venerdì 15 aprile 2011

Sintonie: Rita Charbonnier, "La sorella di Mozart" (da "Letteratitudine")



La storia della musica ci ha consegnato alcune figure femminili forti e ispirate, che con passione e determinazione hanno combattuto contro le convenzioni sociali del loro tempo, i pregiudizi nei confronti delle donne, le oppressioni familiari: Fanny Mendelssohn, Nannerl Mozart, Clara Schumann. Non stupisce che siano state rese protagoniste di romanzi che, al di là del carattere più propriamente “storico”, si rivelano come indagini sul gusto, sulla sensibilità, sull’estetica, soprattutto se queste donne sono vissute in epoche di passaggio. L’ambiente musicale descritto in “La sorella di Mozart” di Rita Charbonnier (ora ristampato da Piemme) è appunto colto in un momento di evoluzione dal vecchio al nuovo. È un mondo in cui vecchie figure al tramonto, i senatori della musica come J. C. Bach, Farinelli, Salieri (l’incontro finale al cimitero sulla ossa comune in cui è stato gettato Mozart ha il sapore di una commovente riabilitazione), osservano con stupore l’emergere di un gusto nuovo, di giovani esponenti di un nuovo linguaggio. Mozart sembra essere (con Nannerl, forse) il trait d’union tra un’epoca e l’altra.

“La sorella di Mozart” gioca con grande discrezione con i rimandi al linguaggio musicale (“Ouverture”, “Amaro interludio”, “Finale. Scherzo”…). Anche le lettere di Nannerl e del suo amato Armand sembrano alternarsi e intrecciarsi nel romanzo come due temi di una forma-sonata (non a caso la prima lettera è di Armand, così come nella forma-sonata spesso il primo tema ha un carattere “virile”). La musica nel romanzo di Rita Charbonnier è spesso descritta come qualcosa di organico, di leggero ma non etereo: “La voce del violino s’insinuò tra le pieghe della tenda e discese sulle tavole del pavimento per rimontare fino alle volte del tetto, colmando lo spazio di un velluto sottile e lucente”. È un’arte dal potere incantatorio, una forza rapinosa. È un linguaggio misterioso che incanta chi non sa davvero capirlo ma non può resistere ad esso (un recente esempio analogo ho trovato ne “La nota segreta” di Marta Morazzoni) .
Come parlare di questo linguaggio, come “raccontarlo”? Trovo una possibile soluzione nella bella descrizione della Fantasia per pianoforte di Mozart (quella in Re minore?) che “La sorella di Mozart” ci concede verso la fine: la pagina gioca con metafore, atmosfere, attese e seduzioni, colpi di scena, improvvise accelerazioni e abbandoni stuporosi. Rendere a parole un brano musicale vuol dire davvero, più che descriverlo, scovarne una dimensione narrativa, farne una storia (che forse è la storia del rapporto tra chi ha composto, chi sta eseguendo e chi ascolta).


