Che piacere è leggere il
dialogo tra Consolo e Domenico Calcaterra, risalente al 2006, già uscito in
appendice al saggio “Vincenzo Consolo: le parole, il tono, la cadenza” (Prova
d’Autore, 2007) e oggi riproposto da Medusa Edizioni con il titolo “Lo
scrittore verticale. Conversazione con Vincenzo Consolo” corredato da una nota introduttiva
di Antonio Franchini. Notiamo subito una profonda sintonia di voci e di intenti:
Consolo e Calcaterra usano lo stesso linguaggio, ragionano arrovellandosi allo
stesso modo, si concedono financo gli stessi vezzi di stile. La loro idea
stessa di dialogo è riconducibile a un atteggiamento che possiamo definire sicilitudine: che in letteratura si
esprime attraverso un continuo impulso alla “perorazione” e alla “interrogazione”,
ed è per sua natura ironica, intrisa di pessimismo, incline al ripiegamento
interiore, a una larga, ancestrale sfiducia nella società. Questo perenne
dubitare, questa “dolorosa saggezza” unita a una “disperata intelligenza”
caratterizzano, nelle parole di Consolo, il timbro delle voci letterarie della
Sicilia.
Il denso libretto manifesta
davvero lo sforzo congiunto di “tessere memoria” (che è “racconto”, libertà,
scelta individuale, in definitiva è “letteratura”): la conversazione tra i due è
in effetti un assorto (quasi mai divagante) e appassionato viaggio
spaziotemporale compiuto in coppia nei territori della letteratura, della
memoria, nelle stratificazioni storiche e geografiche della lingua, anche nella
tradizione letteraria italiana. Entrambi – maestro e allievo – condividono poi l’amarezza
di fronte allo spazio sempre più esiguo lasciato alla letteratura e il disagio
in un presente superficiale, carnevalesco, privo di figure intellettuali forti
e critiche.
Quello di Calcaterra è
insomma un vivace omaggio, rigoroso ma anche libero dall’impegno apologetico (in
polemica con i fraintendimenti di certa critica) che anima il recente, corposo
saggio su “Il secondo Calvino” (Mimesis, 2014): che è sempre dialogo ideale,
certo, ma forzatamente a distanza, e con le opere più che con l’autore (non
suoni come un limite, si tratta di una scelta in un certo senso necessaria).
La distanza dalla Sicilia
consente a Consolo di vedere le cose con un distacco che non esclude una
nostalgia odisseica. Nelle sue risposte Milano è un “esilio”, la Sicilia resta
“un enigma spaventoso”. Non pochi echi omerici, vissuti con naturalezza,
dilagano nella conversazione (il “memorare” del racconto, il tema del “nostos”
vissuto in prima persona): e questo ulissismo di fondo è avvertibile anche nel
dolore di riconoscere i colpi inferti dal tempo ai luoghi cari alla memoria.
Ogni scrittore siciliano,
dice Consolo, sembra voler raccontare la sua personale Odissea. Ma egli non
manca di misurare anche le distanze rispetto ad altri scrittori isolani
(diciamo collocabili tra gli estremi del lirismo mitico di Lucio Piccolo e l’impegno
illuministico di Sciascia): e la sua è una lingua che è spontaneamente
“barocca”, che si dipana a spirale, si arricchisce di stratificazioni profonde,
di echi culturali e memoriali, ed esprime una logica che sembra affine più alla
musica che all’architettura. È una scrittura che è riscrittura, da consegnare
al lettore con un intento etico prima che estetico: scrivere è anche (che bella
lezione!) un continuo arrovellarsi sulla scrittura, una riflessione perenne, un
inanellare dubbi, un “vedersi scrivere” insomma. Così, nell’officina letteraria
di Consolo, equiparata a un “bosco”, o a un “grande palinsesto”, la prosa si
accosta naturalmente ai territori (ai ritmi, agli echi, alla ricerca inesausta)
rigeneranti e risacralizzanti della poesia.
Un altro aspetto importante
della riflessione di Consolo sta nel “sentimento della storia”, che resta
sempre “la costante investigazione di ciò che permane, attanaglia, soffoca
ancor oggi”. Scrivere è, per Consolo, come per il Manzoni della “Storia della
colonna infame”, fare della contro-storia, avversa a ogni ufficialità, tesa a
porre continue domande sulle origini dell’ingiustizia e del male, a “denunciare
lo scandalo” con una scrittura “verticalizzata”, degna dell’intricata
complessità della materia trattata. Il Seicento di Manzoni, “il secolo
dell’ingiustizia”, è perpetuato in un eterno Seicento d’irrazionalità, di
violenza, di sopraffazione, che bisogna
raccontare perché ci siamo ancora tutti dentro. Consolo insomma insiste su una
letteratura storico-realistica di marca ancora manzoniana (l’attenzione alla
marginalità, al “ghetto di esistenze”) e ad alta temperatura metaforica, in cui
cioè lo ieri è metafora dell’oggi e il mito è metafora della realtà.
Si sente ammirazione,
affetto, oltre a profonda sintonia, nella voce di Calcaterra che conversa con
Consolo: al punto che le ultime domande del giovane critico (sulle affinità
letterarie, i personaggi, l’arte, l’essere narratore) sembrano tradire il
dispiacere, che è anche un po’ il nostro, di essere già alla fine della
chiacchierata, di trovarsi dinanzi uno scrittore ormai affaticato. E in fondo
anche nella volontà di riproporre oggi questo personale repêchage sono evidenti il bisogno e la nostalgia di figure di
“maestri” come Consolo; alla fine, anche noi sentiamo distintamente la necessità della sua testimonianza.
http://letteratitudinenews.wordpress.com/2014/12/01/lo-scrittore-verticale/
http://letteratitudinenews.wordpress.com/2014/12/01/lo-scrittore-verticale/

