Mi ha scritto Claudia Fabrizio, che già aveva letto con acutezza e sensibilità i miei precedenti romanzi:
"...Ho da pochi giorni terminato la lettura della tua "Rapsodia", e ho atteso qualche tempo perché si completasse in me l'immagine del tuo libro. Il mio giudizio è ottimo: come al solito, la tua scrittura risplende per forza espressiva, per carattere, per tempra. Questa volta hai mostrato, se mai ve ne fosse bisogno, che tu sai essere uno scrittore con infinite idee narrative. Non ti accontenti mai, e si vede. Tu sei davvero un grande tessitore di trame e di personaggi. Confesso che avrei voluto conoscere di più la musica per cogliere i molti riferimenti che riesci ad inserire tra le righe, e per godere della sapienza tecnica che sai sparpagliare qua e là, nei commenti, nelle note, nei dialoghi. I dialoghi, in particolare - specialmente quelli assurdi ma verosimili degli interrogatori, che ho voluto rileggere più volte - sono forse il terreno sul quale in questo ultimo libro ti muovi con maggior maestria; e del resto di un dialogo si tratta, dall'inizio alla fine: del protagonista con sé stesso, del protagonista con il suo alter ego, di Rafail con l'inquisitore, di Ethan con il suo irrisolto lato femminile, e così via. Ti faccio i miei complimenti, di cuore, e ti ringrazio per questo nuovo bellissimo libro che ci hai regalato."
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mercoledì 7 luglio 2010
domenica 22 marzo 2009
La "berlera" e altro, 6
«Quest’ultima mail» rispondo a Claudia «un po’ mi rasserena. Oggi, però, preso di nuovo dall'inquietudine, ho coinvolto la stessa Fabiana, che alla fine ha promesso di telefonare al ristorante La Berlera (l'unico attestato su internet) per sentire se i gestori sanno dire l'origine del nome.
Devo essere stato piuttosto buffo nella mia agitazione. Ma capisci che un vuoto simile (di memoria, prima di tutto, poi, come dire, di metodo) mi preoccupa e mi rende pessimista sulla mia lucidità.
Comunque».
L’indomani, prima Fabiana con un lunghissimo sms (il più dotto degli sms che io abbia mai ricevuto o inviato), poi Claudia con una mail mi aggiornano sulle rincuoranti novità.
«Per fortuna» mi scrive appunto quest’ultima «la lieta novella te l'ha già data Fabiana: "berlera", con un buon margine di approssimazione, esiste. Il LEI (Lessico Etimologico Italiano) ne attesta una possibile radice *berl, polisemica, che ha, tra le altre accezioni, quella di 'battere, percuotere, colpire' (il LEI segnala come corradicale "sberla"). Per quanto "berlera" non sia attestato tra le occorrenze dialettali (almeno non mi pare: ma sono circa dieci pagine fitte di esempi, o poco meno), un dialettologo prenderebbe in seria considerazione che possa farne parte. In questo senso, varrebbe 'parte che si calpesta, zona battuta', o simili. Ovviamente la caccia è ancora aperta, e il Ristorante "La Berlera" potrebbe offrire delucidazioni ancora più precise».
L'indagine sta diventando davvero appassionante, più di un poliziesco. Accantonata l'inquietudine del primo giorno, sono passato a una divertita curiosità, e ora sento che "berlera" non solo resta una parola di bel suono evocativo, ma è l'unica "giusta" in quel punto, per quanto sorta per vie misteriose e rimasta lì nella pagina come un foruncolo male assorbito.
Il che può avere, dal mio punto di vista, vari possibili sviluppi:
a) l'uso (prudente, però) di "berlera" in altri testi;
b) una riflessione sul termine, su come è nato, ecc.
c) la stesura di un racconto su questa parola, su come è stata individuata, sulle ricerche successive, ecc.
(Infatti, queste righe sembrano conciliare il punto b e il c).
