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domenica 22 marzo 2009

La "berlera" e altro, 6

«Quest’ultima mail» rispondo a Claudia «un po’ mi rasserena. Oggi, però, preso di nuovo dall'inquietudine, ho coinvolto la stessa Fabiana, che alla fine ha promesso di telefonare al ristorante La Berlera (l'unico attestato su internet) per sentire se i gestori sanno dire l'origine del nome.
Devo essere stato piuttosto buffo nella mia agitazione. Ma capisci che un vuoto simile (di memoria, prima di tutto, poi, come dire, di metodo) mi preoccupa e mi rende pessimista sulla mia lucidità.
Comunque».

L’indomani, prima Fabiana con un lunghissimo sms (il più dotto degli sms che io abbia mai ricevuto o inviato), poi Claudia con una mail mi aggiornano sulle rincuoranti novità.
«Per fortuna» mi scrive appunto quest’ultima «la lieta novella te l'ha già data Fabiana: "berlera", con un buon margine di approssimazione, esiste. Il LEI (Lessico Etimologico Italiano) ne attesta una possibile radice *berl, polisemica, che ha, tra le altre accezioni, quella di 'battere, percuotere, colpire' (il LEI segnala come corradicale "sberla"). Per quanto "berlera" non sia attestato tra le occorrenze dialettali (almeno non mi pare: ma sono circa dieci pagine fitte di esempi, o poco meno), un dialettologo prenderebbe in seria considerazione che possa farne parte. In questo senso, varrebbe 'parte che si calpesta, zona battuta', o simili. Ovviamente la caccia è ancora aperta, e il Ristorante "La Berlera" potrebbe offrire delucidazioni ancora più precise».


L'indagine sta diventando davvero appassionante, più di un poliziesco. Accantonata l'inquietudine del primo giorno, sono passato a una divertita curiosità, e ora sento che "berlera" non solo resta una parola di bel suono evocativo, ma è l'unica "giusta" in quel punto, per quanto sorta per vie misteriose e rimasta lì nella pagina come un foruncolo male assorbito.
Il che può avere, dal mio punto di vista, vari possibili sviluppi:
a) l'uso (prudente, però) di "berlera" in altri testi;
b) una riflessione sul termine, su come è nato, ecc.
c) la stesura di un racconto su questa parola, su come è stata individuata, sulle ricerche successive, ecc.
(Infatti, queste righe sembrano conciliare il punto b e il c).
«Fabiana» rispondo ancora a Claudia «mi ha detto che per il momento "berlera" è entrata nel vostro repertorio. Ne sono felice. Lo è anche del mio, perché le nostre comuni avventure lessicali sono diventate oggetto di conversazioni con gli amici più stretti di qui. Ci salutiamo con “buona berlera”, ci auguriamo “tante belle berlere” e via dicendo.
«Bene, è ora che torni a correggere il pacco di compiti su grammatica, retorica e metrica che ho somministrato in seconda. Non hai idea della bellezza di certi hapax di oscura origine che pesco tra quelle pagine» le scrivo nel congedarmi.
(Ecco il lieto fine di questa esile storia: ora “berbera”, se la si cerca su google, non è solo più il ristorante sul lago di Garda, di cui tra l’altro tutti parlan bene, e che prima o poi visiterò).

venerdì 20 marzo 2009

La "berlera" e altro, 5

Non so rintracciare il percorso a ritroso, dal libro alla fonte: vado in biblioteca, dove sfoglio volumi che mi pare di ricordare di avere consultato anni fa, ma preso da una lieve amarezza rinuncio ad altri più antichi ormai finiti in magazzino. Nessuna traccia di “berlera”. Forse, mi dico, ho tentato di memorizzare un’altra parola che, una volta giunto a casa ho storpiato; forse l’ho scritta male su un foglietto e ho poi riletto male lo sgorbio. Scrivo al ritorno:
«Cara Claudia, una breve e non sistematica ricerca in biblioteca non ha dato risultati su "berlera".
Spero di non avere trovato una parola di qualche suggestione (che so, "barena"), e di averla ricordata male una volta giunto a casa; una frettolosa sbirciata su internet mi avrà messo di fronte a, putacaso, il ristorante "La Berlera"... ma no, io quelle parole le ho cercate tutte... e se non le avessi cercate proprio tutte?
Quanto a "vezzeggi", che avrò formato sul modello di motteggi, o di maneggi (alla Goldoni), e che forse è presente nel dialetto veneto, vedo che su internet è usato: ma la qualità linguistica piuttosto bassa dei testi in cui lo vedo impiegato non mi rassicura e anzi un tantino mi deprime».

