domenica 27 settembre 2009

Questioni di stile

"La perle est une maladie de l'huître et le style, peut-être, l'écoulement d'une douleur plus profonde". Questa massima di Flaubert, che avevo trovato in un florilegio di citazioni dotte sul comodino d’un albergo di Grenoble (altro che Bibbie nel cassetto, altro che Vangeli!) mi è tornata in mente nelle scorse settimane, quando ho finito di rileggere (e ho terminato, stavolta) la Diceria dell’untore di Bufalino; sontuoso, esasperante esempio di come la scrittura barocca e il senso di malattia e di morte siano connessi. Va bene, l’io narrante alla fine guarisce: ma gli muoiono tutti attorno, e lui pure morirà, e la sua percezione delle cose è morbosa di una sensibilità sovracuta. È lo stile, sofferente, di chi troppo pensa, troppo si domanda, e non si contenta mai delle risposte.
A distanza di pochi giorni, incappo nell’iperbarocco Nottetempo, casa per casa di Consolo (Giona A. Nazzaro me lo ha consigliato: racconta di licantropia, Sicilia, satanismo e lotte sociali), ancora più scarmigliato ed esasperato nello stile, assai più aperto agli squilibri, ai salti, o ai voli. È un romanzo straordinario che richiederebbe un dizionario – oppure no, che colpisce per l’ansia di mistero che molto del suo lessico rivela, oltre che per la tendenza a imbambolarsi in elencazioni ellittiche, in accumuli ipertrofici, in intrichi di parole che vengon su come vegetazione spontanea in una macchia, o come macchie d’un morbo contagioso su una pelle, e che non sembrano rispondere a una legge, a un criterio riconosciuto.

Nessun commento: