mercoledì 4 marzo 2015

Da "Fuori Asse" n. 13: Maurizio Fiorino, "Amodio"

"Il Sud è davvero bello, pensai guardando fuori dal finestrino dell’autobus".

Quella raccontata nel veloce, vivace romanzo “Amodio” di Maurizio Fiorino (Gallucci, 2014) è la storia di un nostos molto contemporaneo e insieme molto antico: il giovane Armando, assente dalla nativa Crotone da quattro anni, vi torna quasi di nascosto come un esule, come un Odisseo rimasto troppo tempo lontano, per motivi che si sveleranno solo alla fine del libro, e che non credo anticiperemo qui. Ritrova la città nel caldo assolato di sempre, in quell’eterna estate che ha accompagnato la sua adolescenza e che sembra fermare gli ambienti in un’immagine fotografica sovraesposta. Ad attenderlo, o meglio a non rinunciare ad attenderlo nonostante tutto, pochi amici: l’esuberante barista Ana, Vincenzina, drag-queen che si esibisce la sera in modesti spettacoli in play-back in cui si spende totalmente – e che una volta era Vincenzo, vecchio amico del corso di danza e complice nel culto delle Spice Girls. Attendono Armando soprattutto i ricordi, ancora intensi e dolorosi, di persone scomparse: il nonno fotografo, da cui il giovane ha imparato l’arte e ereditato lo sguardo affilato sulle cose e le persone, e soprattutto l’amato Amodio, figlio di un capoclan della ‘ndrangheta locale che, a dispetto della famiglia e del padre latitante, rifiuta ogni coinvolgimento negli affari della cosca e vuole riscattarsi diventando pugile. Il romanzo racconta proprio questo: il riemergere della memoria, il rinsaldarsi degli ultimi affetti rimasti, un ritrovarsi attorno alle poche cose per cui vale la pena vivere (l’amicizia, l’attrazione e l’amore, il culto della bellezza, la speranza di una realizzazione attraverso la disciplina, il piacere della condivisione, cose così). Non c’è alcun conto in sospeso da regolare, nessuna conclusione in attesa: tutto è già accaduto, drammaticamente, qualche anno prima, in una Crotone torpida anche nei momenti di violenza; ora resta solo da ripercorrere, con il conforto degli ultimi amici rimasti, quei momenti precipitosi che hanno preceduto la partenza dalla città, provare a dare un senso al dolore della perdita della persona amata.
Maurizio Fiorino è fotografo, e si sente: non tanto nei riferimenti all’arte della fotografia o per la figura esemplare, raccontata con vero affetto e sincera ammirazione, di nonno Amato, prima fotografo di guerra poi instancabile organizzatore di corsi sull’uso della camera oscura avverso alle scorciatoie della fotografia digitale; lo si sente, soprattutto, nella capacità di mettere a fuoco gli ambienti e le persone, le ore del giorno e il passare degli anni lavorando su dettagli caricati di un sovrappiù di senso e su ben dosati rapporti di luci e di ombre. Si pensi a certi interni, come il minuscolo alloggio di Vincenzina soprannominato Smart, affollato di oggetti e icone che rimandano a quello che lei vuole fortissimamente essere; o allo squallore delle stanze dell’Albergo Sole, un non-luogo decadente ma dalla vista mozzafiato sul mare in cui tutti, prima o poi, si trovano a passare, nelle loro fughe. Si pensi allo stesso mare, che agli occhi dei personaggi più irrequieti assume tutto il significato di un mondo aperto, luminoso, carico di promesse. Questo talento per le luci toglie pesantezza anche alle scene più violente e cupe e permette di raccontare i drammi con una levità insolita, con tenerezza divertita, da commedia trasognata: consente, anche, di raccontare la scoperta delle proprie inclinazioni e il nascere del desiderio come un’esperienza insieme estetica e morale.
Che qualcosa dell’autore, Maurizio Fiorino, sia rimasto appiccicato al protagonista e io-narrante è ovvio, ed è giusto: sul suo sito (www.mauriziofiorino.com, dateci un’occhiata) l’autore si presenta così: “Sono nato a Crotone il 24 settembre. (…) Della mia città mi porto dietro i colori, gli odori, gli sguardi della gente. Chi non è nato nel Sud non potrà mai capire questa appartenenza, per questo ho cominciato il mio primo romanzo con le parole: "Il Sud è davvero bello". Anche se la Calabria è oltre il Sud, è un mondo a parte. Ad ogni modo, da Crotone me ne sono scappato appena ho compiuto diciotto anni. Pensavo fosse la fuga del secolo, invece è stata la prima delle tante.”
“Amodio” racconta il ritorno – non facile, forse nemmeno voluto davvero fino in fondo, ma in un certo senso necessario – da questa fuga, alla ricerca di una possibile ricomposizione, con la forza di una raggiunta consapevolezza.



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