«Ma quale depressione! Per carità, che non mi si deprima l'autore!» mi risponde Claudia, di cui immagino i sorrisi.
«Dunque: su 'berlera' continuo a cercare da domani alla Nazionale sui repertori dialettologici. Se non esce nulla, dal mio personalissimo punto di vista, ancora meglio. Il tuo sarà allora un hapax la cui genesi resterà avvolta nel mistero... e non verrà mai rivelata in sedi istituzionali e ufficiali (anche se il mio silenzio ha un prezzo).
Quanto a 'vezzeggio', la situazione è diversa, perché rientra nelle derivazioni possibili, anche se un po' eccentriche nella morfologia italiana. Il sistema insomma lo accetta, la norma non lo censura, l'uso... è il Signor Uso, come diceva Manzoni, che tutto può. Ancor più quando è l'uso di uno scrittore».

mercoledì 18 marzo 2009

La "berlera" e altro, 4

Cerco allora anch’io – prima su internet, perché sono pigro, poi sui dizionari di casa. Nulla. Non solo “berlera” non è attestato, ma nessuno tra le decine di migliaia di frequentatori della rete, pare averla mai usata, con l'eccezione delle pagine relative a un ristorante sul lago di Garda. Sento sorgere un’inquietudine sorda, simile a quella che mi coglie – di rado, per fortuna – quando mi accorgo troppo tardi di un refuso, di una distrazione, di un’incongruenza che, col passare dei minuti, si ingigantiscono.

«Mi hai colto in castagna» rispondo a Claudia, dopo una ricerca frettolosa di mezz’ora: «di "berlera" non ricordo l'origine: nel senso che la parola compare dalla seconda stesura, ed è presumibile che io l'abbia aggiunta assieme ad altre per dare un tocco di pianura ad alcuni momenti. Ma davvero non so dove posso averla pescata (e ora come ora - ehm - non saprei nemmeno dirti esattamente il significato). Potrei averla tratta da uno dei manuali di agricoltura che ho consultato (andrò in biblioteca a spulciare quei volumi per tentare di rintracciare l'iter), o su uno dei testi di letteratura di campagna che ho saccheggiato per il lessico. E quindi sì, potrebbe avere un'origine dialettale (è curioso che sia passata indenne attraverso le molteplici correzioni di bozze: di solito mi si chiede di normalizzare, abbassare il tono, uniformare... Quanto a me, spero di non doverti dire in una prossima mail che "berlera" è irrintracciabile, o che è una storpiatura ingiustificabile, o un vero e proprio refuso, o un irragionevole neologismo ...).
Su vezzeggi hai ragione: è una sorta di via di mezzo, anomala quanto a formazione, tra vezzi e vezzeggiamenti. Ha il significato della seconda, ma una maggiore grazia (per me).
En passant, in "Nora e le ombre" il mio contributo ai neologismi si era limitato a un "rotuluto", cioè dotato di rotule particolarmente evidenti (detto di una figura di Bacon), nato sul modello di "naticuto", e da me strenuamente difeso dagli scrupoli di un editor prudentissimo».

lunedì 16 marzo 2009

La "berlera" e altro, 1


Che le parole vivano di una vita propria, e vivano avventure parallele a quelle dei personaggi di un romanzo o di un racconto, avventure nascoste, implicite, talvolta intuibili, o sospettabili, ma non meno intense, non meno appassionate – lo andavo dicendo da troppo tempo. Per chi scrive, il momento della formazione di una frase, dell’inscatolamento d’un paragrafo, è eccitante come dominare il caos delle cose, o almeno un gratificante tentare di farlo – anche questo l’ho detto, portate pazienza. Alle volte, le parole però sembrano sfuggire al controllo di chi le ha scovate; alcune parole, storpie o improprie, incongrue o ignote, si assestano in mezzo alle altre più familiari, si ritagliano un cantuccio, si accomodano nelle frasi, e restano lì, evocative quel tanto che basta per non sembrare allarmanti, allusive a un uso che non è il loro, segnali di un mondo che non è il nostro, quello della nostra lingua. Spesso le adocchiamo, queste parole, non subito, ma ce ne insospettiamo, le guardiamo storto, e per esse consultiamo dizionari, finché non ne smascheriamo la natura, e le espungiamo, non senza un lieve rossore. Di rado, affezionatici alla bellezza insolita di alcune, all’aura evocativa dei suoni che le compongono, le lasciamo al loro posto, le facciamo nostre, ne giustifichiamo la creazione con un’urgenza espressiva, ne legittimiamo l’esistenza con la constatazione che nessun’altra parola vivente potrebbe sostituirle del tutto.
In fondo, a guardare con una lente metaforica dentro a quelle frasi, a isolare su un vetrino ogni parola, e ogni sillaba di quella parola, e ogni suono di quella sillaba, ad entrare nel mondo delle unità indivisibili della comunicazione, i fonemi, i soffi, i silenzi, i respiri, le articolazioni tra gola e labbra, ad esplorare quel mondo atomico, si scopre che ogni parola di quello è fatta: suoni, silenzi e suoni. Suoni che si aprono e si chiudono, suoni che si appoggiano ad altri suoni, o che si lasciano trascinare, suoni lenti e suoni rapidi come battiti di ciglia, suoni che non si pronunciano ma si pensano, suoni che risuonano per righe intere, suoni che vorremmo riascoltare o ripronunciare e non compaiono più, suoni che fanno quasi male, e suoni che lasciano imbambolati di tenerezza.
È masticando questi suoni, lentamente, come fanno i bambini con le gomme nei momenti di riflessione, che si mettono insieme le parole, e le parole in frasi, e le frasi in sequenze. Si lasciano le parole parlare, cincischiare, strillare, grattare, ansimare, tamburellare, gorgogliare…
Ma questo è un altro discorso. E sto divagando.