lunedì 13 aprile 2009

Wunderkammer: Ceroplastica a Bologna, 2



La cera è un materiale incredibilmente duttile, adattissimo non solo a giocare con l’illusione della pelle o delle fasce muscolari esposte, ma pronto a prestarsi anche alla riproduzione delle parti dure, delle ossa, o di quelle più sottili e sfuggenti, nervi, tubuli, mignoli di neonati, palpebre dischiuse di morenti, pieghe innominate attorno a tumefazioni teratologiche. Adagiata in un modo piuttosto che in un altro, suggerisce la mollezza di ventri svuotati o il turgore di organi induriti da ossificazioni, da elefantiasi, da superfetazioni morfologiche. Il ceroplasta provetto sa giocare sul discrimine sottile tra la bellezza e l’orrore. In questo il prolifico e ben documentato (anche a Palazzo Poggi sempre a Bologna, e a Firenze, Cagliari, Parma) Clemente Susini (1757-1814) fu maestro. I suoi volti rescissi hanno un che di sensuale, di sensualmente meditativo, prefigurano forse, ma con compostezza, con educazione maggiori, certi studi di Géricault. I suoi occhi ti scrutano con una sorta di vitalità da dormiente, da anestetizzato: da quei mezzi crani squadernati, le cui particole sono ben distribuite tutt’attorno, partono sguardi intrisi di pacato scetticismo, sguardi dell’uomo che ormai ha visto tutto, e sa come andrà a finire, e per tutti. Le sue donne si adagiano con una mollezza invitante su letti di dissezione: non fosse per l’esposizione dei loro organi interni, quelli sì molli e lustri, coloratissimi, sdipanantisi spesso oltre le fasce che li hanno avvolti in vita, non fosse per quegli organi le penseresti fintamente addormentate, come ninfe sorprese a metà d’un gioco.

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