lunedì 16 marzo 2009

La "berlera" e altro, 1


Che le parole vivano di una vita propria, e vivano avventure parallele a quelle dei personaggi di un romanzo o di un racconto, avventure nascoste, implicite, talvolta intuibili, o sospettabili, ma non meno intense, non meno appassionate – lo andavo dicendo da troppo tempo. Per chi scrive, il momento della formazione di una frase, dell’inscatolamento d’un paragrafo, è eccitante come dominare il caos delle cose, o almeno un gratificante tentare di farlo – anche questo l’ho detto, portate pazienza. Alle volte, le parole però sembrano sfuggire al controllo di chi le ha scovate; alcune parole, storpie o improprie, incongrue o ignote, si assestano in mezzo alle altre più familiari, si ritagliano un cantuccio, si accomodano nelle frasi, e restano lì, evocative quel tanto che basta per non sembrare allarmanti, allusive a un uso che non è il loro, segnali di un mondo che non è il nostro, quello della nostra lingua. Spesso le adocchiamo, queste parole, non subito, ma ce ne insospettiamo, le guardiamo storto, e per esse consultiamo dizionari, finché non ne smascheriamo la natura, e le espungiamo, non senza un lieve rossore. Di rado, affezionatici alla bellezza insolita di alcune, all’aura evocativa dei suoni che le compongono, le lasciamo al loro posto, le facciamo nostre, ne giustifichiamo la creazione con un’urgenza espressiva, ne legittimiamo l’esistenza con la constatazione che nessun’altra parola vivente potrebbe sostituirle del tutto.
In fondo, a guardare con una lente metaforica dentro a quelle frasi, a isolare su un vetrino ogni parola, e ogni sillaba di quella parola, e ogni suono di quella sillaba, ad entrare nel mondo delle unità indivisibili della comunicazione, i fonemi, i soffi, i silenzi, i respiri, le articolazioni tra gola e labbra, ad esplorare quel mondo atomico, si scopre che ogni parola di quello è fatta: suoni, silenzi e suoni. Suoni che si aprono e si chiudono, suoni che si appoggiano ad altri suoni, o che si lasciano trascinare, suoni lenti e suoni rapidi come battiti di ciglia, suoni che non si pronunciano ma si pensano, suoni che risuonano per righe intere, suoni che vorremmo riascoltare o ripronunciare e non compaiono più, suoni che fanno quasi male, e suoni che lasciano imbambolati di tenerezza.
È masticando questi suoni, lentamente, come fanno i bambini con le gomme nei momenti di riflessione, che si mettono insieme le parole, e le parole in frasi, e le frasi in sequenze. Si lasciano le parole parlare, cincischiare, strillare, grattare, ansimare, tamburellare, gorgogliare…
Ma questo è un altro discorso. E sto divagando.

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