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giovedì 28 aprile 2011

Sintonie: intervista a Rita Charbonnier, 3

Si conclude così, su "Letteratitudine", http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2010/06/25/letteratura-musica/, la piacevolissima conversazione con Rita Charbonnier. Ho amato il suo "La sorella di Mozart" per sapienza di costruzione e ricostruzione, nitidezza di stile e dettagli, insomma per passione e precisione, e mi aspetto grandi cose anche dal suo prossimo romanzo storico, "Le due vite di Elsa".

6 - Che cosa ha dato a te scrittrice la formazione da pianista? Io ho sentito una sensibilità da musicista per esempio nelle scene dei concerti: l’atmosfera di attesa, l’eccitazione impaziente e la sensibilità esasperata di chi si sta preparando all’esecuzione, i dettagli, le mani, le dita, le unghie addirittura, la postura nel corso dell’esecuzione; oppure nella resa “sonora” degli ambienti…
Grazie di queste affermazioni, per me molto lusinghiere. Partirò dalle unghie e dalle dita: mi ha sempre colpita il fatto che il suonare uno strumento giunga a modificare, almeno temporaneamente, il corpo del suonatore. Mi rivedo a osservare con stupore, fascinazione e anche un certo disgusto il pollice sinistro di un amico contrabbassista, che aveva due enormi corpi callosi sui lati; e chi suona il pianoforte sa che è fortemente necessario avere le unghie corte, cortissime (con le unghie lunghe si titillano i tasti, non si può suonare). Per questo Nannerl, la protagonista del mio romanzo, quando smette di suonare si lascia crescere le unghie: è un segno e una conseguenza. Si tratta quindi di “dettagli” che ho vissuto, che mi appartengono, e non solo sul piano musicale, ma anche perché ho fatto molto teatro.
Riguardo alla relazione tra il suonare e lo scrivere, probabilmente ho sviluppato un certo orecchio per il “fraseggio” che riguarda (non a caso la parola è la stessa) anche la costruzione delle frasi in lingua italiana. Mi rendo conto sempre più chiaramente che il mio modo di scrivere è influenzato da una certa ritmica, da una percezione immaginaria di come quelle frasi “suonerebbero” se dette, anziché lette. Ma non è detto che sia un bene…

7 - Perché secondo te il discorso del confronto tra genio riconosciuto (Wolfgang, Felix, Robert) e genio in penombra o non riconosciuto (Nannerl, Fanny, Clara…), o, per citare altre opere, tra genio e mediocrità, viene fuori così bene nell’ambito della musica?
Forse, semplicemente, perché attorno al musicista c’è un’aura romantica che attorno ad altri generi di artisti è meno evidente. Mi torna in mente un atto unico di Frank Wedekind, “Il cantante da camera”. Il protagonista (un musicista, quindi – sempre che i cantanti possano essere considerati musicisti, cosa sulla quale non tutti sono d’accordo…) definisce se stesso, e gli artisti in genere, come “articoli di lusso della borghesia che fa a gara per pagarci”. E afferma poi, con lo stesso cinismo, che “non esiste il genio misconosciuto”. Chissà, forse quello del genio incompreso è, perlomeno almeno in parte, un mito romantico. Mettersi dalla parte del perdente ha un fascino: conforta il perdente che è in ognuno di noi. Ma questo è un altro discorso…

mercoledì 27 aprile 2011

Sintonie: intervista a Rita Charbonnier, 2

Prosegue, su "Letteratitudine", http://letteratitudine.blog.kataweb.it/2010/06/25/letteratura-musica/, l'intervista a Rita Charbonnier su letteratura e musica. Ne riporto la seconda parte.