«Fabiana» rispondo ancora a Claudia «mi ha detto che per il momento "berlera" è entrata nel vostro repertorio. Ne sono felice. Lo è anche del mio, perché le nostre comuni avventure lessicali sono diventate oggetto di conversazioni con gli amici più stretti di qui. Ci salutiamo con “buona berlera”, ci auguriamo “tante belle berlere” e via dicendo.
«Bene, è ora che torni a correggere il pacco di compiti su grammatica, retorica e metrica che ho somministrato in seconda. Non hai idea della bellezza di certi hapax di oscura origine che pesco tra quelle pagine» le scrivo nel congedarmi.
(Ecco il lieto fine di questa esile storia: ora “berbera”, se la si cerca su google, non è solo più il ristorante sul lago di Garda, di cui tra l’altro tutti parlan bene, e che prima o poi visiterò).
Devo essere stato piuttosto buffo nella mia agitazione. Ma capisci che un vuoto simile (di memoria, prima di tutto, poi, come dire, di metodo) mi preoccupa e mi rende pessimista sulla mia lucidità.
Comunque».
L’indomani, prima Fabiana con un lunghissimo sms (il più dotto degli sms che io abbia mai ricevuto o inviato), poi Claudia con una mail mi aggiornano sulle rincuoranti novità.
«Per fortuna» mi scrive appunto quest’ultima «la lieta novella te l'ha già data Fabiana: "berlera", con un buon margine di approssimazione, esiste. Il LEI (Lessico Etimologico Italiano) ne attesta una possibile radice *berl, polisemica, che ha, tra le altre accezioni, quella di 'battere, percuotere, colpire' (il LEI segnala come corradicale "sberla"). Per quanto "berlera" non sia attestato tra le occorrenze dialettali (almeno non mi pare: ma sono circa dieci pagine fitte di esempi, o poco meno), un dialettologo prenderebbe in seria considerazione che possa farne parte. In questo senso, varrebbe 'parte che si calpesta, zona battuta', o simili. Ovviamente la caccia è ancora aperta, e il Ristorante "La Berlera" potrebbe offrire delucidazioni ancora più precise».
L'indagine sta diventando davvero appassionante, più di un poliziesco. Accantonata l'inquietudine del primo giorno, sono passato a una divertita curiosità, e ora sento che "berlera" non solo resta una parola di bel suono evocativo, ma è l'unica "giusta" in quel punto, per quanto sorta per vie misteriose e rimasta lì nella pagina come un foruncolo male assorbito.
Il che può avere, dal mio punto di vista, vari possibili sviluppi:
a) l'uso (prudente, però) di "berlera" in altri testi;
b) una riflessione sul termine, su come è nato, ecc.
c) la stesura di un racconto su questa parola, su come è stata individuata, sulle ricerche successive, ecc.
(Infatti, queste righe sembrano conciliare il punto b e il c).
«Fabiana» rispondo ancora a Claudia «mi ha detto che per il momento "berlera" è entrata nel vostro repertorio. Ne sono felice. Lo è anche del mio, perché le nostre comuni avventure lessicali sono diventate oggetto di conversazioni con gli amici più stretti di qui. Ci salutiamo con “buona berlera”, ci auguriamo “tante belle berlere” e via dicendo.
«Bene, è ora che torni a correggere il pacco di compiti su grammatica, retorica e metrica che ho somministrato in seconda. Non hai idea della bellezza di certi hapax di oscura origine che pesco tra quelle pagine» le scrivo nel congedarmi.
(Ecco il lieto fine di questa esile storia: ora “berbera”, se la si cerca su google, non è solo più il ristorante sul lago di Garda, di cui tra l’altro tutti parlan bene, e che prima o poi visiterò).
