Ma più dei campi di patate
dei pensionati degli uffici mi fanno impazzire gli orti abusivi di altri
pensionati. Vengono su ovunque, in città, a ridosso di ogni cosa, anche in
mezzo a incroci pericolosi, al di là dei cavalcavia, in strisce di terra in cui
non si potrebbe stare che su un piede solo, su erte da cui rotolerebbe ogni
cosa, figuriamoci un pomodoro, nei terreni abbandonati lungo fiumi e canali,
anche canali di scolo. Perfino là dove non sapresti come tirar su un filare per
i fagiolini, quegli uomini pazienti riescono a farlo, e di filari ce ne fanno
stare due. Poi erigono baracche che il vento devasta ogni settimana e che loro,
ogni settimana, riedificano, sempre un po’ peggio, con gli stessi materiali di
scarto: pezzi di vecchi mobili, lettiere, lamiere storte, prezzari di gelati.
Non si sa come, riescono anche a piazzare lì, da qualche parte, in bilico sul
nulla, o ad altezza dei tubi di scappamento dei tir, una panchetta, delle
vecchie sedie di fòrmica o di plastica, su cui si schiantano disfatti dalla
fatica dopo aver passato ore in posture assurde per badare alla verdura,
vezzeggiare i cuori di bue o gli insalatari, tenere su di morale i piattoni o i
pisellini, incoraggiare le verze e le zucchine trombetta. Con il tempo, quegli
orti diventano emblemi perfetti di natura in costante disfacimento, in un
circuito perenne di nascita e putrefazione, che certo ricorderà ai più colti o
ai liceali meno distratti la souffrance
del giardino leopardiano. Le foglie marcite diventano nutrimento delle nuove
piante, il puzzo del vecchio e del putrido si mescola con l’aroma del frutto
giovane – e con il fumo delle auto che sfrecciano lì vicino sollevando polvere.
Talvolta, se ci si passa accanto e si presta attenzione, nei rari momenti di
calma del traffico, si percepiscono voci: sono i pensionati che parlano alle
loro piante, le incoraggiano, le premiano, le eleggono a confidenti – avrà un
bel lamentarsi, la sera, la moglie, a casa, che il loro marito non parla mai,
sta sempre con il muso lungo: lui ha già esaurito con le piante tutti gli
argomenti di conversazione.
Oltre alle voci umane, se
si sta un po’ attenti, da quelle enclaves
di rottami provengono anche altri versi: galline, per lo più, qualche oca
sempre un po’ su di giri, o vecchi cani che in casa non vuole più nessuno e
vengono legati lì, a fare la guardia a quel ciclo di compostaggio. C’è vita,
concentrata lì dentro, in quegli spazi esigui, nascosta da rottami e frasche e
vecchi materassi pieni di macchie: e litiga, difende i suoi spazi, protesta
contro il fracasso che viene dalla strada.
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