4 - Il mondo della musica (se lo prendiamo come una sorta di paradigma del mondo tout court) ha ancora, secondo te, qualcosa dell’epoca raccontata nel romanzo, per quanto riguarda il ruolo e la presenza delle donne?
Ahimè, basta guardarsi intorno… ci sono poche compositrici, e le direttrici d’orchestra sono mosche bianche. Quando una donna dirige un’orchestra, fa notizia! Le nostre menti (quelle degli uomini e anche quelle delle donne) sono così invase da stereotipi e pregiudizi vecchi di millenni che tuttora, e non di rado, si sente parlare di una presunta “naturale”, “congenita” incapacità delle donne a comporre e dirigere. Cioè, si considera il dato come una prova di se stesso, con un procedimento francamente illogico. Come a dire: nessuna persona di colore ha vinto il Nobel per la fisica, quindi dobbiamo concludere che i neri sono inadatti a contribuire al processo scientifico (o magari meno intelligenti dei bianchi!). E’ esattamente lo stesso tipo di sciocchezza, per non dire di assurdità offensiva e gravemente discriminatoria. Eppure me lo sono sentito dire diverse volte, durante le presentazioni del mio romanzo. Ogni tanto si alzava qualcuno in piedi e osservava con un’aria arguta: “Nella storia ci sono state diverse poetesse, diverse pittrici, ma pochissime compositrici. Questo dimostra che la mente femminile ha una qualche specificità che la rende meno adatta alla composizione di musica della mente maschile. Non lo crede anche lei?” E per quanto io potessi rispondere: “No, non lo credo”, e tentare di argomentare, vedevo che queste persone non erano contente; anche perché, probabilmente, avevano bisogno di identificare quel che l’essere umano diventa e realizza con quel che è “destinato” a diventare e realizzare, per via delle sue caratteristiche innate, in maniera pressoché indipendente dalle circostanze. Io credo invece che noi ci formiamo interagendo con il mondo che ci circonda, e se quel mondo non fa che ripeterci che un Mozart donna non potrà mai esistere, finiremo per crederci anche noi.

Chissà, Rita, forse un romanzo come il tuo può aiutare a spazzare via anche certi pregiudizi duri a morire. O almeno - a me sembrerebbe già molto importante - può far venire qualche dubbio ai sapientoni della domenica, può incrinare le loro comode certezze.
A me, a proposito di figure femminili fondamentali nella musica, è venuto subito in mente il nome di Nadia Boulanger: senza di lei e il suo insegnamento e la sua visione estetica, mezza musica del Novecento non ci sarebbe (di sicuro tutta o quasi la musica nordamericana, da Copland a Glass a Quincy Jones, per dire).
A proposito, Rita: la sua vita finisce per assomigliare a quella della tua Nannerl. Dopo una giovanile attività di compositrice (poca roba, ma preziosa) si dà all’insegnamento, oltre che alla diffusione e valorizzazione dell’opera della sorella Lili. Ha tracciato la via della modernità (una delle vie, d’accordo, in ogni caso quella più duratura, frequentata e varia). Ma torniamo all’intervista.
5 - Su che cosa si incentra secondo te il rapporto tra letteratura e musica? O, per essere più precisi: come può secondo te il linguaggio della narrativa avvicinarsi a quello della musica? Come può renderlo senza tradirlo?

Non sono sicura di saper rispondere. Quello che mi interessa, personalmente, non è tanto un possibile avvicinarsi del linguaggio della narrativa a quello della musica, quanto una linea di ricerca che porti i due linguaggi a interagire e magari fondersi. Quindi non parlerei di tradimento: non mi sembra possibile. Sono due mondi espressivi troppo diversi. Sarebbe come dire che un elefante viene portato ad assomigliare a una gazzella senza tradire l’essenza della gazzella. Chissà che invece l’uno e l’altra non possano correre insieme… Per fare un esempio: diverse persone mi hanno detto di aver gustato meglio l’ascolto della musica di Mozart dopo aver letto il mio romanzo; o che, nel leggerlo, provavano un desiderio fortissimo di ascoltare il brano al quale, in quel momento, il romanzo faceva riferimento. “Bisognerebbe che il CD fosse in vendita insieme al libro!” mi dicevano. Ecco, questa è una delle possibilità di interazione. Oppure, qualche tempo fa ho presentato “La sorella di Mozart” in un locale dove c’è un pianoforte, e ho suonato la Fantasia in re minore K 397 recitando, nel contempo, il brano del romanzo nel quale Nannerl la suona per suo marito. Tutti mi hanno detto di aver gustato triplamente l’ascolto della musica – poiché accompagnato da una descrizione verbale forte sul piano emotivo (non da un’analisi musicale). Esiste quindi la possibilità che letteratura e musica si fondano senza tradirsi, ma integrandosi; che divengano un unico veicolo.