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venerdì 20 marzo 2009
La "berlera" e altro, 5
Non so rintracciare il percorso a ritroso, dal libro alla fonte: vado in biblioteca, dove sfoglio volumi che mi pare di ricordare di avere consultato anni fa, ma preso da una lieve amarezza rinuncio ad altri più antichi ormai finiti in magazzino. Nessuna traccia di “berlera”. Forse, mi dico, ho tentato di memorizzare un’altra parola che, una volta giunto a casa ho storpiato; forse l’ho scritta male su un foglietto e ho poi riletto male lo sgorbio. Scrivo al ritorno:
«Cara Claudia, una breve e non sistematica ricerca in biblioteca non ha dato risultati su "berlera".
Spero di non avere trovato una parola di qualche suggestione (che so, "barena"), e di averla ricordata male una volta giunto a casa; una frettolosa sbirciata su internet mi avrà messo di fronte a, putacaso, il ristorante "La Berlera"... ma no, io quelle parole le ho cercate tutte... e se non le avessi cercate proprio tutte?
Quanto a "vezzeggi", che avrò formato sul modello di motteggi, o di maneggi (alla Goldoni), e che forse è presente nel dialetto veneto, vedo che su internet è usato: ma la qualità linguistica piuttosto bassa dei testi in cui lo vedo impiegato non mi rassicura e anzi un tantino mi deprime».
«Ma quale depressione! Per carità, che non mi si deprima l'autore!» mi risponde Claudia, di cui immagino i sorrisi.
«Dunque: su 'berlera' continuo a cercare da domani alla Nazionale sui repertori dialettologici. Se non esce nulla, dal mio personalissimo punto di vista, ancora meglio. Il tuo sarà allora un hapax la cui genesi resterà avvolta nel mistero... e non verrà mai rivelata in sedi istituzionali e ufficiali (anche se il mio silenzio ha un prezzo).
Quanto a 'vezzeggio', la situazione è diversa, perché rientra nelle derivazioni possibili, anche se un po' eccentriche nella morfologia italiana. Il sistema insomma lo accetta, la norma non lo censura, l'uso... è il Signor Uso, come diceva Manzoni, che tutto può. Ancor più quando è l'uso di uno scrittore».
«Cara Claudia, una breve e non sistematica ricerca in biblioteca non ha dato risultati su "berlera".
Spero di non avere trovato una parola di qualche suggestione (che so, "barena"), e di averla ricordata male una volta giunto a casa; una frettolosa sbirciata su internet mi avrà messo di fronte a, putacaso, il ristorante "La Berlera"... ma no, io quelle parole le ho cercate tutte... e se non le avessi cercate proprio tutte?
Quanto a "vezzeggi", che avrò formato sul modello di motteggi, o di maneggi (alla Goldoni), e che forse è presente nel dialetto veneto, vedo che su internet è usato: ma la qualità linguistica piuttosto bassa dei testi in cui lo vedo impiegato non mi rassicura e anzi un tantino mi deprime».
«Ma quale depressione! Per carità, che non mi si deprima l'autore!» mi risponde Claudia, di cui immagino i sorrisi.
«Dunque: su 'berlera' continuo a cercare da domani alla Nazionale sui repertori dialettologici. Se non esce nulla, dal mio personalissimo punto di vista, ancora meglio. Il tuo sarà allora un hapax la cui genesi resterà avvolta nel mistero... e non verrà mai rivelata in sedi istituzionali e ufficiali (anche se il mio silenzio ha un prezzo).
Quanto a 'vezzeggio', la situazione è diversa, perché rientra nelle derivazioni possibili, anche se un po' eccentriche nella morfologia italiana. Il sistema insomma lo accetta, la norma non lo censura, l'uso... è il Signor Uso, come diceva Manzoni, che tutto può. Ancor più quando è l'uso di uno scrittore».
