orso!»
Lui tenta il bluff: «Ma vi sbagliate, mica è Natale, avete fatto male i conti, è per questo che non ci sono decorazioni! Il Natale è già passato, solo che non ve ne ricordate più, perché i nostri Natali sono tutti uguali, teniamo a confonderli l’uno con l’altro, ma io sono sicuro che lo abbiamo già festeggiato, ormai è gennaio, anzi siamo quasi a febbraio, non vedete?»
Indica a vanvera su un vecchio calendario le date, i mesi. E quelli ridono, scuotono la testa, lo mandano a quel paese, gli danno manate affettuose, schiaffi amichevoli.

Il giorno dopo, all’alba, voli d’uccelli (corvi, rapaci, chissà che altro) in fuga dal fondovalle lo ridestano da un sonno troppo breve e leggero. Ippolito Paracchi si affaccia, scorato, già presentendo il peggio, e lascia che gli uccelli passino strillando. Ma ciò che vede con il binocolo dopo una mezz’oretta sorprende comunque. All’imbocco del vallone una piccola comitiva di lontani congiunti, zelanti come gnomi, porta sollevata sulle braccia una lettiga. E sulla lettiga dondola un enorme corpo avvolto in pizzi.
«Arriviamo, arriviamo!» strillano poco più tardi quegli gnomi, a cui non sa dare un nome, ma che ricorda di aver visto ghignare in vecchie fotografie. «Eccoci, non iniziate senza di noi!»
Bussano, e senza che nessuno si scomodi ad aprire la porta sono già dentro, in un turbinio di neve e cristalli di ghiaccio. Hanno i nasi paonazzi, le gote venate di azzurro e lilla. Battono le mani, si prendono a sberle per riscaldarsi, saltano e ridono, sbracciandosi con i parenti già arrivati.
«Pigotte! Pigotte per tutti!»
Estraggono da enormi calze di lana appese lungo tutta la lettiga un numero inverosimile di bambole di pezza di incerta anatomia, focoidi, che vengono distribuite come reliquie e diventano oggetto di generale ammirazione.
Hanno posato al centro della bicocca la lettiga su cui grava l’enorme corpo, che ora leva una mano tremula, e rantola nel subitaneo silenzio: «La famiglia… la famiglia riunita… ora posso morire in pace…»
È, naturalmente, la vecchissima bisnonna, e non morirà nemmeno in quest’occasione. Rimarrà a tossire e a fissare con occhi perfidi tutti i convenuti, suscitando sensi di colpa in ognuno come nessun altro saprebbe fare.
Ippolito Paracchi, vinto, si avvicina, ne studia il tremolio delle carni molli, il respiro franto, alla fine si decide e le chiede come va.
«Male» risponde lei, in un soffio. «Ma la famiglia è riunita, e per questo sorrido.»
Non sorride, però, l’espressione resta bloccata in un corruccio perenne.
«Ora posso morire in pace» ripete.
Ma non morirà.

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