venerdì 22 aprile 2011

Sintonie: intervista a Rita Charbonnier, 1

Su "Letteratitudine", Rita Charbonnier, l'autrice di "La sorella di Mozart", "La strana giornata di Alexandre Dumas" e del prossimo "Le due vte di Elsa", sta rispondendo ad alcune mie domande a proposito della natura musicale del suo romanzo su Nannerl Mozart. Ne riporto la prima parte.

1 - Di Nannerl Mozart come compositrice non è rimasto nulla. Questo ti ha consentito di lavorare attorno alle sue composizioni con una maggiore libertà?
RITA Sì, senz'altro. Mi sono chiesta quale fosse la natura della sua musica - che in più di un'occasione ebbe il plauso di suo fratello: ci sono delle lettere nelle quali Mozart loda la bellezza e la "correttezza" delle sue composizioni, e la esorta a cimentarsi ancora. Peraltro il fatto che la musica di Nannerl non sia giunta fino a noi mi è sembrato potenzialmente fortissimo sul piano drammatico: dovevo senz'altro raccontare il momento nel quale le sue composizioni venivano distrutte. E nel romanzo questo avviene più di una volta e in modi e momenti diversi; d'altra parte, la musica di Nannerl si disperde sempre in un elemento naturale: fuoco, acqua, aria.


2 - “Quando faceva musica, la piccola Nannerl non aveva nulla di umano; sembrava ci fosse in lei una divinità primitiva, che aspettava di accostarsi a uno strumento per debordare e lasciare stupefatti. Le sue mani srotolavano suoni limpidi e velocissimi, obbedivano a un istinto armonico ineguagliabile e il risultato era insieme sicuro e disordinato”. È una descrizione suggestiva e perfino inquietante dell’ispirazione e del talento musicale. Quanto di questa visione ti appartiene e quanto invece è legato alla visione che se ne aveva all’epoca di Wolfgang e di Nannerl?
RITA Ho avuto un’insegnante di pianoforte che ha rappresentato molto per me (e che ringrazio alla fine del romanzo). Si chiama Lucia Lusvardi ed era una bambina prodigio. Fu lei a parlarmi delle sensazioni che provava nel suonare, da piccola. Era per lei un fatto assolutamente naturale, un gioco al quale dava un’importanza persino relativa e che negli altri destava stupore e anche un certo timore - lo stesso che si prova di fronte a una manifestazione potente della natura. Credo quindi che alla base della descrizione che tu citi ci sia questo ricordo. E poi, l’idea del disordine: poiché genio è anche rompere le regole e creare un nuovo ordine (”troppe note, caro Mozart”…)

3 - La facilità con cui Nannerl pensa e scrive musica (e la vive come una parte di se stessa) si sposa spesso con una concezione invece legata alla pazienza della ricopiatura, all’attesa del risultato migliore, all’alta artigianalità della costruzione. “Passione” e “disciplina”, come dirà anche Johann Christian Bach: la seconda serve ad esprimere la prima. Ti riconosci anche tu, come musicista ma anche come scrittrice, in questo equilibrio tra l’una e l’altra?
RITA Sì, senz’altro. Credo che ogni creazione artistica sia frutto di una complessa mediazione tra una parte di sé che urla, che vuole a ogni costo esprimersi, e una parte che invece comprime, imbriglia e reprime. La seconda di solito dice “così non va bene, non è così che si fa” ma può arrivare addirittura a dire “non ce la farai mai, non sei capace!”. Come affermo nei seminari di scrittura che di quando in quando mi trovo a tenere, l’ostilità nei confronti della “tecnica” che manifestano molte persone, soprattutto quando si tratta di tecnica di scrittura, non è altro che un tentativo (infruttuoso) di gettare lontano da sé quella parte soffocante. Che invece andrebbe integrata e utilizzata, perché può essere molto utile.