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mercoledì 18 marzo 2009
La "berlera" e altro, 4
Cerco allora anch’io – prima su internet, perché sono pigro, poi sui dizionari di casa. Nulla. Non solo “berlera” non è attestato, ma nessuno tra le decine di migliaia di frequentatori della rete, pare averla mai usata, con l'eccezione delle pagine relative a un ristorante sul lago di Garda. Sento sorgere un’inquietudine sorda, simile a quella che mi coglie – di rado, per fortuna – quando mi accorgo troppo tardi di un refuso, di una distrazione, di un’incongruenza che, col passare dei minuti, si ingigantiscono.
«Mi hai colto in castagna» rispondo a Claudia, dopo una ricerca frettolosa di mezz’ora: «di "berlera" non ricordo l'origine: nel senso che la parola compare dalla seconda stesura, ed è presumibile che io l'abbia aggiunta assieme ad altre per dare un tocco di pianura ad alcuni momenti. Ma davvero non so dove posso averla pescata (e ora come ora - ehm - non saprei nemmeno dirti esattamente il significato). Potrei averla tratta da uno dei manuali di agricoltura che ho consultato (andrò in biblioteca a spulciare quei volumi per tentare di rintracciare l'iter), o su uno dei testi di letteratura di campagna che ho saccheggiato per il lessico. E quindi sì, potrebbe avere un'origine dialettale (è curioso che sia passata indenne attraverso le molteplici correzioni di bozze: di solito mi si chiede di normalizzare, abbassare il tono, uniformare... Quanto a me, spero di non doverti dire in una prossima mail che "berlera" è irrintracciabile, o che è una storpiatura ingiustificabile, o un vero e proprio refuso, o un irragionevole neologismo ...).
Su vezzeggi hai ragione: è una sorta di via di mezzo, anomala quanto a formazione, tra vezzi e vezzeggiamenti. Ha il significato della seconda, ma una maggiore grazia (per me).
En passant, in "Nora e le ombre" il mio contributo ai neologismi si era limitato a un "rotuluto", cioè dotato di rotule particolarmente evidenti (detto di una figura di Bacon), nato sul modello di "naticuto", e da me strenuamente difeso dagli scrupoli di un editor prudentissimo».
«Mi hai colto in castagna» rispondo a Claudia, dopo una ricerca frettolosa di mezz’ora: «di "berlera" non ricordo l'origine: nel senso che la parola compare dalla seconda stesura, ed è presumibile che io l'abbia aggiunta assieme ad altre per dare un tocco di pianura ad alcuni momenti. Ma davvero non so dove posso averla pescata (e ora come ora - ehm - non saprei nemmeno dirti esattamente il significato). Potrei averla tratta da uno dei manuali di agricoltura che ho consultato (andrò in biblioteca a spulciare quei volumi per tentare di rintracciare l'iter), o su uno dei testi di letteratura di campagna che ho saccheggiato per il lessico. E quindi sì, potrebbe avere un'origine dialettale (è curioso che sia passata indenne attraverso le molteplici correzioni di bozze: di solito mi si chiede di normalizzare, abbassare il tono, uniformare... Quanto a me, spero di non doverti dire in una prossima mail che "berlera" è irrintracciabile, o che è una storpiatura ingiustificabile, o un vero e proprio refuso, o un irragionevole neologismo ...).
Su vezzeggi hai ragione: è una sorta di via di mezzo, anomala quanto a formazione, tra vezzi e vezzeggiamenti. Ha il significato della seconda, ma una maggiore grazia (per me).
En passant, in "Nora e le ombre" il mio contributo ai neologismi si era limitato a un "rotuluto", cioè dotato di rotule particolarmente evidenti (detto di una figura di Bacon), nato sul modello di "naticuto", e da me strenuamente difeso dagli scrupoli di un editor prudentissimo».
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martedì 17 marzo 2009
La "berlera" e altro, 3
Ma veniamo a “berlera”. A pagina 95 de “Le larve” scrivo: « Poi, appagato per il momento, era sgusciato dalla matrice fecondata, e dal letto, e dalla casa colonica, ed era andato ad abbaiare il suo canto d’esultanza ferina qualche miglio più in là, in una berlera, o dietro i filari di faggi che delimitavano le tenute».
