martedì 16 febbraio 2016

Un nuovo pezzo su Zibaldoni

Su Zibaldoni e altre meraviglie, all'interno della rubrica "Da una provincia di confine", si può leggere nuovo pezzo, intitolato "Hortus conclusus". Ne riprendo una parte, invitandovi a leggere il resto sulla bella rivista diretta da Enrico De Vivo.


Ma più dei campi di patate dei pensionati degli uffici mi fanno impazzire gli orti abusivi di altri pensionati. Vengono su ovunque, in città, a ridosso di ogni cosa, anche in mezzo a incroci pericolosi, al di là dei cavalcavia, in strisce di terra in cui non si potrebbe stare che su un piede solo, su erte da cui rotolerebbe ogni cosa, figuriamoci un pomodoro, nei terreni abbandonati lungo fiumi e canali, anche canali di scolo. Perfino là dove non sapresti come tirar su un filare per i fagiolini, quegli uomini pazienti riescono a farlo, e di filari ce ne fanno stare due. Poi erigono baracche che il vento devasta ogni settimana e che loro, ogni settimana, riedificano, sempre un po’ peggio, con gli stessi materiali di scarto: pezzi di vecchi mobili, lettiere, lamiere storte, prezzari di gelati. Non si sa come, riescono anche a piazzare lì, da qualche parte, in bilico sul nulla, o ad altezza dei tubi di scappamento dei tir, una panchetta, delle vecchie sedie di fòrmica o di plastica, su cui si schiantano disfatti dalla fatica dopo aver passato ore in posture assurde per badare alla verdura, vezzeggiare i cuori di bue o gli insalatari, tenere su di morale i piattoni o i pisellini, incoraggiare le verze e le zucchine trombetta. Con il tempo, quegli orti diventano emblemi perfetti di natura in costante disfacimento, in un circuito perenne di nascita e putrefazione, che certo ricorderà ai più colti o ai liceali meno distratti la souffrance del giardino leopardiano. Le foglie marcite diventano nutrimento delle nuove piante, il puzzo del vecchio e del putrido si mescola con l’aroma del frutto giovane – e con il fumo delle auto che sfrecciano lì vicino sollevando polvere. Talvolta, se ci si passa accanto e si presta attenzione, nei rari momenti di calma del traffico, si percepiscono voci: sono i pensionati che parlano alle loro piante, le incoraggiano, le premiano, le eleggono a confidenti – avrà un bel lamentarsi, la sera, la moglie, a casa, che il loro marito non parla mai, sta sempre con il muso lungo: lui ha già esaurito con le piante tutti gli argomenti di conversazione.

Oltre alle voci umane, se si sta un po’ attenti, da quelle enclaves di rottami provengono anche altri versi: galline, per lo più, qualche oca sempre un po’ su di giri, o vecchi cani che in casa non vuole più nessuno e vengono legati lì, a fare la guardia a quel ciclo di compostaggio. C’è vita, concentrata lì dentro, in quegli spazi esigui, nascosta da rottami e frasche e vecchi materassi pieni di macchie: e litiga, difende i suoi spazi, protesta contro il fracasso che viene dalla strada.

http://www.zibaldoni.it/2016/02/13/hortus-conclusus/

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