venerdì 15 aprile 2011

Sintonie: Rita Charbonnier, "La sorella di Mozart" (da "Letteratitudine")



La storia della musica ci ha consegnato alcune figure femminili forti e ispirate, che con passione e determinazione hanno combattuto contro le convenzioni sociali del loro tempo, i pregiudizi nei confronti delle donne, le oppressioni familiari: Fanny Mendelssohn, Nannerl Mozart, Clara Schumann. Non stupisce che siano state rese protagoniste di romanzi che, al di là del carattere più propriamente “storico”, si rivelano come indagini sul gusto, sulla sensibilità, sull’estetica, soprattutto se queste donne sono vissute in epoche di passaggio. L’ambiente musicale descritto in “La sorella di Mozart” di Rita Charbonnier (ora ristampato da Piemme) è appunto colto in un momento di evoluzione dal vecchio al nuovo. È un mondo in cui vecchie figure al tramonto, i senatori della musica come J. C. Bach, Farinelli, Salieri (l’incontro finale al cimitero sulla ossa comune in cui è stato gettato Mozart ha il sapore di una commovente riabilitazione), osservano con stupore l’emergere di un gusto nuovo, di giovani esponenti di un nuovo linguaggio. Mozart sembra essere (con Nannerl, forse) il trait d’union tra un’epoca e l’altra.

“La sorella di Mozart” gioca con grande discrezione con i rimandi al linguaggio musicale (“Ouverture”, “Amaro interludio”, “Finale. Scherzo”…). Anche le lettere di Nannerl e del suo amato Armand sembrano alternarsi e intrecciarsi nel romanzo come due temi di una forma-sonata (non a caso la prima lettera è di Armand, così come nella forma-sonata spesso il primo tema ha un carattere “virile”). La musica nel romanzo di Rita Charbonnier è spesso descritta come qualcosa di organico, di leggero ma non etereo: “La voce del violino s’insinuò tra le pieghe della tenda e discese sulle tavole del pavimento per rimontare fino alle volte del tetto, colmando lo spazio di un velluto sottile e lucente”. È un’arte dal potere incantatorio, una forza rapinosa. È un linguaggio misterioso che incanta chi non sa davvero capirlo ma non può resistere ad esso (un recente esempio analogo ho trovato ne “La nota segreta” di Marta Morazzoni) .
Come parlare di questo linguaggio, come “raccontarlo”? Trovo una possibile soluzione nella bella descrizione della Fantasia per pianoforte di Mozart (quella in Re minore?) che “La sorella di Mozart” ci concede verso la fine: la pagina gioca con metafore, atmosfere, attese e seduzioni, colpi di scena, improvvise accelerazioni e abbandoni stuporosi. Rendere a parole un brano musicale vuol dire davvero, più che descriverlo, scovarne una dimensione narrativa, farne una storia (che forse è la storia del rapporto tra chi ha composto, chi sta eseguendo e chi ascolta).