“Berlera” è uno di quei termini che non mi sono familiari e che forse ho pescato anni fa nel corso di lunghi, oziosi pomeriggi d’estate in biblioteca, su manuali di agricoltura, giardinaggio, ambienti di pianura, parassiti e malattie delle piante e della terra. Compare ne “Le larve” dalla seconda versione, cioè dal 2005. Mi piace il suono di quella parola: rimanda a lontananze di bassopiano, a forre o fossati o gore o cave perse tra le nebbie. Ha una connotazione indeterminatamente dialettale, una cadenza lenta, piacevolmente misteriosa.
Nella mail successiva, Claudia Fabrizio, inconsapevolmente, tocca un punto critico – un piccolo punto critico, pungente.
«Sto provvedendo allo spoglio lessicale delle occorrenze che mi sembrano più interessanti. A ciascuna si legherà una brevissima citazione dal tuo testo, perché possa ricevere l'inquadramento del contesto originale. M'interessa soprattutto restituire la portata strutturale del lessico del tuo romanzo, individuando, come ti ho scritto, la stratificazione delle sue componenti.
A questo proposito mi occorrono lumi su 'berlera' (p. 94) e 'vezzeggi' (p. 89). Il primo dei due lessemi mi è completamente oscuro (ed è assente dalle fonti lessicografiche sincroniche e storiche: non ho cercato ancora tuttavia nei repertori dialettali); il secondo è trasparente quanto a significato, ma anomalo quanto a sagoma morfologica, giacché presenta quella che i linguisti chiamano una derivazione zero, cioè l'assenza di un morfo derivazionale che produce cambiamento di categoria lessicale verbo> nome (vezzeggiare > vezzeggiamento). Anche 'vezzeggio' non trova attestazioni lessicografiche.
Ti sarei grata se m'indicassi significato e origine del primo (se è un dialettismo tanto meglio, è ancora più interessante), e se rispetto al secondo hai una fonte che ignoro o ne sei stato, sic et simpliciter, onomaturgo. Anche in questo caso, è un indizio utilissimo per me».
“Berlera” è uno di quei termini che non mi sono familiari e che forse ho pescato anni fa nel corso di lunghi, oziosi pomeriggi d’estate in biblioteca, su manuali di agricoltura, giardinaggio, ambienti di pianura, parassiti e malattie delle piante e della terra. Compare ne “Le larve” dalla seconda versione, cioè dal 2005. Mi piace il suono di quella parola: rimanda a lontananze di bassopiano, a forre o fossati o gore o cave perse tra le nebbie. Ha una connotazione indeterminatamente dialettale, una cadenza lenta, piacevolmente misteriosa.
Nella mail successiva, Claudia Fabrizio, inconsapevolmente, tocca un punto critico – un piccolo punto critico, pungente.
«Sto provvedendo allo spoglio lessicale delle occorrenze che mi sembrano più interessanti. A ciascuna si legherà una brevissima citazione dal tuo testo, perché possa ricevere l'inquadramento del contesto originale. M'interessa soprattutto restituire la portata strutturale del lessico del tuo romanzo, individuando, come ti ho scritto, la stratificazione delle sue componenti.
A questo proposito mi occorrono lumi su 'berlera' (p. 94) e 'vezzeggi' (p. 89). Il primo dei due lessemi mi è completamente oscuro (ed è assente dalle fonti lessicografiche sincroniche e storiche: non ho cercato ancora tuttavia nei repertori dialettali); il secondo è trasparente quanto a significato, ma anomalo quanto a sagoma morfologica, giacché presenta quella che i linguisti chiamano una derivazione zero, cioè l'assenza di un morfo derivazionale che produce cambiamento di categoria lessicale verbo> nome (vezzeggiare > vezzeggiamento). Anche 'vezzeggio' non trova attestazioni lessicografiche.
