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domenica 7 dicembre 2014

Da Letteratitudine News: Domenico Calcaterra, Vincenzo Consolo

Che piacere è leggere il dialogo tra Consolo e Domenico Calcaterra, risalente al 2006, già uscito in appendice al saggio “Vincenzo Consolo: le parole, il tono, la cadenza” (Prova d’Autore, 2007) e oggi riproposto da Medusa Edizioni con il titolo “Lo scrittore verticale. Conversazione con Vincenzo Consolo” corredato da una nota introduttiva di Antonio Franchini. Notiamo subito una profonda sintonia di voci e di intenti: Consolo e Calcaterra usano lo stesso linguaggio, ragionano arrovellandosi allo stesso modo, si concedono financo gli stessi vezzi di stile. La loro idea stessa di dialogo è riconducibile a un atteggiamento che possiamo definire sicilitudine: che in letteratura si esprime attraverso un continuo impulso alla “perorazione” e alla “interrogazione”, ed è per sua natura ironica, intrisa di pessimismo, incline al ripiegamento interiore, a una larga, ancestrale sfiducia nella società. Questo perenne dubitare, questa “dolorosa saggezza” unita a una “disperata intelligenza” caratterizzano, nelle parole di Consolo, il timbro delle voci letterarie della Sicilia.
Il denso libretto manifesta davvero lo sforzo congiunto di “tessere memoria” (che è “racconto”, libertà, scelta individuale, in definitiva è “letteratura”): la conversazione tra i due è in effetti un assorto (quasi mai divagante) e appassionato viaggio spaziotemporale compiuto in coppia nei territori della letteratura, della memoria, nelle stratificazioni storiche e geografiche della lingua, anche nella tradizione letteraria italiana. Entrambi – maestro e allievo – condividono poi l’amarezza di fronte allo spazio sempre più esiguo lasciato alla letteratura e il disagio in un presente superficiale, carnevalesco, privo di figure intellettuali forti e critiche.
Quello di Calcaterra è insomma un vivace omaggio, rigoroso ma anche libero dall’impegno apologetico (in polemica con i fraintendimenti di certa critica) che anima il recente, corposo saggio su “Il secondo Calvino” (Mimesis, 2014): che è sempre dialogo ideale, certo, ma forzatamente a distanza, e con le opere più che con l’autore (non suoni come un limite, si tratta di una scelta in un certo senso necessaria).
La distanza dalla Sicilia consente a Consolo di vedere le cose con un distacco che non esclude una nostalgia odisseica. Nelle sue risposte Milano è un “esilio”, la Sicilia resta “un enigma spaventoso”. Non pochi echi omerici, vissuti con naturalezza, dilagano nella conversazione (il “memorare” del racconto, il tema del “nostos” vissuto in prima persona): e questo ulissismo di fondo è avvertibile anche nel dolore di riconoscere i colpi inferti dal tempo ai luoghi cari alla memoria.
Ogni scrittore siciliano, dice Consolo, sembra voler raccontare la sua personale Odissea. Ma egli non manca di misurare anche le distanze rispetto ad altri scrittori isolani (diciamo collocabili tra gli estremi del lirismo mitico di Lucio Piccolo e l’impegno illuministico di Sciascia): e la sua è una lingua che è spontaneamente “barocca”, che si dipana a spirale, si arricchisce di stratificazioni profonde, di echi culturali e memoriali, ed esprime una logica che sembra affine più alla musica che all’architettura. È una scrittura che è riscrittura, da consegnare al lettore con un intento etico prima che estetico: scrivere è anche (che bella lezione!) un continuo arrovellarsi sulla scrittura, una riflessione perenne, un inanellare dubbi, un “vedersi scrivere” insomma. Così, nell’officina letteraria di Consolo, equiparata a un “bosco”, o a un “grande palinsesto”, la prosa si accosta naturalmente ai territori (ai ritmi, agli echi, alla ricerca inesausta) rigeneranti e risacralizzanti della poesia.
Un altro aspetto importante della riflessione di Consolo sta nel “sentimento della storia”, che resta sempre “la costante investigazione di ciò che permane, attanaglia, soffoca ancor oggi”. Scrivere è, per Consolo, come per il Manzoni della “Storia della colonna infame”, fare della contro-storia, avversa a ogni ufficialità, tesa a porre continue domande sulle origini dell’ingiustizia e del male, a “denunciare lo scandalo” con una scrittura “verticalizzata”, degna dell’intricata complessità della materia trattata. Il Seicento di Manzoni, “il secolo dell’ingiustizia”, è perpetuato in un eterno Seicento d’irrazionalità, di violenza, di sopraffazione, che bisogna raccontare perché ci siamo ancora tutti dentro. Consolo insomma insiste su una letteratura storico-realistica di marca ancora manzoniana (l’attenzione alla marginalità, al “ghetto di esistenze”) e ad alta temperatura metaforica, in cui cioè lo ieri è metafora dell’oggi e il mito è metafora della realtà.

Si sente ammirazione, affetto, oltre a profonda sintonia, nella voce di Calcaterra che conversa con Consolo: al punto che le ultime domande del giovane critico (sulle affinità letterarie, i personaggi, l’arte, l’essere narratore) sembrano tradire il dispiacere, che è anche un po’ il nostro, di essere già alla fine della chiacchierata, di trovarsi dinanzi uno scrittore ormai affaticato. E in fondo anche nella volontà di riproporre oggi questo personale repêchage sono evidenti il bisogno e la nostalgia di figure di “maestri” come Consolo; alla fine, anche noi sentiamo distintamente la necessità della sua testimonianza.

http://letteratitudinenews.wordpress.com/2014/12/01/lo-scrittore-verticale/

domenica 27 settembre 2009

Questioni di stile

"La perle est une maladie de l'huître et le style, peut-être, l'écoulement d'une douleur plus profonde". Questa massima di Flaubert, che avevo trovato in un florilegio di citazioni dotte sul comodino d’un albergo di Grenoble (altro che Bibbie nel cassetto, altro che Vangeli!) mi è tornata in mente nelle scorse settimane, quando ho finito di rileggere (e ho terminato, stavolta) la Diceria dell’untore di Bufalino; sontuoso, esasperante esempio di come la scrittura barocca e il senso di malattia e di morte siano connessi. Va bene, l’io narrante alla fine guarisce: ma gli muoiono tutti attorno, e lui pure morirà, e la sua percezione delle cose è morbosa di una sensibilità sovracuta. È lo stile, sofferente, di chi troppo pensa, troppo si domanda, e non si contenta mai delle risposte.
A distanza di pochi giorni, incappo nell’iperbarocco Nottetempo, casa per casa di Consolo (Giona A. Nazzaro me lo ha consigliato: racconta di licantropia, Sicilia, satanismo e lotte sociali), ancora più scarmigliato ed esasperato nello stile, assai più aperto agli squilibri, ai salti, o ai voli. È un romanzo straordinario che richiederebbe un dizionario – oppure no, che colpisce per l’ansia di mistero che molto del suo lessico rivela, oltre che per la tendenza a imbambolarsi in elencazioni ellittiche, in accumuli ipertrofici, in intrichi di parole che vengon su come vegetazione spontanea in una macchia, o come macchie d’un morbo contagioso su una pelle, e che non sembrano rispondere a una legge, a un criterio riconosciuto.