La natura squisitamente musicale della Nannerl di Rita Charbonnier emerge bene anche dalla sua capacità di cogliere il mondo attraverso i suoni, di leggere suoni e rumori come una sorta di partitura, sin dalla più tenera età: “Ma poi (il grido della madre durante il parto, ndr) riemerse dalla sua memoria nella forma di un ritornello amplificato, distorto, disumano”. E più avanti: “Ogni azione aveva un suono e ogni suono aveva un senso per Wolfgang e Nannerl”. In questo senso sono particolarmente significativi molti episodi di vita familiare, e tra i primi quello della nascita di Wolfgang, tutto giocato su gridi, urla, poi vagiti… Il mondo tesse una gigantesca partitura a cui per gioco le voci e i suoni di Nannerl e di Wolfgang si sommano (“Correvano le loro note improvvisate e anarchiche, selvagge e spassose, da una porta all’altra; s’inseguivano, si ghermivano, s’intrecciavano e si scioglievano; uscivano dalla finestra, si posavano sul trono del sovrano, soffiavano sui cappelli dei passanti, si mischiavano con il fracasso di una carrozza in corsa”). La natura di Nannerl è insomma portata alla sinestesia. “Vede” la musica, “sente” o “ascolta” tutto il resto. Il “vedere” la musica si traduce in una capacità istantanea di immaginare la scrittura musicale, di trasformare i suoni in piccole macchie di inchiostro sul foglio pentagrammato. Forse è proprio così che un musicista sensibile si rapporta con la realtà. E forse è in questo approccio sinestetico la soluzione per mettere in relazione la musica e la letteratura.
La giovane Nannerl è musicista, nonostante l’ostilità paterna, e, insoddisfatta dei libretti altrui, anche poetessa. Nel lavorare alle musiche e ai versi della sua opera “Il Militar Galante” ha già operato per conto suo una sintesi tra le due arti, e superato una convenzione a cui il fratello è ancora legato. Nannerl è aperta, curiosa, assai più del padre, piuttosto diffidente nei confronti delle novità (non ama ad esempio il pianoforte, lo giudica privo di vero futuro); e, rispetto al fratello Wolfgang, sembra più consapevole, più riflessiva, meno istintiva, meno “impudente”.

Da didatta, Nannerl riconoscerà il talento autentico in figure come Victoria, e lo difenderà a ogni costo, misurando ogni volta quanto l’ottusità dei padri e dei suoi tempi reprima il talento musicale nelle donne, rovinando l’anima “nel silenzio, nel livore, nelle imposizioni accettate senza discutere”. Nell’impossibilità di esprimere pienamente se stessa, Nannerl troverà modo di esprimersi attraverso la formazione di Victoria, la sua allieva prediletta.
Ma, forse anche per queste sue qualità, Nannerl Mozart resta una creatura dell’ombra, e ne è cosciente. “Ho sempre preferito il ruolo di chi, nell’ombra, inventa, poi, nell’ombra, ascolta il risultato”. A relegarla in questa posizione, oltre all’essere una fanciulla, è la preferenza data dal padre Leopold alla carriera del figlio Wolfgang. Nannerl sembra però fare di questa condizione periferica un punto di forza: “Non potevo suonare (avrei svegliato tutto il vicinato!) ma per comporre mi bastava ascoltare l’orecchio interno e sfiorare la tastiera, senza affondare le dita; le mie cognizioni di contrappunto si limitavano a quanto riuscivo a origliare delle lezioni che mio padre dava a Wolfgang ma questo era per me, più che un limite, uno stimolo”.
Secondo Wolfgang la sorella è prigioniera della perfezione, della tecnica. Le consiglierà di scrivere “in modo più sciocco; o più furbo, se vuoi, ma imperfetto”. Le dirà: “Io qui vedo solo tecnica, Nannerl. La tua passione non c’è”. Questo appunto di Mozart ci dice molto di lui, della sua visione estetica; ma allo stesso tempo ci suona ingiusto nei confronti di Nannerl e di una musica che immaginiamo assai più bella e libera (e “appassionata”) di quanto lo stesso Wolfgang voglia ammettere.
Alla fine del romanzo, la sua vita lontano da Wolfgang e dalla sua musica le apparirà come all’interno di una “pausa” musicale (e una pausa, come sa bene chi è musicista, è sempre un silenzio carico di senso quanto le note che precedono e seguono). La riconciliazione e la ritrovata armonia con il ricordo del fratello nel frattempo morto si traducono in scrittura, cioè in trascrizione, edizione critica, cura meticolosa, inchiostro e inchiostro versato con dedizione per salvare musiche che altrimenti andrebbero perdute. Anche con Wolfgang, insomma, Nannerl si realizza come aveva fatto attraverso Victoria. La musica, in questo senso, sembra superare le vite e le volontà dei musicisti, e usare gli uomini come strumenti, passare dagli uni agli altri.

2 commenti:

Rita Charbonnier ha detto...

Ancora grazie della bellissima recensione, Claudio.
Abbracci e a presto, Rita

Claudio Morandini ha detto...

Rita, grazie a te per questo tuo splendido romanzo!