Ti sarei grata se m'indicassi significato e origine del primo (se è un dialettismo tanto meglio, è ancora più interessante), e se rispetto al secondo hai una fonte che ignoro o ne sei stato, sic et simpliciter, onomaturgo. Anche in questo caso, è un indizio utilissimo per me».
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La "berlera" e altro, 2
«Devo dirti» mi scrive una prima volta Claudia Fabrizio, tra i miei lettori attenti e competenti la più competente e attenta, «che mi avvicino alla lettura, e dunque anche al tuo libro, da un'angolazione volutamente parziale e settoriale. Mi occupo di linguistica e a me interessa la lingua che le persone usano. La ragione fondamentale per cui il tuo libro mi ha convinta è proprio questa: vi ho letto un investimento simbolico, da parte tue, sulle parole, una cura della forma che non è mai stucchevole ma che è sempre esercitata con scrupolo, e non lascia nulla al caso. In un momento in cui in generale la critica, quando parla d'un libro, ne descrive sempre e solo la trama, l'attenzione che poni alla confezione linguistica del tuo testo mi convince e mi rassicura sul fatto che ancora qualcuno, oggi, possa fare adeguatamente il mestiere di scrittore».
A Claudia, che ho conosciuto tramite Fabiana Piersanti, ho proposto di farmi da relatrice, nel corso di un paio di presentazioni a Roma, verso la fine del dicembre 2008. Nel risponderle, dopo essermi dilungato in ringraziamenti, aggiungo:
«Ho sentito crescere anno dopo anno una sensibilità per la lingua che sta diventando un aspetto prioritario della mia scrittura - fino alla sofferenza, nei momenti peggiori. Oggi non posso fare a meno di misurarmi (ogni volta, ad ogni riga) con le vaste possibilità espressive determinate da una scelta linguistica: che questa ricerca suoni inconsueta, nel mondo letterario di oggi, è una cosa che notano molti; che suoni "falsa", artificiosa, per fortuna nessuno ha osato dirlo. Sto modulando una mia "voce", che ho imparato a intonare pagina dopo pagina: è la voce che ricostruisce il mondo, lo modifica anche, prova se non altro a mettere ordine nelle cose. Ci noterai arcaismi (troppi anni passati a leggere i classici, un'attenzione tutto sommato distratta per i contemporanei, una predilezione per autori dallo stile fuori dal tempo, ecco a cosa mi hanno portato) che però sento miei, che mi vengono alla penna con una certa spontaneità; indeterminatezze leopardiane; spulciature di vocabolario (ecco un passatempo che adoro); qualche tic snobistico, in via di correzione; e chissà che altro. Nemmeno io» continuo «sopporto più il ridursi dei contributi critici più frettolosi alla sola trama. Oltretutto, non credo che "Le larve" possa reggere un approccio del genere (io stesso mi vergogno a raccontare spizzichi di trama quando presento il libro, perché so che non è l'aspetto più importante, e perché temo che, ridotto all'osso, l'intreccio potrebbe dar luogo a qualche equivoco)».
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lunedì 2 marzo 2009
"Nora e le ombre": conversazione con Claudia Fabrizio
CLAUDIA "Nora e le Ombre" è un romanzo molto ben scritto (ma non potevo dubitarne), e percorso da lampi d'intuizione narrativa. Il personaggio della protagonista restituisce un'ideale di femminilità sconfitta, malata di autolesionismo quanto il suo alter ego Aurora, debole da rasentare la stupidità bovina, incapace di pretendere alcunché alla vita e da sé stessa. Una donna incapace di fare del male, ma anche del bene, aliena dalle grandi passioni, e quasi priva di senso della giustizia, paradossalmente. Nessuno si salva, nella storia di Nora: tra follia, visioni e dabbenaggine allo stato puro, uomini e donne sono tutti sulla stessa desolante barca fatta di piccolezze e meschinità. Persino la piccola Aurora, candidata alla santità, non si sottrae al cerchio malato delle apparizioni e si palesa alla donna che abita dopo di lei la sua casa. L'insegnante di religione non è retta, ma nemmeno pecca sino in fondo. Mario è un uomo tanto fallimentare da indurre quasi alla pena. Sono tutte creature a metà, quasi che il loro limbo fosse qui in terra.