La natura squisitamente musicale della Nannerl di Rita Charbonnier emerge bene anche dalla sua capacità di cogliere il mondo attraverso i suoni, di leggere suoni e rumori come una sorta di partitura, sin dalla più tenera età: “Ma poi (il grido della madre durante il parto, ndr) riemerse dalla sua memoria nella forma di un ritornello amplificato, distorto, disumano”. E più avanti: “Ogni azione aveva un suono e ogni suono aveva un senso per Wolfgang e Nannerl”. In questo senso sono particolarmente significativi molti episodi di vita familiare, e tra i primi quello della nascita di Wolfgang, tutto giocato su gridi, urla, poi vagiti… Il mondo tesse una gigantesca partitura a cui per gioco le voci e i suoni di Nannerl e di Wolfgang si sommano (“Correvano le loro note improvvisate e anarchiche, selvagge e spassose, da una porta all’altra; s’inseguivano, si ghermivano, s’intrecciavano e si scioglievano; uscivano dalla finestra, si posavano sul trono del sovrano, soffiavano sui cappelli dei passanti, si mischiavano con il fracasso di una carrozza in corsa”). La natura di Nannerl è insomma portata alla sinestesia. “Vede” la musica, “sente” o “ascolta” tutto il resto. Il “vedere” la musica si traduce in una capacità istantanea di immaginare la scrittura musicale, di trasformare i suoni in piccole macchie di inchiostro sul foglio pentagrammato. Forse è proprio così che un musicista sensibile si rapporta con la realtà. E forse è in questo approccio sinestetico la soluzione per mettere in relazione la musica e la letteratura.
La giovane Nannerl è musicista, nonostante l’ostilità paterna, e, insoddisfatta dei libretti altrui, anche poetessa. Nel lavorare alle musiche e ai versi della sua opera “Il Militar Galante” ha già operato per conto suo una sintesi tra le due arti, e superato una convenzione a cui il fratello è ancora legato. Nannerl è aperta, curiosa, assai più del padre, piuttosto diffidente nei confronti delle novità (non ama ad esempio il pianoforte, lo giudica privo di vero futuro); e, rispetto al fratello Wolfgang, sembra più consapevole, più riflessiva, meno istintiva, meno “impudente”.

Da didatta, Nannerl riconoscerà il talento autentico in figure come Victoria, e lo difenderà a ogni costo, misurando ogni volta quanto l’ottusità dei padri e dei suoi tempi reprima il talento musicale nelle donne, rovinando l’anima “nel silenzio, nel livore, nelle imposizioni accettate senza discutere”. Nell’impossibilità di esprimere pienamente se stessa, Nannerl troverà modo di esprimersi attraverso la formazione di Victoria, la sua allieva prediletta.
Ma, forse anche per queste sue qualità, Nannerl Mozart resta una creatura dell’ombra, e ne è cosciente. “Ho sempre preferito il ruolo di chi, nell’ombra, inventa, poi, nell’ombra, ascolta il risultato”. A relegarla in questa posizione, oltre all’essere una fanciulla, è la preferenza data dal padre Leopold alla carriera del figlio Wolfgang. Nannerl sembra però fare di questa condizione periferica un punto di forza: “Non potevo suonare (avrei svegliato tutto il vicinato!) ma per comporre mi bastava ascoltare l’orecchio interno e sfiorare la tastiera, senza affondare le dita; le mie cognizioni di contrappunto si limitavano a quanto riuscivo a origliare delle lezioni che mio padre dava a Wolfgang ma questo era per me, più che un limite, uno stimolo”.
Secondo Wolfgang la sorella è prigioniera della perfezione, della tecnica. Le consiglierà di scrivere “in modo più sciocco; o più furbo, se vuoi, ma imperfetto”. Le dirà: “Io qui vedo solo tecnica, Nannerl. La tua passione non c’è”. Questo appunto di Mozart ci dice molto di lui, della sua visione estetica; ma allo stesso tempo ci suona ingiusto nei confronti di Nannerl e di una musica che immaginiamo assai più bella e libera (e “appassionata”) di quanto lo stesso Wolfgang voglia ammettere.
Alla fine del romanzo, la sua vita lontano da Wolfgang e dalla sua musica le apparirà come all’interno di una “pausa” musicale (e una pausa, come sa bene chi è musicista, è sempre un silenzio carico di senso quanto le note che precedono e seguono). La riconciliazione e la ritrovata armonia con il ricordo del fratello nel frattempo morto si traducono in scrittura, cioè in trascrizione, edizione critica, cura meticolosa, inchiostro e inchiostro versato con dedizione per salvare musiche che altrimenti andrebbero perdute. Anche con Wolfgang, insomma, Nannerl si realizza come aveva fatto attraverso Victoria. La musica, in questo senso, sembra superare le vite e le volontà dei musicisti, e usare gli uomini come strumenti, passare dagli uni agli altri.