Sul numero 279 di gennaio/febbraio 2014 della rivista "L'immaginazione" edita da Manni, Elena Salibra offre di "A gran giornate" una acuta analisi che riprende temi e suggestioni già emerse nel corso della presentazione al Pisa Book Festival del 25 novembre 2012.
Il romanzo A gran giornate di Claudio Morandini è,
a detta dell’autore, un’avventura picaresca
che si svolge in piena libertà, pur non potendo fare a meno di modelli letterari
di riferimento, che vanno dal Satyricon
di Petronio, con la sua struttura frammentaria, ai romanzi letti da bambino di
Verne fino al Gordon Pym di Poe e
alle Storie dell’anno mille di
Malerba. Non mancano neppure influenze dei dialoghi surreali e grotteschi dei
film di Bunuel. Il forte legame con la tradizione classica viene fuori anche
dal titolo che è una citazione da Petrarca: “La vita fugge e non s’arresta
un’hora / et la morte vien dietro a gran
giornate”. L’intenzione è di rendere l’idea della vita dell’uomo, e dunque
dei personaggi del romanzo, come di una corsa trafelata verso un baratro non
ben definito; dietro c’è la morte che incalza, magnis itineribus. Il ricordo di Petrarca si combina con quello di
Leopardi della Ginestra nella seconda
parte dell’opera, quando tra i personaggi che hanno intrapreso un insensato
viaggio verso una non ben definita meta si instaura un rapporto di solidarietà
e di fratellanza per rendere meno gravosa la minaccia del nulla. La storia comincia
in modo rassicurante, oscillando tra livello narrativo e metanarrativo: “Da
dove cominciare questa storia?” si chiede l’io narrante. E di seguito precisa
“Non dalla nascita, per favore.” Poi affida al lettore una trama fluida e
affollata di personaggi che si presentano uno alla volta e cercano un loro
itinerario. Sembra di trovarsi entro una macchina narrativa che ricorda la
struttura dell’Orlando Furioso; non
una trama lineare ma una combinazione di digressioni, di ellissi, di riprese,
di ritorni indietro. Così scorrono i personaggi, uno alla volta, con un’ansia
classificatoria da parte dell’autore che sembrerebbe contraddire il
guazzabuglio del racconto complessivo e quell’impressione di non finito dato
dai puntini di sospensione entro parentesi quadre […], che sigillano i
capitoli. Onorato Casamagna è alle prese con la sua donna artificiale, di
lattice, imbambolata dunque e priva
di volontà e di parola, almeno nei primi tempi; Tullio Semenzani si rivela con
un passato di galera e una vocazione al crimine; Nathan, il sacrestano, si
dichiara avverso ai nudisti del campeggio “Dolci colline”, vicino al paese, e
poi con un inspiegabile cambio di prospettiva improvvisamente favorevole;
Franchino Spaventa per attirare l’attenzione dell’amata si è fatto biforcare la
lingua; lo scrittore Angous, l’Uomo Malato, va a concludere i suoi giorni in
una clinica di un luogo imprecisato, dove è l’amore passionale per l’infermiera
Francine a segnare le tappe del suo ultimo viaggio; infine Ollsen è un personaggio
enigmatico e originale, con il quale forse l’autore si identifica; sentendo il
peso dei suoi quarantasette anni, riesce ad enumerare con crudezza e ironia i
quarantasette segni di decadimento del suo corpo nudo davanti allo specchio. Questi
tipi umani vivono sul filo di situazioni assurde e con la forza della loro
inettitudine mostrano una corporalità e una carnalità che sconfina nel registro
comico e grottesco. Anzi il lettore percepisce, a mano a mano che il racconto
si sviluppa, una sorta di rovesciamento carnevalesco, di bachtiniana memoria,
che conduce a un capovolgimento di valori e fa leggere tutte le storie per così
dire dal basso o al contrario. Ma è un romanzo anche lirico, se si pensa ad
alcuni simboli poetici che lo attraversano: si tratta di dettagli che si
ingrandiscono a dismisura. Ad esempio la donna dal profilo di pesce che appare
all’improvviso come un’epifania è una costante della storia e popola i sogni di
alcuni personaggi. Da lei si sprigiona una forte carica metaforica, perché
custodisce il mistero che si cela dentro il racconto. Il lettore si convince a
non alzare il velame per non perdere l’incanto di un indecifrabile giuoco.
Nella conclusione si capisce che quel simbolo è la chiave per sciogliere
l’enigma, per comprendere cosa unisce tutte le storie e tutti i personaggi. Si
ha l’impressione che si tratti di una guida salvifica, che alla fine del
viaggio narrativo apra nuovi orizzonti. Una ridda di ipotesi si affastellano:
“per uno è solo nuda roccia priva di vita, per un altro è un’insolita
formazione di nubi, per un altro ancora è frutto di allucinazioni e delirio”. Ma
sicuramente è un punto d’arrivo del viaggio verso cui tutti si dirigono. Nel finale
si recupera l’infanzia che viene volutamente tagliata fuori nell’incipit, e proprio in virtù del simbolo
mostruoso della donna-pesce, quasi da inferno dantesco: “Da bambino mi
aspettavo sempre eventi definitivi: dietro ogni angolo un agguato, un pericolo
in attesa, un mostro che trattiene il fiato. Era bello, rasserenante non
trovarci mai niente, e muovere verso altri angoli con un po’di coraggio in
più”. Così attraverso il sorriso rassicurante di un bambino che gioca con le
proprie fantasticherie la storia si trasforma in una bella fiaba che non ha da
essere decifrata.
Elena Salibra