Devo aggiungere che a mio avviso tra il primo e il secondo romanzo è nato qualcosa d'altro nella tua vena di scrittore. "Le larve" sono, da un certo punto di vista, una maturazione e un consolidamento del tuo senso artistico, pur rappresentandone un'oggettivazione tanto distante e diversa dalla tua prima prova narrativa. La lingua ne è un buon esempio: più netta e decisa, in certo modo, con più personalità, quella delle “Larve”; e poi l'unità, la coerenza delle designazioni, la pienezza del dominio dei contenuti del tuo secondo romanzo illuminano a ritroso - e rendono ammirevole - il percorso di novità e di originalità che hai saputo affrontare pur nell'arco di poco tempo.
In "Nora e Le Ombre" c'è già lo scrittore, ma manca forse, ancora, l'autore pienamente cosciente del suo talento. L'ho letto con grande interesse e con crescente passione, anche perché mi sembrava raccontato a voce da te, ora che ti conosco. Inutile dirti che attendo con ansia di conoscere i futuri sviluppi della tua scrittura, e il modo nuovo con cui saprai raccontare un po' di te e molto della condizione umana, come hai fatto sinora.
CLAUDIO Quello che scrivi mi fa molto piacere e mi trova d'accordo. In "Nora" ho raccontato fallimenti e miserie, calcando la mano su elementi farseschi, soprattutto nel delineare le figure maschili, e sul senso dell'incongruo, che è proprio di Nora. Dentro al romanzo sono affastellati contrasti (anche di linguaggio, anche di stile), confusioni, depistaggi e tempi morti: c'è la provincia, il senso della provincia, insomma, così come la vivo e la subisco io.
Dell'affinarsi della lingua con "Le larve" sono cosciente, e questo mi fa ripensare a "Nora" con un po’ di pudore: nel senso che oggi scriverei in modo diverso quel primo romanzo. Però è anche vero che nelle "Larve" la voce è quella di un narrante colto e snob, intrisa anche di cliché decadenti o superomistici, mentre "Nora" si concentra sui pensieri e sui gesti di una povera insegnante di religione di cultura non vastissima, sui suoi dubbi e insomma sulla sua incapacità di cogliere il senso delle cose, o di dar nome alle sue angosce.
Del prossimo romanzo, chissà che penserai. Come sarà la lingua di un romanzo italiano che finge di essere fatto degli appunti di un compositore statunitense brillante ma non particolarmente profondo nei quali si traducono conversazioni con un vecchio, amareggiato compositore sovietico? Mi sono sforzato di aderire a un registro medio, e ho tentato di coniugare precisione di analisi musicologica con leggibilità.
CLAUDIA Hai perfettamente ragione: la scrittura di "Nora" ripete l'atmosfera dell'accidia provinciale, senza slanci, senza vere passioni, senza rimedio. Che questa sia l'atmosfera di Aosta, mi stupisce, giacché dai racconti tuoi e di Marilisa la vostra città mi è apparsa invece come una piccolo centro operoso e non estraneo alla cultura. Ma tu sei uno scrittore, e quindi sai trasformare un piccolo dettaglio in un teorema esistenziale: e dunque sì, ogni provincia è come quella in cui vive Nora, così come ogni insegnante di religione di mezza età può essere scialba e inetta come lei.
Ciò che mi scrivi del tuo prossimo libro, e che accennavi anche in una delle due presentazioni, mi incuriosisce moltissimo. Quello che mi piace della tua scrittura è che non diventa cliché; la lettura del tuo primo romanzo mi ha confermato che sai variare: quindi c'è stile ma non maniera. La tua prossima prova sarà un'ulteriore variazione.
Devo aggiungere che a mio avviso tra il primo e il secondo romanzo è nato qualcosa d'altro nella tua vena di scrittore. "Le larve" sono, da un certo punto di vista, una maturazione e un consolidamento del tuo senso artistico, pur rappresentandone un'oggettivazione tanto distante e diversa dalla tua prima prova narrativa. La lingua ne è un buon esempio: più netta e decisa, in certo modo, con più personalità, quella delle “Larve”; e poi l'unità, la coerenza delle designazioni, la pienezza del dominio dei contenuti del tuo secondo romanzo illuminano a ritroso - e rendono ammirevole - il percorso di novità e di originalità che hai saputo affrontare pur nell'arco di poco tempo.
In "Nora e Le Ombre" c'è già lo scrittore, ma manca forse, ancora, l'autore pienamente cosciente del suo talento. L'ho letto con grande interesse e con crescente passione, anche perché mi sembrava raccontato a voce da te, ora che ti conosco. Inutile dirti che attendo con ansia di conoscere i futuri sviluppi della tua scrittura, e il modo nuovo con cui saprai raccontare un po' di te e molto della condizione umana, come hai fatto sinora.
CLAUDIO Quello che scrivi mi fa molto piacere e mi trova d'accordo. In "Nora" ho raccontato fallimenti e miserie, calcando la mano su elementi farseschi, soprattutto nel delineare le figure maschili, e sul senso dell'incongruo, che è proprio di Nora. Dentro al romanzo sono affastellati contrasti (anche di linguaggio, anche di stile), confusioni, depistaggi e tempi morti: c'è la provincia, il senso della provincia, insomma, così come la vivo e la subisco io.
Dell'affinarsi della lingua con "Le larve" sono cosciente, e questo mi fa ripensare a "Nora" con un po’ di pudore: nel senso che oggi scriverei in modo diverso quel primo romanzo. Però è anche vero che nelle "Larve" la voce è quella di un narrante colto e snob, intrisa anche di cliché decadenti o superomistici, mentre "Nora" si concentra sui pensieri e sui gesti di una povera insegnante di religione di cultura non vastissima, sui suoi dubbi e insomma sulla sua incapacità di cogliere il senso delle cose, o di dar nome alle sue angosce.
Del prossimo romanzo, chissà che penserai. Come sarà la lingua di un romanzo italiano che finge di essere fatto degli appunti di un compositore statunitense brillante ma non particolarmente profondo nei quali si traducono conversazioni con un vecchio, amareggiato compositore sovietico? Mi sono sforzato di aderire a un registro medio, e ho tentato di coniugare precisione di analisi musicologica con leggibilità.
CLAUDIA Hai perfettamente ragione: la scrittura di "Nora" ripete l'atmosfera dell'accidia provinciale, senza slanci, senza vere passioni, senza rimedio. Che questa sia l'atmosfera di Aosta, mi stupisce, giacché dai racconti tuoi e di Marilisa la vostra città mi è apparsa invece come una piccolo centro operoso e non estraneo alla cultura. Ma tu sei uno scrittore, e quindi sai trasformare un piccolo dettaglio in un teorema esistenziale: e dunque sì, ogni provincia è come quella in cui vive Nora, così come ogni insegnante di religione di mezza età può essere scialba e inetta come lei.
Ciò che mi scrivi del tuo prossimo libro, e che accennavi anche in una delle due presentazioni, mi incuriosisce moltissimo. Quello che mi piace della tua scrittura è che non diventa cliché; la lettura del tuo primo romanzo mi ha confermato che sai variare: quindi c'è stile ma non maniera. La tua prossima prova sarà un'ulteriore variazione.
Claudia Fabrizio, dottoranda di ricerca in linguistica, è autrice del nitido, solidissimo "Idee linguistiche e pratica della lingua in Giovanni Gentile" (Fabrizio Serra Editore, 2008).
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